D’Apocalisse e altri aggiornamenti.

Ultimamente non ho molto tempo per aggiornare il blog, quindi mi perdonerete se ammucchio qui una serie di cose pubblicate negli ultimi mesi. A cominciare dal mio ultimo articolo per Scenari.

Bergoglio

Un papa alla fine del mondo

It’s the end of the world as we know it, and I feel fine. Una genealogia escatologica del pensiero di papa Francesco dall’America latina alla Russia zarista. Lo trovate qui.

Ucronia britannica

E se la Gran Bretagna non avesse mai fatto parte dell’Unione europea? Divertissement dickiano scritto in occasione del Brexit, sempre per Scenari. Lo trovate qui.

Turchia, lo spettro del genocidio

Questo è un articolo che scrissi per Scenari nell’aprile scorso e che mi dimenticai di segnalare su Terra e Mare. Alla luce del tentativo di golpe di quest’estate mi pare valga la pena di ricordarlo. Qualcosina l’avevo azzeccata. Lo trovate qui.

Riflessioni sulla politica dell’Oltre

Segnalo infine un articolo che l’amico Stefano Pizzin ha scritto in risposta al mio Per una politica dell’oltre, pubblicato qualche mese fa dall’associazione Apertamente. La carne al fuoco è tanta, spero prima o poi di avere il tempo per dare una risposta adeguata. Lo trovate qui. Il mio pezzo iniziale invece è qui.

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My two cents about Brexit

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Discorso tenuto da W. Churchill all’Università di Zurigo il 19 settembre 1946:

«Bisogna ora che vi riassuma le proposte che avete davanti. Il nostro fine costante deve essere di creare e rafforzare l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Sotto la direzione e nel quadro di questa organizzazione mondiale, dobbiamo ricreare la famiglia europea in una struttura che potrebbe chiamarsi Stati Uniti d’Europa. Ed il primo passo concreto sarà quello di costituire un Consiglio d’Europa. Se da principio non tutti gli Stati d’Europa vogliono o sono in grado di far parte dell’Unione, dobbiamo ciò nonostante continuare a riunire e ad organizzare quelli che vogliono e quelli che possono. II mezzo per risparmiare agli uomini di ogni razza e di ogni paese la guerra e la schiavitù, deve poggiare su solide basi ed essere assicurato dalla disponibilità di tutti gli uomini e di tutte le donne a morire piuttosto che sottomettersi alla tirannia. E Francia e Germania devono prendere insieme la guida di questo urgente lavoro. La Gran Bretagna, il Commonwealth britannico, la potente America e, spero, la Russia Sovietica – perché allora tutto andrebbe bene – devono essere amici e sostenitori della nuova Europa e devono difendere il suo diritto a vivere e a risplendere. Perciò vi dico: lasciate che l’Europa sorga!»

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Le elezioni viste da un antimoderno. Intervista a Massimo Fini

Pubblicato su Il Piccolo il 14 giugno 2016.

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La diserzione delle urne non è un sintomo disaffezione dalla politica, è un «voto di sfiducia totale alla classe dirigente». A dirlo è il giornalista e pensatore Massimo Fini, uno che della democrazia è critico dai tempi in cui si celebrava la “fine della storia”, poi non pervenuta. E che del non voto ha fatto una linea di condotta personale: «La mia religione non me lo consente». A settembre Marsilio pubblicherà in un unico volume la raccolta degli scritti filosofici («fra mille virgolette») e ideologici di Fini, con il titolo La modernità di un antimoderno. L’astensionismo crescente, di cui Trieste è stata capofila all’ultima tornata elettorale, sembra confermare molte delle sue diagnosi.

Fini, a Trieste ha votato poco più di un elettore su due. Nel resto del Paese è andata meglio, ma la tendenza ormai è questa.

Il vostro dato un po’ mi meraviglia. Trieste è sempre stata una città civilissima, a sé rispetto all’Italia. Se io fossi triestino mi adopererei per il ritorno all’impero austroungarico, ma questo lasciamolo da parte. Che accada anche lì mi pare significativo.

Significativo di cosa?

Il cittadino italiano non crede più alla politica in generale. E in particolare alla classe politica degli ultimi trent’anni. I Cinque stelle salvano l’apparenza della democrazia: se non ci fossero, i loro elettori non andrebbero mai a votare e l’astensione sarebbe al 60%. Inutile che accampino scuse, diano la colpa al ponte, in Italia l’affluenza è sempre stata alta. Ora praticamente uno su due non vota.

Anche all’estero, però, gli elettori latitano.

Sì ma in modo molto diverso. In linea di massima credono ai loro politici, per cui che governi uno o l’altro si fidano. In Italia l’astensione è un voto di sfiducia totale alla classe dirigente.

È una crisi dei partiti o della democrazia?

La crisi della democrazia discende dai partiti. Questi ultimi non sono l’essenza del sistema, come si usa dire. Sono la sua fine. O meglio, la fine della democrazia liberale. Il pensiero liberale voleva valorizzare capacità e meriti del singolo individuo, tutto ciò che è lobby tradisce questo pensiero.

Partiti inclusi, quindi.

L’ha detto bene la scuola elitista italiana all’inizio del Novecento: cento che agiscono di concerto fra di loro prevarranno sempre su mille che agiscono liberamente. Che poi questi ultimi sarebbero i cittadini ideali di una democrazia liberale, se esistesse davvero.

E non esiste?

La nostra non lo è di sicuro. Ormai anche Sartori è costretto a chiamarla poliarchia. In realtà sono aristocrazie mascherate, spesso criminali e comunque intimamente mafiose. Gioca anche il fatto che l’Italia è il paese del familismo. Ma fin che mi rivolgevo allo zio vescovo era una cosa, quel che accade oggi è inguardabile. Altrove sarebbe già scoppiata una rivolta sociale.

Perché qui no?

Perché a noi il benessere c’ha fatto male. Ci ha infiacchito, indebolito, nessuno è disposto a rischiar nulla. Accettiamo la situazione nonostante l’incredibile corruzione. Una corruzione che discendendo attraverso i legami personali ha infettato la stragrande maggioranza dei cittadini. Ognuno guarda al proprio tornaconto e nel frattempo va a spasso il Paese.

L’offerta politica dei partiti di governo è sempre più simile. Basti pensare al Pd di Renzi, difficile da incasellare a destra o sinistra. Come la vede?

Parto da lontano. Destra e sinistra sono categorie con oltre due secoli di storia. Oggi non interpretano più le vere esigenze dell’uomo contemporaneo. Ecco perché la distanza fra le due vetero categorie è minima. Che differenza ci sia fra Sala e Parisi a Milano nessuno riesce a capirlo. Unica a eccezione, anche se un po’ confusa, il M5S.

Quali sarebbero le esigenze vere di oggi?

Le esigenze esistenziali prima di quelle economiche. Quel che manca a noi tutti è il tempo, il vero valore della vita. Gli unici a prendere in considerazione il problema sono i Cinque stelle. Ma appunto, anche se mi sono simpatici non li voto. La mia religione non me lo consente.

Vede altri esempi di alternative politiche in Europa?

I cosiddetti populismi esprimono senz’altro questo disprezzo verso la politica tradizionale. Ma dipende da paese a paese. Ad esempio io trovo che Merkel sia l’unico uomo di stato europeo. Una politica in testa ce l’ha. Se ci si chiede cos’abbia in testa Renzi o chi per lui, non si sa cosa rispondere.

Cosa pensa della Lega di Salvini?

Oggi la Lega fa un discorso nazionalista perché le conviene. L’immigrazione le consente di farlo, mentre la Lega di Bossi non c’ha neanche mai provato. In ogni caso quello di Salvini è un partito come un altro. Il movimento di Bossi, seppur per poco tempo, fu realmente rivoluzionario.

Oggi va di moda prendersela con l’Europa.

È un gioco facile da fare. Cominciamo piuttosto a guardare in casa nostra. L’Ue è nata male, su basi economiche anziché politiche, come avrebbe dovuto. Ma questo lo sapevano anche i suoi padri fondatori. È che gli americani non l’avrebbero mai permesso.

Il livellamento dell’offerta politica coincide con una mutazione del linguaggio. L’altro giorno a Trieste Vittorio Sgarbi ha dato delle “teste di cazzo” agli elettori di centrosinistra.

È l’effetto di un mutamento culturale. Siamo diventati un paese estremamente volgare. Ciò si riflette anche sulla politica. La televisione c’ha messo del suo, dopo la stupenda fase di Ettore Bernabei: ormai si rimpiange tutto, tocca rimpiangere anche i democristiani. Poi oggi ci si aggiungono anche i social network. Tutte cose che se comandassi il Paese abolirei all’istante.

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Per una politica dell’oltre

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L’associazione Apertamente mi ha chiesto di contribuire al nuovo aggiornamento del loro sito. Partecipo sempre con piacere al lavoro di una realtà culturalmente e politicamente così solida. Il mio intervento verte sulla «dimensione dell’oltre nella politica contemporanea».

Il dolce naufragare di Leopardi è un’esigenza connaturata all’essere umano. Unico animale dotato di autocoscienza, almeno a tale livello di complessità, l’uomo non è che un punto disperso nelle infinite distese del cosmo: in queste l’occhio trova rappresentazione tangibile di come il mondo in cui l’individuo è gettato trascenda le sue capacità di comprensione. Una Weltanschauung che non tenga conto di questo elemento, di volta in volta perturbante o esaltante, è monca. Somiglia a un uomo che coltivi soltanto il suo giardino senza accorgersi della foresta che cresce a pochi passi dalla staccionata.

Continua qui.

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La politica del supermercato. Intervista a Massimo Cacciari

Pubblicato da Il Piccolo il 7 giugno 2016.

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«I risultati potevo dirli tutti una settimana fa, a parte Milano». È proprio nel capoluogo lombardo che, secondo il filosofo Massimo Cacciari, si gioca il futuro del Partito democratico nella sua attuale incarnazione, quella che lui definisce «il partito di Renzi». In un’analisi a 360 gradi delle amministrative, il pensatore veneziano passa dalla Lega a Forza Italia, al Movimento 5 Stelle. E descrive un panorama in continuo mutamento: «L’elettore italiano si trova davanti a un’offerta politica cangiante e non può far altro che votare quel che trova».

Cacciari, partiamo dal risultato deludente del Pd.

Deludente… Al di là di qualche percentuale mi paiono risultati molto prevedibili. Che a Roma il Pd andasse male era scritto. A Napoli, dopo primarie e polemiche di quel genere, la vittoria di De Magistris era scontata. Deludenti sono, questi sì, gli esiti di Torino e Bologna. Ma penso che in ambo i casi il Pd vincerà al ballottaggio.

E Milano?

Lì è il vero punto, il luogo in cui si decide il risultato complessivo. Per questo dobbiamo sospendere il giudizio. L’eventuale perdita di Milano sarebbe una sconfitta netta per Renzi, non potrebbe cavarsela facilmente. Se il Pd perde lì, a Bologna e Torino è una catastrofe. Ma se vince in tutte e tre le città Renzi dirà di aver vinto. Nel complesso è la conferma del fatto che, laddove Renzi non ci mette la faccia, il partito di Renzi non sfonda.

Il centrodestra?

Ne esce malmesso. Berlusconi è a pezzi e Salvini non ha ottenuto il risultato straordinario che gli avrebbe permesso di dire “adesso il capo sono io”.

In effetti la Lega non ha brillato.

Salvini da solo non ce la può fare, ha ancora bisogno di Forza Italia. Che sarà pure un simbolo quasi vuoto perché Berlusconi è scomparso, ma resta indispensabile. L’Opa lanciata dalla Lega sul centrodestra è fallita e il risultato è che ora stanno peggio del partito di Renzi. A meno che questo non perda Milano.

Il M5S ha ottenuto diversi risultati sotto le aspettative.

Faticano dove c’è un governo forte. Vale per Napoli, vale per Milano. Dove c’è una forza politica che tenga relativamente, relativissimamente, il M5S va peggio. L’unico dato certo, però, è che continuano a crescere. A Roma vinceranno automaticamente, a meno che non venga fuori che la Raggi ha ammazzato la nonna, cose così. Devono succedere cose pazzesche perché vinca Giachetti.

Chi va sempre bene è l’astensionismo.

Dopo che in Emilia Romagna l’ultima volta era andato a votare il 37% possiamo dire che il risultato odierno è addirittura buono. Se si considera poi che le urne erano aperte solo alla domenica, con l’aria che tira, con gli esiti delle amministrative precedenti… è andata ancora bene. Ormai l’astensionismo non sorprende più, è banale.

Si può proiettare l’esito del voto odierno sul referendum di settembre?

Ancora una volta il giudizio va sospeso. E proprio perché c’è Milano. Se Renzi perderà il capoluogo lombardo, il centrodestra capirà quale schema adottare per le prossime politiche e si impegnerà all’estremo le sue forze anche per vincere il referendum. Per questo ogni giudizio ad oggi è precario. In fondo gli altri dati erano tutti prevedibili con ampio margine: avrei potuto dirle i risultati una settimana fa.

Alla luce di questi risultati possiamo dire che l’elettorato italiano risponda in modo diametralmente opposto a seconda della città. Sono venuti meno i vecchi criteri di valutazione politica?

Non ci sono più i partiti! Sono spariti i punti di riferimento! Gli elettori votano a seconda di chi conoscono, del disagio che sentono. Sono venuti a mancare tutti i riferimenti di carattere ideologico e non sono stati sostituiti da nuove posizioni. Il risultato è che l’elettore muta continuamente. Ed è ovvio che sia così, cosa deve fare, poverino. Di volta in volta si adatta all’offerta politica, che è a dir poco cangiante. L’elettore italiano è come uno che va al supermercato e trova ogni volta una scelta di prodotti diversa. Mica si può affezionare a qualcuno in particolare, compra quel che gli capita.

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Fervore, di Emanuele Tonon

Pubblicato su Il Piccolo il 25 febbraio 2016.

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Siamo a metà degli anni Novanta e il teologo Sergio Quinzio ha appena concluso la sua relazione in una sala conferenze del centro Italia, quando sotto al palco lo avvicina un giovanissimo frate francescano. È entrato da poco in convento ed è rimasto folgorato dalla sua teologia eretica, disperatamente escatologica, intende scriverne. Quinzio è felice: il mondo cattolico, di cui nonostante tutto si considera parte, lo guarda da sempre con freddezza, ostilità. Il teologo ligure morirà nel 1996 e non farà in tempo ad approfondire la conoscenza del giovane frate. Questi nel frattempo ha dismesso il saio ma, in modo imprevedibile, ha tenuto fede alla promessa di scrivere del Dio impotente di Quinzio: Emanuele Tonon è ormai da diversi anni una delle voci più originali del panorama letterario italiano. Dal 2 febbraio è in libreria il suo ultimo lavoro, “Fervore” (Mondadori, 17 euro), romanzo dell’esperienza di un novizio nel convento dei cappuccini di Renacavata, nelle Marche.

La terza di copertina riporta le parole che Antonio Moresco dedica all’autore: «Sono poche le persone che si accostano alle cose con tale intensità e che hanno un simile sentimento del mondo, e queste persone sono il sale della terra e sono vicine al mio cuore». L’origine della fede nell’individuo è sempre fede delle origini. E il diario conventuale di Tonon trabocca di uno spirito che ricorda le prime comunità cristiane narrate negli Atti degli apostoli e gli esordi «giullareschi» del santo pazzo, Francesco. In questo senso “Fervore” è una sorta di contraltare a “Il Regno” di Emmanuel Carrère: se lo scrittore francese si interroga sul senso di essere cristiani oggi, andando a scavare nelle origini dei Vangeli, il libro di Tonon risponde a quella domanda aprendo uno squarcio sulla più estrema esperienza spirituale, vissuta come una parentesi luminosa dallo stesso scrittore.

Nulla vi è della letteratura edificante e patinata delle parrocchie o dell’esaltazione plasticata della New Age. Nel ritmo della poesia che gli appartiene, “Fervore” dipinge la vita dei novizi, «giovani eunuchi», e dei vecchi frati «scolpiti nel legno» in un alternarsi di cella, preghiera, refettorio, lavoro della terra. Brucia nella mente del ragazzino che ha appena vestito il saio l’entusiasmo della scelta nodale, quella che rovescia mondo. Le difficoltà che l’accompagnano, il freddo, l’afflato mancante nella preghiera che innalza alle volte della chiesa, l’astinenza imposta ai corpi impazziti d’ormoni della tarda adolescenza. «C’inventavamo tutto e, a tratti, eravamo felici – scrive -. Il Dio che avevamo creato ci stringeva la mano mentre lo portavamo a scoprire il nostro mondo, camminando piano con lui, vecchio e saggio, mentre camminavamo il nostro Dio inventato continuava a ripetere: “Così fu sera, e poi fu mattina”». Nel «Giardino» di Renacavata «qualcuno di noi sentiva la furia della vita, altri ne sentivano il languore, altri la tenerezza».

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È inchiodato nella tradizione ebraico-cristiana, il Dio di “Fervore”. Il paradiso del convento marchigiano è una porta sulla bellezza della Creazione, preziosa in quanto promessa del mondo a venire. L’occhio del francescano non esalta la natura in sé. Il male esiste, impera al di fuori delle mura del convento, e il Dio di Soloviev e Dostoevskij non può prendere la bellezza a giustificazione della tragedia del vivere, del dolore dell’umano. La tensione mistica descritta da Tonon è inconciliabile con la spiritualità da supermercato, i corsi di automiglioramento, lo yoga da Bignami. L’innamoramento per la vita e la Creazione del francescano è forse un balsamo, certo non un velo che si stende sulla sofferenza dell’uomo.

In questo senso “Fervore” costituisce un completamento delle precedenti opere di Tonon. “Il Nemico” (Isnb 2009, poi ripubblicato nella versione estesa “La mela nella schiena”, Isbn 2013) e “La luce prima” (Isbn 2011, ora tradotto anche in francese) raccontavano l’immersione nel mondo al di fuori del «Giardino» di Recavanata, il confronto straziante con un mondo degli uomini «sotto il sole di Lucifero». Nato a Napoli nel 1970, Tonon è cresciuto a Cormòns, dove fin da ragazzo ha lavorato nell’industria del Legno. A diciannove anni è entrato nel convento francescano di Spello, rimanendovi fino al 1996, quando ha dismesso l’abito religioso. Nel 2013 ha pubblicato con 66thand2nd “I circuiti celesti”, incursione dell’autore nell’amato mondo del motociclismo, dedicato a Marco Simoncelli.

“Fervore” segna il suo esordio con Mondadori. Nel cielo disperato del contemporaneo, squassato da tempeste di indifferenza e piogge acide, la voce di Tonon è un monito ribelle alla possibilità di alzare lo sguardo al vuoto e scorgere ancora tra le nubi la sagoma leviatanica del divino, «quel Dio che avevamo preso l’abitudine di inventarci».

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Maometto e Robespierre

Su Scenari provo a riflettere sul rapporto tra fede e politica, partendo dal mondo islamico per arrivare a noi.

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«L’Islam per sua natura non è compatibile con i valori di una società laica e moderna». Le diverse incarnazioni di questa massima vengono riproposte con costanza ciclica da schiere di improvvisati esperti di Medio oriente almeno dal 2001 a oggi, in una lunga sequela di facce da Oriana Fallaci fino a Michel Houellebecq. L’affermazione viene sempre pronunciata con inoppugnabile certezza e supportata da stralci del Corano. Dopo i fatti di Parigi il mantra si è fatto ossessivo.

Continua qui.

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