Cento anni d’Ottobre

Pubblicato su Il Piccolo il 4 ottobre 2017.

La selva di baionette che dilaga sotto alle volte del Palazzo d’Inverno, nera contro il bianco della galleria, è l’icona che Sergej Eisenstein ha impresso nella memoria collettiva con il suo Ottobre. La storia di quella sequenza muta è una metafora calzante della Rivoluzione d’Ottobre di cui ora ricorre il centenario.

Nella notte fra il 7 e l’8 novembre 1917 (25 e 26 ottobre del calendario giuliano) gli insorti guidati dai bolscevichi conquistano il vecchio palazzo dello Zar, ponendo fine al governo provvisorio e dando luce al Secolo breve. Nel 1928 il regista simbolo dell’Unione sovietica mette in scena l’epopea di quei giorni, portando le masse di Leningrado nelle strade a interpretare sé stesse, a compiere gli stessi gesti nel più grande film corale mai realizzato fino a quel momento. Ma i due chilometri della pellicola di Ottobre si srotoleranno nelle sale di un mondo ormai rovesciato: la nemesi staliniana incombe.

Nella sovrapposizione tra l’evento e la sequenza cinematografica, identici nella forma e antitetici per contesto, lo spettatore del 2017 trova forse una chiave di lettura per l’evento da cui scaturisce il Novecento. L’esperimento profano, come lo definisce nell’omonimo saggio Rita di Leo, fu il tentativo di portare sulla terra il Regno celeste senza l’intervento di Dio. Gesto inaudito fino a quel momento, anche se raffrontato alla sua premessa, la Rivoluzione francese. Inaudito anche il suo totale, irrevocabile fallimento.

Questa contraddizione durata quasi ottant’anni ha irradiato una mole immensa di invettive, condanne, elogi, epiche, agiografie. Dell’Ottobre Majakovskij scrive in un haiku: «Aderire o non aderire? La questione non si pone per me. È la mia rivoluzione». Nel 1930 si punterà una pistola alla tempia. Prendere soltanto l’uno o l’altro, la poesia o il proiettile, significa perdere Majakovskij e il comunismo con lui.

L’Ottobre, fa notare Mario Tronti, è anche nello iato tra gli scritti del suo grande architetto, Lenin. Massimo eversore nel capolavoro Stato e Rivoluzione, dopo la presa del potere riconosce che il socialismo non può essere imposto da un giorno all’altro, pena il disastro. Trasformato in corpo sacro dopo la morte, in vita seguì le traiettorie dei profeti. Lo studioso (diverso il caso del credente) riscontra un analogo stacco fra le Sure che Maometto svelò quand’era un profeta di strada alla Mecca, e quelle del capo di stato a Medina. A differenza di lui, Lenin non ebbe epigoni geniali a edificare un mondo.

Qualche anno dopo la sua morte, troviamo Satana a passeggio tra le strade di Mosca, accompagnato da un gatto di proporzioni innaturali e da un bizzarro tizio allampanato. Strano destino, quello del Maestro e Margherita di Bulgakov. Storia d’amore che rivaleggia con il canto di Paolo e Francesca, e inesorabile critica dello stalinismo: da Stalin sempre interdetta alla pubblicazione, eppure amata. Un rompicapo da mal di testa, come quello di Pilato sotto il sole di Gerusalemme. È assurdo il periodo staliniano. Shostakovic compone l’inquietante secondo movimento della decima sinfonia, ritratto di Stalin. Bisogna ascoltarlo per cogliere l’animo del georgiano. Intanto il martire Pavel Florenskij, geniale scienziato, filosofo e mistico, scrive ai suoi cari dall’Arcipelago Gulag: «Non dimenticatemi».

Eppure anche negli anni più oscuri del secolo l’ambivalenza permane. Aleksandr Nevski schianta i cavalieri teutonici in un altro film di Eisenstein, colonna sonora di Prokofiev. Il principe medievale dovrebbe rappresentare Stalin. Ma è il popolo sovietico tutto, non il tiranno, a schiacciare la svastica nella Grande guerra patriottica. Stalingrado è atto corale, collettivo, feroce. «Uccidete i tedeschi – dice il poeta Ilija Ehrenburg – o loro dissacreranno tutta la Russia e tortureranno a morte altri milioni di persone». Alla fine della guerra scrive con Vasilij Grossman un libro sullo sterminio degli ebrei nei territori dell’Urss. Anche in questo caso, Stalin proibisce la pubblicazione.

La seconda metà del Secolo breve è un tracollo scandito dal battere delle scarpe di Kruscev e dalle chitarre di Vysockij. I Beatles cantano Back in the Ussr e David Bowie sbarca a Mosca. Gerontocrazia sorrentiniana gli anni di Breznev, cui segue il rosario ammuffito di Gromyko-Andropov-Chernenko. Su Gorbacev dice forse più la cinematografia reaganiana, in primis Rocky IV che lo ritrae plaudente verso il pugile yankee. Racconta molto anche il nazbol Limonov, cantato da Emmanuel Carrère nell’omonimo libro. Poi il colpo di spugna del Muro, l’Unione sovietica scompare alla memoria come un sogno o un incubo, la mattina presto al risveglio.

Che sarà del giorno nuovo? Shangai, Shenzen, Pechino. Allucinati paesaggi urbani in stile Blade Runner. Dietro alle vetrate dei grattacieli, devoti quadri del Partito studiano la Nuova politica economica di Lenin. Per capire cosa farsene, dell’avvenire.

Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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