Gli innocenti di Aleppo e Mosul – Intervista a Marzio Babille

Questa è la versione integrale dell’intervista, pubblicata da Il Piccolo a fine dicembre, che ho fatto al dottor Marzio Babille, Advisor del ministero degli Esteri in Iraq.

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Aleppo e Mosul, due battaglie assurte a simbolo e raccontate con enfasi e chiavi di lettura molto diverse. Marzio Babille è un medico triestino, da decenni lavora in aree di crisi e guerra. Oggi è Advisor del ministero degli Esteri in Iraq. Il suo compito «è proporre al governo interventi strategici e metodologie di lavoro per la stabilizzazione delle aree liberate dall’Isis». In questo scenario ha una sola certezza: «Bisogna applicare il diritto umanitario internazionale e proteggere i civili. Riconoscere gli innocenti, anche se talvolta sono difficili da individuare. E aiutarli».

Cosa succede in Iraq?

Il quadro è complesso per la molteplicità degli attori, ognuno espressione di parti politiche diverse. Nella liberazione di Mosul, iniziata il 17 ottobre, abbiamo l’esercito federale iracheno proveniente da sud, molto rallentato nelle operazioni, i peshmerga curdi da nord e da est che hanno liberato le aree loro assegnate, ed a ovest le milizie sciite, le cui violazioni dei diritti umani nei confronti dei civili sunniti sono già state oggetto di severe critiche internazionali dopo la liberazione di Falluja. Infine, l’appoggio decisivo dei bombardamenti della coalizione a guida Usa.

I risultati militari?

Circa il 60% del territorio preso da Isis nel 2014 è stato liberato, con un bilancio di vittime indefinito ma enorme.

Quindi l’Isis sta per essere sconfitto?

Sul piano militare non si può essere ottimisti se non ci sarà una liberazione simultanea, o quasi, di Mosul in Iraq e Raqqa in Siria, roccaforti militari ma anche politico-economiche. Chi pensa di fare il gioco in due tempi sbaglia perché aumenteranno le gravi conseguenze per la popolazione locale e i rischi per il quadro internazionale.

A Mosul a che punto siamo?

L’esercito terrorista è in grande difficoltà, ha perso uomini, armamenti, trasporti, approvvigionamenti. E soprattutto i pozzi petroliferi. L’Isis continua però a combattere una guerra ben organizzata, senza quartiere: un vasto sistema di tunnel sotterranei equipaggiati per lunga resistenza, attentatori suicidi, mine, attacchi mirati con mortai, cecchini. Sono elementi che ritardano considerevolmente le operazioni delle truppe federali. La parte est della città è stata in gran parte liberata perché meno difendibile, ma quella al di là del Tigri, a ovest, è ancora nelle mani dei terroristi.

Gli scudi umani?

Esistono i civili che collaborano con Isis o ne fanno parte, e quelli che, stremati, spingono per mettersi in salvo, diventando bersagli. Esiste nelle ultime settimane il problema, non dissimile da ciò che avviene in Siria, della deliberata uccisione di civili che vogliono abbandonare le zone di residenza.

La situazione umanitaria?

Dopo 10 settimane, la situazione per circa un milione di civili nella città e dei distretti vicini, è di altissima criticità. Cibo e medicinali sono in gran parte esauriti, non diversamente da Aleppo. Diversi nodi del sistema di distribuzione idrica sono stati fatti esplodere dai jihadisti. È impressionante l’estensione e la concentrazione di trappole esplosive. L’accesso umanitario alla popolazione è variabile. Anche nelle zone liberate da poco è molto pericoloso. È difficile raggiungere le famiglie laddove ne hanno bisogno. Nei giorni scorsi l’Isis ha preso a colpi di mortaio una folla accorsa a una distribuzione di cibo a Gogjali, quartiere di Mosul est.

Evacuarli?

Bisogna smettere di pensare che siano i civili a dover raggiungere i servizi, spesso con esodi di sofferenza indicibile. I corridoi umanitari vanno negoziati o imposti. Sono i sistemi che devono raggiungere bambini, donne, anziani. Ben vengano l’evacuazione di Aleppo o Mosul est, ma non possiamo aspettarci sempre di evacuare le persone dalle aree di crisi. Nel caso di Aleppo, questa è la grande sconfitta delle nazioni unite. Troppe indecisioni, troppa burocrazia ed eccessive precauzioni rallentano i piani d’azione. Bisogna cambiare radicalmente il modo di programmare gli interventi con un controllo del rischio accettabile. Ciò vale per l’Onu ma anche per tutte le grandi potenze. Sta già avvenendo in parte in Siria.

In che senso?

Lì le evacuazioni sono rimaste in mano a Damasco, Mosca e Ankara. Al contrario di quel che passa sui grandi media, i piani si stanno realizzando anche seriamente. Certo poi ci sono aspetti a cui guardo con interesse ed attenzione.

Quali?

Vedo che l’ex fronte di Al Nusra, braccio di Al-Qaeda in Siria, ha cambiato nome e si chiama Jabhat Fateh al-Sham ed ora da gruppo “terrorista” è chiamato “ribelle” dall’Occidente. Vedo anche operazioni che oltre a famiglie evacuano anche parte di questi combattenti. È un fenomeno nuovo. Non ho un giudizio da dare, ma è un nuovo aspetto politico che ha importanti conseguenze sui codici internazionali di intervento umanitario. E vedo racconti molto differenti fra Siria e Iraq, con grandi semplificazioni.

Ovvero?

Mi riferisco ai dati ed alle conseguenze, ad esempio. Da Aleppo sono fuggite 90mila persone, da Mosul in poche settimane 106mila, eppure l’immagine passata è diversa. La Siria rimane sovraesposta. Se si vuole colpire i russi si dice che bombardano i bambini. Ma le vittime civili dei bombardamenti esistono anche a Mosul dove a bombardare c’è la coalizione. C’è difficoltà a trovare un equilibrio narrativo e standard interpretativi. Credo che gli innocenti siano visibili anche se in situazioni di confusione possono essere difficili da identificare.

In che senso?

Faccio un esempio. Una bambina sunnita di 4 anni di nome Nour è fuggita assieme alla famiglia, dopo essere stata ferita gravemente ad una gamba nel corso di un bombardamento della coalizione, a Maqukh, un villaggio periferico di Mosul sud. Per caso è stata recuperata dal giornalista del Tg1 Amedeo Ricucci che l’ha portata da noi. Ora, insieme, stiamo cercando di farla venire a Roma per salvarle la gamba. Quella bambina, sua madre, sua zia sono innocenti. Suo padre, però, è stato fermato dai peshmerga perché sospettato di avere legami con Isis. È difficile conoscere la verità. Io so che quella bambina, come i bambini di Aleppo, è la vera vittima e non possiamo né dobbiamo chiederle da dove viene e chi sia, prima di aiutarla.

Che fare quindi?

Per prima cosa bisogna liberare le zone occupate dall’Isis e aiutare la gente che ha dovuto vivere sotto il loro giogo. Alcuni subendolo, altri meno. È indispensabile proteggere la popolazione civile, con alcune iniziative necessarie per tutelare la sicurezza. Un fatto di cui prendere atto senza le speculazioni orribili che sento in Italia. Anche perché è l’unico modo per impedire che l’onda lunga arrivi fino a noi, com’è successo a Berlino. L’Italia può giocare un ruolo chiave nella stabilizzazione in tutta l’area.

Come?

È necessario perseguire i corridoi umanitari e la risposta rapida e stabilizzare assistenza e riconciliazione nelle zone liberate, subito. Servono innovazione, capacità tecnica, negoziazione, caparbietà. E risorse, ovviamente. Credo sia cruciale assistere e sostenere con intensità ed efficacia localmente per mitigare conseguenze internazionali in Europa. Secondariamente, come verranno eseguite le operazioni militari determinerà ciò che accadrà dopo. Per Mosul, capitale storicamente multietnica e multiculturale delle provincia di Ninive, servirà grande equilibrio politico, riconciliazione e rappresentatività di tutti i gruppi: sunniti, sciiti, cristiani, yezidi. La provincia stessa dovrà riorganizzarsi probabilmente su basi nuove.

Non è facile.

Globalmente sono pessimista sui tempi di miglioramento. Servirà molto tempo per avanzare le componenti militare, umanitaria, istituzionale e politica. Il terrorismo continuerà. Potrebbero anche esistere errori di decisione e rischi di svolte improvvise generate da questi errori. Oltre alle necessarie misure istituzionali, dobbiamo convivere con questo nuovo elemento che è già presente nella nostra vita e non c’è una ricetta semplice. Se un terrorista va fermato prima che arrivi a casa tua, credo sia necessario mantenere e rilanciare i principi che ispirano la nostra vita civile, senza scivolare nelle paure e nelle persecuzioni che non devono più far parte dell’Europa. Molto dipende da una gestione competente e moderna del fenomeno della migrazione nel nostro paese. Oltre a ciò, molto dipenderà dall’informazione pubblica, dalla priorità dedicata alla discussione democratica di questi temi, e dal grado di preparazione della nostra società che mi sembra insufficiente. Questa contraddizione è un obbligo su cui ci giochiamo tutto. Eppure è proprio il punto su cui sono ottimista. Come sempre accade, le persone trovano infine la capacità di superare la parte esclusivamente emotiva.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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