D’Apocalisse e altri aggiornamenti.

Ultimamente non ho molto tempo per aggiornare il blog, quindi mi perdonerete se ammucchio qui una serie di cose pubblicate negli ultimi mesi. A cominciare dal mio ultimo articolo per Scenari.

Bergoglio

Un papa alla fine del mondo

It’s the end of the world as we know it, and I feel fine. Una genealogia escatologica del pensiero di papa Francesco dall’America latina alla Russia zarista. Lo trovate qui.

Ucronia britannica

E se la Gran Bretagna non avesse mai fatto parte dell’Unione europea? Divertissement dickiano scritto in occasione del Brexit, sempre per Scenari. Lo trovate qui.

Turchia, lo spettro del genocidio

Questo è un articolo che scrissi per Scenari nell’aprile scorso e che mi dimenticai di segnalare su Terra e Mare. Alla luce del tentativo di golpe di quest’estate mi pare valga la pena di ricordarlo. Qualcosina l’avevo azzeccata. Lo trovate qui.

Riflessioni sulla politica dell’Oltre

Segnalo infine un articolo che l’amico Stefano Pizzin ha scritto in risposta al mio Per una politica dell’oltre, pubblicato qualche mese fa dall’associazione Apertamente. La carne al fuoco è tanta, spero prima o poi di avere il tempo per dare una risposta adeguata. Lo trovate qui. Il mio pezzo iniziale invece è qui.

Pubblicato in Filosofia, Giornalismo | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

My two cents about Brexit

churchill_decides_to_fight_on

Discorso tenuto da W. Churchill all’Università di Zurigo il 19 settembre 1946:

«Bisogna ora che vi riassuma le proposte che avete davanti. Il nostro fine costante deve essere di creare e rafforzare l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Sotto la direzione e nel quadro di questa organizzazione mondiale, dobbiamo ricreare la famiglia europea in una struttura che potrebbe chiamarsi Stati Uniti d’Europa. Ed il primo passo concreto sarà quello di costituire un Consiglio d’Europa. Se da principio non tutti gli Stati d’Europa vogliono o sono in grado di far parte dell’Unione, dobbiamo ciò nonostante continuare a riunire e ad organizzare quelli che vogliono e quelli che possono. II mezzo per risparmiare agli uomini di ogni razza e di ogni paese la guerra e la schiavitù, deve poggiare su solide basi ed essere assicurato dalla disponibilità di tutti gli uomini e di tutte le donne a morire piuttosto che sottomettersi alla tirannia. E Francia e Germania devono prendere insieme la guida di questo urgente lavoro. La Gran Bretagna, il Commonwealth britannico, la potente America e, spero, la Russia Sovietica – perché allora tutto andrebbe bene – devono essere amici e sostenitori della nuova Europa e devono difendere il suo diritto a vivere e a risplendere. Perciò vi dico: lasciate che l’Europa sorga!»

Pubblicato in Giornalismo, Storia | Contrassegnato , , , , , , | 1 commento

Le elezioni viste da un antimoderno. Intervista a Massimo Fini

Pubblicato su Il Piccolo il 14 giugno 2016.

180px-MassimoFini

La diserzione delle urne non è un sintomo disaffezione dalla politica, è un «voto di sfiducia totale alla classe dirigente». A dirlo è il giornalista e pensatore Massimo Fini, uno che della democrazia è critico dai tempi in cui si celebrava la “fine della storia”, poi non pervenuta. E che del non voto ha fatto una linea di condotta personale: «La mia religione non me lo consente». A settembre Marsilio pubblicherà in un unico volume la raccolta degli scritti filosofici («fra mille virgolette») e ideologici di Fini, con il titolo La modernità di un antimoderno. L’astensionismo crescente, di cui Trieste è stata capofila all’ultima tornata elettorale, sembra confermare molte delle sue diagnosi.

Fini, a Trieste ha votato poco più di un elettore su due. Nel resto del Paese è andata meglio, ma la tendenza ormai è questa.

Il vostro dato un po’ mi meraviglia. Trieste è sempre stata una città civilissima, a sé rispetto all’Italia. Se io fossi triestino mi adopererei per il ritorno all’impero austroungarico, ma questo lasciamolo da parte. Che accada anche lì mi pare significativo.

Significativo di cosa?

Il cittadino italiano non crede più alla politica in generale. E in particolare alla classe politica degli ultimi trent’anni. I Cinque stelle salvano l’apparenza della democrazia: se non ci fossero, i loro elettori non andrebbero mai a votare e l’astensione sarebbe al 60%. Inutile che accampino scuse, diano la colpa al ponte, in Italia l’affluenza è sempre stata alta. Ora praticamente uno su due non vota.

Anche all’estero, però, gli elettori latitano.

Sì ma in modo molto diverso. In linea di massima credono ai loro politici, per cui che governi uno o l’altro si fidano. In Italia l’astensione è un voto di sfiducia totale alla classe dirigente.

È una crisi dei partiti o della democrazia?

La crisi della democrazia discende dai partiti. Questi ultimi non sono l’essenza del sistema, come si usa dire. Sono la sua fine. O meglio, la fine della democrazia liberale. Il pensiero liberale voleva valorizzare capacità e meriti del singolo individuo, tutto ciò che è lobby tradisce questo pensiero.

Partiti inclusi, quindi.

L’ha detto bene la scuola elitista italiana all’inizio del Novecento: cento che agiscono di concerto fra di loro prevarranno sempre su mille che agiscono liberamente. Che poi questi ultimi sarebbero i cittadini ideali di una democrazia liberale, se esistesse davvero.

E non esiste?

La nostra non lo è di sicuro. Ormai anche Sartori è costretto a chiamarla poliarchia. In realtà sono aristocrazie mascherate, spesso criminali e comunque intimamente mafiose. Gioca anche il fatto che l’Italia è il paese del familismo. Ma fin che mi rivolgevo allo zio vescovo era una cosa, quel che accade oggi è inguardabile. Altrove sarebbe già scoppiata una rivolta sociale.

Perché qui no?

Perché a noi il benessere c’ha fatto male. Ci ha infiacchito, indebolito, nessuno è disposto a rischiar nulla. Accettiamo la situazione nonostante l’incredibile corruzione. Una corruzione che discendendo attraverso i legami personali ha infettato la stragrande maggioranza dei cittadini. Ognuno guarda al proprio tornaconto e nel frattempo va a spasso il Paese.

L’offerta politica dei partiti di governo è sempre più simile. Basti pensare al Pd di Renzi, difficile da incasellare a destra o sinistra. Come la vede?

Parto da lontano. Destra e sinistra sono categorie con oltre due secoli di storia. Oggi non interpretano più le vere esigenze dell’uomo contemporaneo. Ecco perché la distanza fra le due vetero categorie è minima. Che differenza ci sia fra Sala e Parisi a Milano nessuno riesce a capirlo. Unica a eccezione, anche se un po’ confusa, il M5S.

Quali sarebbero le esigenze vere di oggi?

Le esigenze esistenziali prima di quelle economiche. Quel che manca a noi tutti è il tempo, il vero valore della vita. Gli unici a prendere in considerazione il problema sono i Cinque stelle. Ma appunto, anche se mi sono simpatici non li voto. La mia religione non me lo consente.

Vede altri esempi di alternative politiche in Europa?

I cosiddetti populismi esprimono senz’altro questo disprezzo verso la politica tradizionale. Ma dipende da paese a paese. Ad esempio io trovo che Merkel sia l’unico uomo di stato europeo. Una politica in testa ce l’ha. Se ci si chiede cos’abbia in testa Renzi o chi per lui, non si sa cosa rispondere.

Cosa pensa della Lega di Salvini?

Oggi la Lega fa un discorso nazionalista perché le conviene. L’immigrazione le consente di farlo, mentre la Lega di Bossi non c’ha neanche mai provato. In ogni caso quello di Salvini è un partito come un altro. Il movimento di Bossi, seppur per poco tempo, fu realmente rivoluzionario.

Oggi va di moda prendersela con l’Europa.

È un gioco facile da fare. Cominciamo piuttosto a guardare in casa nostra. L’Ue è nata male, su basi economiche anziché politiche, come avrebbe dovuto. Ma questo lo sapevano anche i suoi padri fondatori. È che gli americani non l’avrebbero mai permesso.

Il livellamento dell’offerta politica coincide con una mutazione del linguaggio. L’altro giorno a Trieste Vittorio Sgarbi ha dato delle “teste di cazzo” agli elettori di centrosinistra.

È l’effetto di un mutamento culturale. Siamo diventati un paese estremamente volgare. Ciò si riflette anche sulla politica. La televisione c’ha messo del suo, dopo la stupenda fase di Ettore Bernabei: ormai si rimpiange tutto, tocca rimpiangere anche i democristiani. Poi oggi ci si aggiungono anche i social network. Tutte cose che se comandassi il Paese abolirei all’istante.

Pubblicato in Giornalismo | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Per una politica dell’oltre

Fête_de_l'Etre_suprême_2

L’associazione Apertamente mi ha chiesto di contribuire al nuovo aggiornamento del loro sito. Partecipo sempre con piacere al lavoro di una realtà culturalmente e politicamente così solida. Il mio intervento verte sulla «dimensione dell’oltre nella politica contemporanea».

Il dolce naufragare di Leopardi è un’esigenza connaturata all’essere umano. Unico animale dotato di autocoscienza, almeno a tale livello di complessità, l’uomo non è che un punto disperso nelle infinite distese del cosmo: in queste l’occhio trova rappresentazione tangibile di come il mondo in cui l’individuo è gettato trascenda le sue capacità di comprensione. Una Weltanschauung che non tenga conto di questo elemento, di volta in volta perturbante o esaltante, è monca. Somiglia a un uomo che coltivi soltanto il suo giardino senza accorgersi della foresta che cresce a pochi passi dalla staccionata.

Continua qui.

Pubblicato in Filosofia | Contrassegnato , , , , , , , | 2 commenti

La politica del supermercato. Intervista a Massimo Cacciari

Pubblicato da Il Piccolo il 7 giugno 2016.

Massimo_Cacciari_(06_02_2012)

«I risultati potevo dirli tutti una settimana fa, a parte Milano». È proprio nel capoluogo lombardo che, secondo il filosofo Massimo Cacciari, si gioca il futuro del Partito democratico nella sua attuale incarnazione, quella che lui definisce «il partito di Renzi». In un’analisi a 360 gradi delle amministrative, il pensatore veneziano passa dalla Lega a Forza Italia, al Movimento 5 Stelle. E descrive un panorama in continuo mutamento: «L’elettore italiano si trova davanti a un’offerta politica cangiante e non può far altro che votare quel che trova».

Cacciari, partiamo dal risultato deludente del Pd.

Deludente… Al di là di qualche percentuale mi paiono risultati molto prevedibili. Che a Roma il Pd andasse male era scritto. A Napoli, dopo primarie e polemiche di quel genere, la vittoria di De Magistris era scontata. Deludenti sono, questi sì, gli esiti di Torino e Bologna. Ma penso che in ambo i casi il Pd vincerà al ballottaggio.

E Milano?

Lì è il vero punto, il luogo in cui si decide il risultato complessivo. Per questo dobbiamo sospendere il giudizio. L’eventuale perdita di Milano sarebbe una sconfitta netta per Renzi, non potrebbe cavarsela facilmente. Se il Pd perde lì, a Bologna e Torino è una catastrofe. Ma se vince in tutte e tre le città Renzi dirà di aver vinto. Nel complesso è la conferma del fatto che, laddove Renzi non ci mette la faccia, il partito di Renzi non sfonda.

Il centrodestra?

Ne esce malmesso. Berlusconi è a pezzi e Salvini non ha ottenuto il risultato straordinario che gli avrebbe permesso di dire “adesso il capo sono io”.

In effetti la Lega non ha brillato.

Salvini da solo non ce la può fare, ha ancora bisogno di Forza Italia. Che sarà pure un simbolo quasi vuoto perché Berlusconi è scomparso, ma resta indispensabile. L’Opa lanciata dalla Lega sul centrodestra è fallita e il risultato è che ora stanno peggio del partito di Renzi. A meno che questo non perda Milano.

Il M5S ha ottenuto diversi risultati sotto le aspettative.

Faticano dove c’è un governo forte. Vale per Napoli, vale per Milano. Dove c’è una forza politica che tenga relativamente, relativissimamente, il M5S va peggio. L’unico dato certo, però, è che continuano a crescere. A Roma vinceranno automaticamente, a meno che non venga fuori che la Raggi ha ammazzato la nonna, cose così. Devono succedere cose pazzesche perché vinca Giachetti.

Chi va sempre bene è l’astensionismo.

Dopo che in Emilia Romagna l’ultima volta era andato a votare il 37% possiamo dire che il risultato odierno è addirittura buono. Se si considera poi che le urne erano aperte solo alla domenica, con l’aria che tira, con gli esiti delle amministrative precedenti… è andata ancora bene. Ormai l’astensionismo non sorprende più, è banale.

Si può proiettare l’esito del voto odierno sul referendum di settembre?

Ancora una volta il giudizio va sospeso. E proprio perché c’è Milano. Se Renzi perderà il capoluogo lombardo, il centrodestra capirà quale schema adottare per le prossime politiche e si impegnerà all’estremo le sue forze anche per vincere il referendum. Per questo ogni giudizio ad oggi è precario. In fondo gli altri dati erano tutti prevedibili con ampio margine: avrei potuto dirle i risultati una settimana fa.

Alla luce di questi risultati possiamo dire che l’elettorato italiano risponda in modo diametralmente opposto a seconda della città. Sono venuti meno i vecchi criteri di valutazione politica?

Non ci sono più i partiti! Sono spariti i punti di riferimento! Gli elettori votano a seconda di chi conoscono, del disagio che sentono. Sono venuti a mancare tutti i riferimenti di carattere ideologico e non sono stati sostituiti da nuove posizioni. Il risultato è che l’elettore muta continuamente. Ed è ovvio che sia così, cosa deve fare, poverino. Di volta in volta si adatta all’offerta politica, che è a dir poco cangiante. L’elettore italiano è come uno che va al supermercato e trova ogni volta una scelta di prodotti diversa. Mica si può affezionare a qualcuno in particolare, compra quel che gli capita.

Pubblicato in Giornalismo | Contrassegnato , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Fervore, di Emanuele Tonon

Pubblicato su Il Piccolo il 25 febbraio 2016.

Emanuele_Tonon_Fervore

Siamo a metà degli anni Novanta e il teologo Sergio Quinzio ha appena concluso la sua relazione in una sala conferenze del centro Italia, quando sotto al palco lo avvicina un giovanissimo frate francescano. È entrato da poco in convento ed è rimasto folgorato dalla sua teologia eretica, disperatamente escatologica, intende scriverne. Quinzio è felice: il mondo cattolico, di cui nonostante tutto si considera parte, lo guarda da sempre con freddezza, ostilità. Il teologo ligure morirà nel 1996 e non farà in tempo ad approfondire la conoscenza del giovane frate. Questi nel frattempo ha dismesso il saio ma, in modo imprevedibile, ha tenuto fede alla promessa di scrivere del Dio impotente di Quinzio: Emanuele Tonon è ormai da diversi anni una delle voci più originali del panorama letterario italiano. Dal 2 febbraio è in libreria il suo ultimo lavoro, “Fervore” (Mondadori, 17 euro), romanzo dell’esperienza di un novizio nel convento dei cappuccini di Renacavata, nelle Marche.

La terza di copertina riporta le parole che Antonio Moresco dedica all’autore: «Sono poche le persone che si accostano alle cose con tale intensità e che hanno un simile sentimento del mondo, e queste persone sono il sale della terra e sono vicine al mio cuore». L’origine della fede nell’individuo è sempre fede delle origini. E il diario conventuale di Tonon trabocca di uno spirito che ricorda le prime comunità cristiane narrate negli Atti degli apostoli e gli esordi «giullareschi» del santo pazzo, Francesco. In questo senso “Fervore” è una sorta di contraltare a “Il Regno” di Emmanuel Carrère: se lo scrittore francese si interroga sul senso di essere cristiani oggi, andando a scavare nelle origini dei Vangeli, il libro di Tonon risponde a quella domanda aprendo uno squarcio sulla più estrema esperienza spirituale, vissuta come una parentesi luminosa dallo stesso scrittore.

Nulla vi è della letteratura edificante e patinata delle parrocchie o dell’esaltazione plasticata della New Age. Nel ritmo della poesia che gli appartiene, “Fervore” dipinge la vita dei novizi, «giovani eunuchi», e dei vecchi frati «scolpiti nel legno» in un alternarsi di cella, preghiera, refettorio, lavoro della terra. Brucia nella mente del ragazzino che ha appena vestito il saio l’entusiasmo della scelta nodale, quella che rovescia mondo. Le difficoltà che l’accompagnano, il freddo, l’afflato mancante nella preghiera che innalza alle volte della chiesa, l’astinenza imposta ai corpi impazziti d’ormoni della tarda adolescenza. «C’inventavamo tutto e, a tratti, eravamo felici – scrive -. Il Dio che avevamo creato ci stringeva la mano mentre lo portavamo a scoprire il nostro mondo, camminando piano con lui, vecchio e saggio, mentre camminavamo il nostro Dio inventato continuava a ripetere: “Così fu sera, e poi fu mattina”». Nel «Giardino» di Renacavata «qualcuno di noi sentiva la furia della vita, altri ne sentivano il languore, altri la tenerezza».

SONY DSC

È inchiodato nella tradizione ebraico-cristiana, il Dio di “Fervore”. Il paradiso del convento marchigiano è una porta sulla bellezza della Creazione, preziosa in quanto promessa del mondo a venire. L’occhio del francescano non esalta la natura in sé. Il male esiste, impera al di fuori delle mura del convento, e il Dio di Soloviev e Dostoevskij non può prendere la bellezza a giustificazione della tragedia del vivere, del dolore dell’umano. La tensione mistica descritta da Tonon è inconciliabile con la spiritualità da supermercato, i corsi di automiglioramento, lo yoga da Bignami. L’innamoramento per la vita e la Creazione del francescano è forse un balsamo, certo non un velo che si stende sulla sofferenza dell’uomo.

In questo senso “Fervore” costituisce un completamento delle precedenti opere di Tonon. “Il Nemico” (Isnb 2009, poi ripubblicato nella versione estesa “La mela nella schiena”, Isbn 2013) e “La luce prima” (Isbn 2011, ora tradotto anche in francese) raccontavano l’immersione nel mondo al di fuori del «Giardino» di Recavanata, il confronto straziante con un mondo degli uomini «sotto il sole di Lucifero». Nato a Napoli nel 1970, Tonon è cresciuto a Cormòns, dove fin da ragazzo ha lavorato nell’industria del Legno. A diciannove anni è entrato nel convento francescano di Spello, rimanendovi fino al 1996, quando ha dismesso l’abito religioso. Nel 2013 ha pubblicato con 66thand2nd “I circuiti celesti”, incursione dell’autore nell’amato mondo del motociclismo, dedicato a Marco Simoncelli.

“Fervore” segna il suo esordio con Mondadori. Nel cielo disperato del contemporaneo, squassato da tempeste di indifferenza e piogge acide, la voce di Tonon è un monito ribelle alla possibilità di alzare lo sguardo al vuoto e scorgere ancora tra le nubi la sagoma leviatanica del divino, «quel Dio che avevamo preso l’abitudine di inventarci».

Pubblicato in Giornalismo, Letteratura | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Maometto e Robespierre

Su Scenari provo a riflettere sul rapporto tra fede e politica, partendo dal mondo islamico per arrivare a noi.

Iranian_Revolution_in_Shahyad_Square

«L’Islam per sua natura non è compatibile con i valori di una società laica e moderna». Le diverse incarnazioni di questa massima vengono riproposte con costanza ciclica da schiere di improvvisati esperti di Medio oriente almeno dal 2001 a oggi, in una lunga sequela di facce da Oriana Fallaci fino a Michel Houellebecq. L’affermazione viene sempre pronunciata con inoppugnabile certezza e supportata da stralci del Corano. Dopo i fatti di Parigi il mantra si è fatto ossessivo.

Continua qui.

Pubblicato in Filosofia, Giornalismo | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Provare a salvare il mondo. Intervista a Marzio Babille

Pubblicato da Il Piccolo il 3 dicembre 2015.

Marzio Babille è un medico triestino. Da 25 anni opera all’estero, soltanto in paesi colpiti da guerre e crisi umanitarie in Asia, Africa o Medio Oriente. Ha lavorato con la cooperazione italiana e poi per otto anni in India con Unicef, poi in Ciad, Libia e Iraq. Fino all’aprile scorso il medico ha lavorato come Rappresentante dell’Unicef in Iraq, impegnato a fronteggiare l’emergenza generata dal proliferare dei conflitti nell’area. Oggi è Advisor del Ministero degli Esteri nello stesso paese. Il suo compito, spiega, «è proporre al governo interventi strategici metodologie di lavoro per la stabilizzazione delle aree liberate dall’Isis».

image

La scena si svolge cinque giorni fa nel campo per rifugiati di Sharia nel Kurdistan iracheno. Un uomo, padre di sei figli, è sfuggito con la famiglia ai massacri dell’Isis contro la sua comunità, gli yazidi. L’uomo guarda negli occhi Marzio Babille, medico triestino da oltre vent’anni impegnato in cause umanitarie, e gli dice: «Quando guardo AL futuro dei miei figli non vedo niente». Oggi, in queste ore, quell’uomo sta attraversando la Turchia per mettersi nelle mani di qualche trafficante che, al prezzo dei suoi ultimi dollari, lo porti in Grecia.

A raccontarne la storia è lo stesso Babille, appena tornato a Trieste: «Non posso più accettare frasi come quella – dice -. Oggi più che mai abbiamo il dovere di rispondere con strategie efficaci, realistiche ed innovative la svolta d’epoca delle migrazioni».

Dottore, perché quell’uomo ha lasciato il campo profughi?

Le popolazioni rifugiate e sfollate della Siria e dell’Iraq, che già hanno perso tutto, terra, casa, lavoro, stanno perdendo anche il livello minimo di assistenza che la comunità internazionale garantiva fino a poco tempo fa nei campi profughi del Kurdistan iracheno. E vanno ad aggiungersi alla massa dei migranti.

Come mai?

Gli appelli dell’Onu e delle Ong per il sostegno alle attività di assistenza umanitaria faticano a passare. I servizi di sanità, educazione, igiene, rifornimento d’acqua, protezione stati finanziati solo al 40% dai donatori nel 2015.

I risultati?

Sono 181 le cliniche chiuse. Il 40% delle scuole primarie non ha più insegnanti. Una parte dei 3.4 milioni che negli ultimi 18 mesi ha ricevuto protezione e assistenza di base da parte delle Nazioni Unite non ha più la possibilità di vivere degnamente.

Ciò rafforza l’esodo.

Nelle ultime tre settimane sono arrivati in Grecia 110 mila rifugiati e all’orizzonte non ci sono segnali di riduzione degli arrivi, stimati a 3-5mila al giorno. Chi sosteneva che l’inverno avrebbe invertito i flussi sbagliava. Questo non è un fenomeno transitorio: è una svolta epocale nella storia del mondo, e al momento l’Europa è l’epicentro dell’accoglienza.

Come valuta l’accordo dell’Ue con la Turchia?

È più che benvenuto, ma arriva tardi ed è solo una parte della soluzione al problema. L’Ue stanzierà ad Ankara tre miliardi di euro, di cui 2.3 subito, per sostenere il governo nell’assistenza ai due milioni e 300mila rifugiati siriani in territorio turco e al contempo combattere il traffico di esseri umani condotto dalle mafie. Ma le linee guida sono ancora vaghe. Secondo alcuni osservatori, con cui concordo, l’accordo dovrebbe prevedere almeno tre strumenti specifici.

Quali?

Primo: sostenere i rifugiati nell’autosufficienza famigliare. Ci sono diversi strumenti per farlo, non ultimo il diretto conferimento di fondi alle famiglie: i soldi impiegati così non vengono mai dispersi, sono sempre usati per mitigare le priorità famigliari. Secondo: offerte immediate di istruzione ai giovani e ai bambini rifugiati in Turchia. Terzo: supporto alle comunità riceventi. Il 40% dei rifugiati siriani, non solo in Turchia, vivono presso famiglie, in appartamenti in affitto. Sostenere le comunità ospitanti è un cardine dell’accoglienza.

Obiettivi raggiungibili?

Sì, ma serve tempo per farlo, perciò bisogna iniziare subito, attraverso dialogo e stretta collaborazione.

Sul fronte della sicurezza?

Il piano Ue-Turchia di ottobre desta un interrogativo. La facilitazione dei visti per l’Europa sui passaporti turchi richiede uno sforzo di controllo, perché quei documenti sono facili da contraffare. Se vogliamo contrastare canali illegali di immigrazione e le possibili infiltrazioni bisognerà monitorare la situazione congiuntamente, assieme alle autorità turche, con la massima vigilanza.

Quali sono gli effetti dei muri sorti nei Balcani?

Prende piede una nuova rotta. Chi ha le ultime risorse raggiunge il Libano e da lì si imbarca in voli per la Mauritania. Lì si è creata un’economia di trasporto e traffico che porta i migranti attraverso il deserto, in Marocco e in Libia, fino al Mediterraneo.

Torneranno i barconi?

Sì. Dobbiamo capire che chi fugge per sopravvivere non si può fermare. E non lo si deve fermare. Chiudere i confini serve solo a far aumentare l’illegalità. In questo senso la Turchia dovrebbe tenere aperto il confine con la Siria.

Cosa fare allora?

Serve una strategia europea diversificata di assistenza e intervento, come indicato dal governo italiano. Dare attenzione alla sponda nordafricana, pensare allo screening dei migranti all’origine. Per farlo serve ampio consenso politico- diplomatico e impegno finanziario: bisogna infatti schierare personale per lo screening in Libia, Tunisia, Turchia. E poi ancora intervenire sugli stati di transito come Niger, Ciad con progetti di sviluppo. Incentivare quei paesi nella lotta al traffico di esseri umani. Ad esempio creare capacità e addestrare le loro forze di sicurezza, magari inserendo attività innovative come la prevenzione della violenza su donne e bambini. Sono cose che si possono fare con risorse limitate ma che avrebbero un impatto importantissimo.

Veniamo alla crisi militare. L’Isis si può sconfiggere?

È mia opinione personale, slegata dalla mia funzione, che Isis abbia purtroppo avuto tempo e opportunità di consolidarsi come stato. Concordo con chi dice che il califfato non si abbatte senza operazioni di sicurezza sul terreno. Penso però che queste debbano essere condotte dalle tribù sunnite che si oppongono a Isis e da contingenti dei paesi arabi a sostegno della coalizione. Sarebbe un colpo tremendo per lo Stato islamico.

I curdi?

I Peshmerga del Kurdistan e le milizie del Pyd curde siriane meritano il credito internazionale che hanno. Continuano ad essere l’elemento decisivo sul terreno, così come il governo autonomo del Kurdistan nel sostegno a 1.5 milioni di sfollati e rifugiati e nella protezione delle minoranze cristiane e yazide.

Quali sono i punti di forza di Isis?

La loro struttura militare ha due caratteristiche. Il rigore della catena di comando, improntata a disciplina assoluta, e gli armamenti catturati nel 2014, che sono ingenti.

E il loro ramo libico?

È davvero parte dell’estensione dello Stato islamico. Controllano Sirte, cercano il controllo sui pozzi petroliferi e premono su Bengasi e a Est. Il governo europeo sta accordando grandissima attenzione agli sviluppi in Libia. Bengasi è uno storico epicentro del fondamentalismo, il suo eventuale controllo da parte dell’Isis avrebbe conseguenze pesanti.

Con ulteriori contraccolpi umanitari.

Tutti i conflitti creano sfollamento e profughi. Così come d’ora in poi lo faranno sempre più le conseguenze dei cambiamenti climatici. Sono fenomeni di portata globale, com’è evidente. Mai come ora sono necessari dati, strategie, capacità e risorse per coniugare assistenza umanitaria e sviluppo, e sostenere interventi ed iniziative nelle migrazioni. Questa è una fase storica nuova della nostra vita, dobbiamo capirlo. Gli stati e i governi devono investire nella comunicazione, nell’informazione pubblica e nelle dovute forme di preparazione della comunità e dei giovani, per evitare tanto le leggerezza o la superficialità, quanto il diffondersi di paure e pregiudizi pericolosi per la coesione sociale.

Pubblicato in Giornalismo | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Al cuore del nulla

Scenari ha pubblicato l’articolo che ho scritto nel febbraio di quest’anno per il sito d’informazione curdo Şırnak Medya. Era in corso la battaglia di Kobane, il mondo era ancora sconvolto per gli attentati di Parigi. Ora la battaglia contro l’Isis infuria sullo Sinjar, ma è sempre Parigi ad essere colpita dal terrore. Quanto scritto allora vale oggi.

Part-PAR-Par8087458-1-1-0

«Se Dio non esiste, allora tutto è lecito» è una frase apocrifa di Dostoevskj: anche se l’autore non la scrisse mai, esprime in sintesi il pensiero di un suo personaggio, Ivan Karamazov. Negli anni scorsi il filosofo sloveno Slavoj Žižek ha utilizzato l’espressione, rovesciandola, per descrivere il dispositivo che permette al radicalismo religioso di operare in politica: «Se Dio esiste, allora tutto è lecito».

In queste parole si cela la chiave ideologica dei movimenti reazionari, dell’odierno Is come dei fascismi del secolo scorso. Il fine dichiarato di queste forze politiche è sempre lo stesso: combattere la «decadenza» della società moderna contrapponendole dei presunti valori «eterni», ben sintetizzati dalla triade fascista «Dio, Patria, Famiglia». Dogma religioso, gerarchia, patriarcato sono i mezzi che il reazionario si propone di utilizzare per curare la «mollezza» del mondo moderno. I cardini del conservatorismo convertiti al totalitarismo.

Continua qui.

Pubblicato in Filosofia, Giornalismo | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Intervista a Nader Akkad

Pubblicato da Il Piccolo il 19 novembre 2015.

1695

«L’Isis va combattuto con tutti i mezzi leciti, ma l’unico modo per eliminarlo per sempre è smantellare la sua ideologia. E questo possono farlo soltanto i musulmani». Nader Akkad è un imam, una guida alla preghiera, e uno dei volti più conosciuti della comunità islamica di Trieste. Ingegnere elettronico originario di Aleppo, in Siria, è stato per anni ricercatore all’Ictp dove ha conosciuto il premio nobel Abdus Salam. È stato anche uno dei primi imam in Italia a conseguire il master dell’università di Padova in Studi sull’Islam d’Europa, iniziativa di un consorzio di atenei per la formazione di figure religiose in sintonia con i valori europei. Scherzosamente, definisce il diploma «imam made in Italy». La sua idea su cosa si debba fare per contrastare il cosiddetto Stato islamico è molto chiara.

Akkad, qual è la sua posizione di fronte a fatti come i recenti attacchi terroristici a Parigi?

Il terrorismo è una piaga che la mia famiglia conosce molto bene. Il cugino di mio padre, che per la nostra cultura è uno zio, è stato ucciso in un attacco terroristico.

Com’è successo?

Mio zio era Mustafa Akkad, uno dei più importanti registi del mondo arabo, autore di film come The Messenger con Anthony Quinn. Nel 2005 era ospite di un hotel ad Amman, in Giordania, assieme a sua figlia. Entrambi erano cittadini americani. Al-Qaeda lanciò un attacco contro l’albergo e loro sono tra le vittime. Il terrorismo è una cieca follia assassina.

Da dove nasce?

Deviazioni di questo genere si trovano fin dai tempi iniziali dell’Islam, furono loro a causare la morte del quarto califfo Ali, genero del profeta Maometto. Coloro che avevano assistito in prima persona alla predicazione del Profeta dovettero da subito impegnarsi per spiegare il vero significato delle parole del Corano a chi le travisava. Ad alcuni di loro si riuscì a far capire dove sbagliavano. Ma una minoranza non volle capire e, allora come oggi, rovinava l’immagine della nostra fede.

E oggi come mai queste ideologie trovano seguaci?

I fattori sono tanti. Uno di questi è una forte ignoranza islamica: la gente non legge e quindi si fa ingannare più facilmente. Ma poi ci sono altri aspetti da tenere in considerazione.

Quali?

In molti paesi del Medio oriente c’è un grande disagio sociale di cui gli estremisti si approfittano. Molte popolazioni hanno subito decenni di dittature e ora vivono in situazioni di incertezza. Nell’Iraq dove l’Isis è nato, il governo ha emarginato la componente sunnita, che era considerata filo-Saddam, escludendola dalla vita sociale e politica. Questi sono diventati terreno fertile per la propaganda islamista, non tanto per adesione all’ideologia, quanto per volontà di rivalsa e vendetta.

E in Siria?

La rivoluzione siriana nasce pacifica, come lotta per la democrazia e la dignità di un popolo contro un violento regime pluridecennale. Quando il popolo siriano si è ribellato il governo ha risposto con violenza inaudita, ricorrendo anche alle armi chimiche. Una parte dell’esercito siriano ha abbandonato il regime e così è nato l’Esercito siriano libero, una forza democratica che all’inizio ha ottenuto dei successi militari contro il regime.

E poi?

Purtroppo non hanno avuto sostegno sufficiente e si sono dovuti fermare. Dallo stallo è nata una guerra civile che, grazie al rafforzarsi anche dei movimenti integralisti e la nascita dell’Isis, è diventata una spietata guerra religiosa. Ora, con l’intervento di potenze come la Russia, sta diventando una guerra mondiale.

Con quali mezzi l’Isis diffonde la sua propaganda?

Hanno costruito un califfato di plastica che scimmiotta le antichità islamiche. Uno specchietto per le allodole per gente che segue la religione fai da te, la religione del Web e di Youtube. Ma tutto ciò è senz’anima, un Islam che esiste soltanto nella forma, mentre nella sostanza serve soltanto a giustificare il loro desiderio di violenza. Ciò è un male per le loro vittime ma anche per tutti i seguaci dell’Islam vero.

Come li si combatte?

Per sconfiggere l’Isis, e non soltanto i suoi sintomi, gli stessi musulmani devono tagliare le radici di questa cultura della violenza. I terroristi devono trovarsi davanti al fatto che le loro interpretazioni maligne non sono condivise dalla Umma, l’insieme della comunità islamica. E il Profeta ha detto che dove c’è la Umma, là c’è l’Islam.

Con quali strumenti farlo?

Con l’educazione e con l’impegno anche da parte di noi teologi. Gli ulama del Consiglio islamico siriano si sono espressi in una fatwa, si trova anche tradotta in italiano, che condanna con parole chiarissime la falsa fede dell’Isis, elencando in modo inequivocabile il modo in cui questa organizzazione criminale ha violato le nostre leggi religiose. Un’altra fatwa recente spiega che qualunque dichiarazione di fedeltà presentata allo pseudo-califfato è da considerarsi invalida, e che anzi chi si impegna a mantenerla compie un peccato maggiore. Sono strumenti con cui combattere l’Isis anche sul piano del pensiero religioso.

È possibile un rapporto tra Islam e laicità?

Assolutamente sì. Nei suoi tempi di splendore l’Islam ha trattato tutte le fedi e i pensieri allo stesso modo, anche quelli diversi da sé e dagli altri monoteismi. Questo è un approccio molto simile alla laicità della modernità.

Pochi giorni fa ricorreva il compleanno di Paolo Dall’Oglio, il gesuita scomparso da due anni in Siria.

Padre Dall’Oglio è un esempio di convivenza per tutti noi. Noi lo chiamiamo abuna, che in arabo significa “padre”.

Pubblicato in Giornalismo | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento