Provare a salvare il mondo. Intervista a Marzio Babille

Pubblicato da Il Piccolo il 3 dicembre 2015.

Marzio Babille è un medico triestino. Da 25 anni opera all’estero, soltanto in paesi colpiti da guerre e crisi umanitarie in Asia, Africa o Medio Oriente. Ha lavorato con la cooperazione italiana e poi per otto anni in India con Unicef, poi in Ciad, Libia e Iraq. Fino all’aprile scorso il medico ha lavorato come Rappresentante dell’Unicef in Iraq, impegnato a fronteggiare l’emergenza generata dal proliferare dei conflitti nell’area. Oggi è Advisor del Ministero degli Esteri nello stesso paese. Il suo compito, spiega, «è proporre al governo interventi strategici metodologie di lavoro per la stabilizzazione delle aree liberate dall’Isis».

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La scena si svolge cinque giorni fa nel campo per rifugiati di Sharia nel Kurdistan iracheno. Un uomo, padre di sei figli, è sfuggito con la famiglia ai massacri dell’Isis contro la sua comunità, gli yazidi. L’uomo guarda negli occhi Marzio Babille, medico triestino da oltre vent’anni impegnato in cause umanitarie, e gli dice: «Quando guardo AL futuro dei miei figli non vedo niente». Oggi, in queste ore, quell’uomo sta attraversando la Turchia per mettersi nelle mani di qualche trafficante che, al prezzo dei suoi ultimi dollari, lo porti in Grecia.

A raccontarne la storia è lo stesso Babille, appena tornato a Trieste: «Non posso più accettare frasi come quella – dice -. Oggi più che mai abbiamo il dovere di rispondere con strategie efficaci, realistiche ed innovative la svolta d’epoca delle migrazioni».

Dottore, perché quell’uomo ha lasciato il campo profughi?

Le popolazioni rifugiate e sfollate della Siria e dell’Iraq, che già hanno perso tutto, terra, casa, lavoro, stanno perdendo anche il livello minimo di assistenza che la comunità internazionale garantiva fino a poco tempo fa nei campi profughi del Kurdistan iracheno. E vanno ad aggiungersi alla massa dei migranti.

Come mai?

Gli appelli dell’Onu e delle Ong per il sostegno alle attività di assistenza umanitaria faticano a passare. I servizi di sanità, educazione, igiene, rifornimento d’acqua, protezione stati finanziati solo al 40% dai donatori nel 2015.

I risultati?

Sono 181 le cliniche chiuse. Il 40% delle scuole primarie non ha più insegnanti. Una parte dei 3.4 milioni che negli ultimi 18 mesi ha ricevuto protezione e assistenza di base da parte delle Nazioni Unite non ha più la possibilità di vivere degnamente.

Ciò rafforza l’esodo.

Nelle ultime tre settimane sono arrivati in Grecia 110 mila rifugiati e all’orizzonte non ci sono segnali di riduzione degli arrivi, stimati a 3-5mila al giorno. Chi sosteneva che l’inverno avrebbe invertito i flussi sbagliava. Questo non è un fenomeno transitorio: è una svolta epocale nella storia del mondo, e al momento l’Europa è l’epicentro dell’accoglienza.

Come valuta l’accordo dell’Ue con la Turchia?

È più che benvenuto, ma arriva tardi ed è solo una parte della soluzione al problema. L’Ue stanzierà ad Ankara tre miliardi di euro, di cui 2.3 subito, per sostenere il governo nell’assistenza ai due milioni e 300mila rifugiati siriani in territorio turco e al contempo combattere il traffico di esseri umani condotto dalle mafie. Ma le linee guida sono ancora vaghe. Secondo alcuni osservatori, con cui concordo, l’accordo dovrebbe prevedere almeno tre strumenti specifici.

Quali?

Primo: sostenere i rifugiati nell’autosufficienza famigliare. Ci sono diversi strumenti per farlo, non ultimo il diretto conferimento di fondi alle famiglie: i soldi impiegati così non vengono mai dispersi, sono sempre usati per mitigare le priorità famigliari. Secondo: offerte immediate di istruzione ai giovani e ai bambini rifugiati in Turchia. Terzo: supporto alle comunità riceventi. Il 40% dei rifugiati siriani, non solo in Turchia, vivono presso famiglie, in appartamenti in affitto. Sostenere le comunità ospitanti è un cardine dell’accoglienza.

Obiettivi raggiungibili?

Sì, ma serve tempo per farlo, perciò bisogna iniziare subito, attraverso dialogo e stretta collaborazione.

Sul fronte della sicurezza?

Il piano Ue-Turchia di ottobre desta un interrogativo. La facilitazione dei visti per l’Europa sui passaporti turchi richiede uno sforzo di controllo, perché quei documenti sono facili da contraffare. Se vogliamo contrastare canali illegali di immigrazione e le possibili infiltrazioni bisognerà monitorare la situazione congiuntamente, assieme alle autorità turche, con la massima vigilanza.

Quali sono gli effetti dei muri sorti nei Balcani?

Prende piede una nuova rotta. Chi ha le ultime risorse raggiunge il Libano e da lì si imbarca in voli per la Mauritania. Lì si è creata un’economia di trasporto e traffico che porta i migranti attraverso il deserto, in Marocco e in Libia, fino al Mediterraneo.

Torneranno i barconi?

Sì. Dobbiamo capire che chi fugge per sopravvivere non si può fermare. E non lo si deve fermare. Chiudere i confini serve solo a far aumentare l’illegalità. In questo senso la Turchia dovrebbe tenere aperto il confine con la Siria.

Cosa fare allora?

Serve una strategia europea diversificata di assistenza e intervento, come indicato dal governo italiano. Dare attenzione alla sponda nordafricana, pensare allo screening dei migranti all’origine. Per farlo serve ampio consenso politico- diplomatico e impegno finanziario: bisogna infatti schierare personale per lo screening in Libia, Tunisia, Turchia. E poi ancora intervenire sugli stati di transito come Niger, Ciad con progetti di sviluppo. Incentivare quei paesi nella lotta al traffico di esseri umani. Ad esempio creare capacità e addestrare le loro forze di sicurezza, magari inserendo attività innovative come la prevenzione della violenza su donne e bambini. Sono cose che si possono fare con risorse limitate ma che avrebbero un impatto importantissimo.

Veniamo alla crisi militare. L’Isis si può sconfiggere?

È mia opinione personale, slegata dalla mia funzione, che Isis abbia purtroppo avuto tempo e opportunità di consolidarsi come stato. Concordo con chi dice che il califfato non si abbatte senza operazioni di sicurezza sul terreno. Penso però che queste debbano essere condotte dalle tribù sunnite che si oppongono a Isis e da contingenti dei paesi arabi a sostegno della coalizione. Sarebbe un colpo tremendo per lo Stato islamico.

I curdi?

I Peshmerga del Kurdistan e le milizie del Pyd curde siriane meritano il credito internazionale che hanno. Continuano ad essere l’elemento decisivo sul terreno, così come il governo autonomo del Kurdistan nel sostegno a 1.5 milioni di sfollati e rifugiati e nella protezione delle minoranze cristiane e yazide.

Quali sono i punti di forza di Isis?

La loro struttura militare ha due caratteristiche. Il rigore della catena di comando, improntata a disciplina assoluta, e gli armamenti catturati nel 2014, che sono ingenti.

E il loro ramo libico?

È davvero parte dell’estensione dello Stato islamico. Controllano Sirte, cercano il controllo sui pozzi petroliferi e premono su Bengasi e a Est. Il governo europeo sta accordando grandissima attenzione agli sviluppi in Libia. Bengasi è uno storico epicentro del fondamentalismo, il suo eventuale controllo da parte dell’Isis avrebbe conseguenze pesanti.

Con ulteriori contraccolpi umanitari.

Tutti i conflitti creano sfollamento e profughi. Così come d’ora in poi lo faranno sempre più le conseguenze dei cambiamenti climatici. Sono fenomeni di portata globale, com’è evidente. Mai come ora sono necessari dati, strategie, capacità e risorse per coniugare assistenza umanitaria e sviluppo, e sostenere interventi ed iniziative nelle migrazioni. Questa è una fase storica nuova della nostra vita, dobbiamo capirlo. Gli stati e i governi devono investire nella comunicazione, nell’informazione pubblica e nelle dovute forme di preparazione della comunità e dei giovani, per evitare tanto le leggerezza o la superficialità, quanto il diffondersi di paure e pregiudizi pericolosi per la coesione sociale.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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