La verità necessaria. Due anni senza Giulio Regeni

Pubblicato da Il Piccolo il 25 gennaio 2018.

«L’arrivo del nuovo documento nelle mani della Procura segna uno snodo fondamentale nelle indagini sulla morte di Giulio». Il giornalista di Repubblica Giuliano Foschini ha seguito ogni passo delle indagini sul rapimento, tortura e assassinio del giovane ricercatore di Fiumicello. A suo modo di vedere, le ultime novità potrebbero segnare una svolta.
In questi due anni Foschini ha stabilito alcuni punti fermi: Giulio Regeni era un ricercatore e soltanto un ricercatore, non ha mai lavorato per alcun servizio, nemmeno inconsapevolmente. E la giustizia è ancora a portata di mano: «Possiamo arrivare alla verità piena. Serve però la volontà politica». In questo senso la campagna di mobilitazione pubblica promossa dalla famiglia Regeni e da Amnesty continua a essere «fondamentale»: «Questa storia non riguarda solo la famiglia di Giulio, riguarda la nostra democrazia».

Che peso può avere il nuovo documento arrivato agli inquirenti?

Penso che sia uno snodo fondamentale nelle indagini. A questo punto abbiamo delle certezze: la prima è che l’omicidio di Giulio è maturato sicuramente all’interno degli apparati egiziani. Il movente sono i suoi studi, scambiati per chissà cosa. La terza certezza è che era nient’altro che un ricercatore. Quello che è accaduto è frutto di una paranoia, una bugia, una menzogna. E qui ci riallacciamo al documento dell’anonimo.

In che modo?

Le verità necessarie possono arrivare soltanto dall’Egitto, dove è in corso una guerra di apparati. Se il documento sarà confermato come autentico, allora potremo basarci sulle informazioni che ci offre. Se invece si rivelerà un falso, significherà in ogni caso che è in corso un depistaggio.

Sono circolate a lungo, tanto in Egitto quanto in Italia, ricostruzioni secondo cui Regeni potrebbe essere stato in qualche modo legato agli ambienti dei servizi di qualche paese.

Questo è un aspetto su cui dobbiamo essere chiarissimi. Giulio non era in alcun modo una spia. Non siamo nell’ambito delle opinioni, è una cosa accertata. Non lo era, ed era troppo intelligente per essere lo strumento inconsapevole di qualche servizio segreto.

Negli ultimi mesi l’attenzione si è concentrata sempre di più sul versante britannico dell’indagine, quasi che Cambridge contasse più del Cairo nella ricostruzione degli eventi.

Anche questo è un grosso errore. Un’altra certezza che abbiamo è che tutto è maturato al Cairo. Esecutori e mandanti del rapimento e dell’omicidio sono tutti in Egitto. Su questo bisogna essere chiari. Dopodiché Cambridge, termine con cui si intende la professoressa referente per la ricerca di Regeni, ha il dovere di offrire tutti gli strumenti alla magistratura italiana per ricostruire quello che è avvenuto al Cairo.

Non l’ha fatto finora?

Incredibilmente no. Si è nascosta, ha detto delle bugie, costringendo la magistratura a un atto forte come quello della perquisizione. Questo è inspiegabile e va stigmatizzato. Anche perché tecnicamente Giulio Regeni è morto sul lavoro. È stato ucciso perché faceva il ricercatore. Ed è incredibile che il suo datore di lavoro non faccia tutto quello che è necessario per dare gli strumenti necessari per arrivare alla verità.

L’articolo del New York Times pubblicato nell’estate scorsa parlava anche di contrasti interni allo stesso Stato italiano nella gestione della vicenda.

Purtroppo penso che gli apparati italiani sappiano ben poco. Non credo che ci siano verità che ci stanno nascondendo. Dico purtroppo, perché questo ci allontana dalla verità. Ma se non sappiamo qualcosa è perché l’Egitto ce lo sta nascondendo. In Italia non c’è nessuno che ci nasconde qualcosa. Questa è l’idea che mi sono fatto, posso sbagliare.

Ma è ancora possibile arrivare alla verità sulla morte di Giulio?

Secondo me si può arrivare alla verità piena e completa su esecutori e mandanti. Finora l’Egitto ci ha riempito di bugie. Gli inquirenti le hanno smontate in gran parte e stanno ricostruendo i fatti così come sono andati. Penso però che non si possa intraprendere alcun tipo di rapporto con il Cairo fin quando non ci darà tutta la verità sui mandanti. Le condizioni ci sono, purché la politica non sia remissiva, non faccia sconti per ragioni di Realpolitik. Dal ritorno dell’ambasciatore al Cairo il rischio è molto forte, e su questo l’opinione pubblica deve essere intransigente.

La campagna “Verità per Giulio” quindi ha più senso che mai.

Ha un ruolo fortissimo. Continuare a cercare la verità è qualcosa che non importa solo alla famiglia di Giulio, importa a tutti noi. Alla nostra democrazia. Serve una grande partecipazione civile, perché questa campagna non può essere che collettiva.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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