Le elezioni viste da un antimoderno. Intervista a Massimo Fini

Pubblicato su Il Piccolo il 14 giugno 2016.

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La diserzione delle urne non è un sintomo disaffezione dalla politica, è un «voto di sfiducia totale alla classe dirigente». A dirlo è il giornalista e pensatore Massimo Fini, uno che della democrazia è critico dai tempi in cui si celebrava la “fine della storia”, poi non pervenuta. E che del non voto ha fatto una linea di condotta personale: «La mia religione non me lo consente». A settembre Marsilio pubblicherà in un unico volume la raccolta degli scritti filosofici («fra mille virgolette») e ideologici di Fini, con il titolo La modernità di un antimoderno. L’astensionismo crescente, di cui Trieste è stata capofila all’ultima tornata elettorale, sembra confermare molte delle sue diagnosi.

Fini, a Trieste ha votato poco più di un elettore su due. Nel resto del Paese è andata meglio, ma la tendenza ormai è questa.

Il vostro dato un po’ mi meraviglia. Trieste è sempre stata una città civilissima, a sé rispetto all’Italia. Se io fossi triestino mi adopererei per il ritorno all’impero austroungarico, ma questo lasciamolo da parte. Che accada anche lì mi pare significativo.

Significativo di cosa?

Il cittadino italiano non crede più alla politica in generale. E in particolare alla classe politica degli ultimi trent’anni. I Cinque stelle salvano l’apparenza della democrazia: se non ci fossero, i loro elettori non andrebbero mai a votare e l’astensione sarebbe al 60%. Inutile che accampino scuse, diano la colpa al ponte, in Italia l’affluenza è sempre stata alta. Ora praticamente uno su due non vota.

Anche all’estero, però, gli elettori latitano.

Sì ma in modo molto diverso. In linea di massima credono ai loro politici, per cui che governi uno o l’altro si fidano. In Italia l’astensione è un voto di sfiducia totale alla classe dirigente.

È una crisi dei partiti o della democrazia?

La crisi della democrazia discende dai partiti. Questi ultimi non sono l’essenza del sistema, come si usa dire. Sono la sua fine. O meglio, la fine della democrazia liberale. Il pensiero liberale voleva valorizzare capacità e meriti del singolo individuo, tutto ciò che è lobby tradisce questo pensiero.

Partiti inclusi, quindi.

L’ha detto bene la scuola elitista italiana all’inizio del Novecento: cento che agiscono di concerto fra di loro prevarranno sempre su mille che agiscono liberamente. Che poi questi ultimi sarebbero i cittadini ideali di una democrazia liberale, se esistesse davvero.

E non esiste?

La nostra non lo è di sicuro. Ormai anche Sartori è costretto a chiamarla poliarchia. In realtà sono aristocrazie mascherate, spesso criminali e comunque intimamente mafiose. Gioca anche il fatto che l’Italia è il paese del familismo. Ma fin che mi rivolgevo allo zio vescovo era una cosa, quel che accade oggi è inguardabile. Altrove sarebbe già scoppiata una rivolta sociale.

Perché qui no?

Perché a noi il benessere c’ha fatto male. Ci ha infiacchito, indebolito, nessuno è disposto a rischiar nulla. Accettiamo la situazione nonostante l’incredibile corruzione. Una corruzione che discendendo attraverso i legami personali ha infettato la stragrande maggioranza dei cittadini. Ognuno guarda al proprio tornaconto e nel frattempo va a spasso il Paese.

L’offerta politica dei partiti di governo è sempre più simile. Basti pensare al Pd di Renzi, difficile da incasellare a destra o sinistra. Come la vede?

Parto da lontano. Destra e sinistra sono categorie con oltre due secoli di storia. Oggi non interpretano più le vere esigenze dell’uomo contemporaneo. Ecco perché la distanza fra le due vetero categorie è minima. Che differenza ci sia fra Sala e Parisi a Milano nessuno riesce a capirlo. Unica a eccezione, anche se un po’ confusa, il M5S.

Quali sarebbero le esigenze vere di oggi?

Le esigenze esistenziali prima di quelle economiche. Quel che manca a noi tutti è il tempo, il vero valore della vita. Gli unici a prendere in considerazione il problema sono i Cinque stelle. Ma appunto, anche se mi sono simpatici non li voto. La mia religione non me lo consente.

Vede altri esempi di alternative politiche in Europa?

I cosiddetti populismi esprimono senz’altro questo disprezzo verso la politica tradizionale. Ma dipende da paese a paese. Ad esempio io trovo che Merkel sia l’unico uomo di stato europeo. Una politica in testa ce l’ha. Se ci si chiede cos’abbia in testa Renzi o chi per lui, non si sa cosa rispondere.

Cosa pensa della Lega di Salvini?

Oggi la Lega fa un discorso nazionalista perché le conviene. L’immigrazione le consente di farlo, mentre la Lega di Bossi non c’ha neanche mai provato. In ogni caso quello di Salvini è un partito come un altro. Il movimento di Bossi, seppur per poco tempo, fu realmente rivoluzionario.

Oggi va di moda prendersela con l’Europa.

È un gioco facile da fare. Cominciamo piuttosto a guardare in casa nostra. L’Ue è nata male, su basi economiche anziché politiche, come avrebbe dovuto. Ma questo lo sapevano anche i suoi padri fondatori. È che gli americani non l’avrebbero mai permesso.

Il livellamento dell’offerta politica coincide con una mutazione del linguaggio. L’altro giorno a Trieste Vittorio Sgarbi ha dato delle “teste di cazzo” agli elettori di centrosinistra.

È l’effetto di un mutamento culturale. Siamo diventati un paese estremamente volgare. Ciò si riflette anche sulla politica. La televisione c’ha messo del suo, dopo la stupenda fase di Ettore Bernabei: ormai si rimpiange tutto, tocca rimpiangere anche i democristiani. Poi oggi ci si aggiungono anche i social network. Tutte cose che se comandassi il Paese abolirei all’istante.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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