Lo sfregiato

hu

Tobruk, 1942.

Il porto pullula di navi. Come sciami di formiche, i trasporti della marina italiana fanno la spola tra Europa e Africa, portando rifornimenti alle forze dell’Asse. A est di Tobruk, l’Afrika Korps di Rommel si dirige verso l’Egitto, decisa a stroncare una volta per tutte la resistenza dell’Impero Britannico.

Come altrettanti sciami di vespe, gli stormi della RAF sorvolano i percorsi dei rifornimenti, cercando di staccare la spina all’armata nemica. E’ per questo che nel cielo di Tobruk, quel giorno, risuonano le sirene. In lontananza il cielo diventa scuro. Stanno arrivando.

C’è un momento, durante i bombardamenti, dominato da una pace inquietante: si tratta di quei pochi minuti che vanno da quando l’ultimo rifugio ha sbarrato la porta alla caduta delle bombe.

E’ proprio in quel momento che sulle strade di Tobruk compaiono due marinai italiani. Corrono piegati, radenti ai muri.

Davanti un tipo robusto, lo sfregiato. Una lunga, sottile cicatrice gli segna la guancia, da sotto l’occhio alla mandibola. La pelle è nera per il sole. E’ di Monfalcone, ma mezzo sloveno. Porta un cognome italianizzato.

Dietro di lui Jure, l’amico inseparabile. Viene da un paesino sul Carso sopra Trieste.

I due corrono tra le vie deserte, mentre i bombardieri della RAF si avvicinano. Si infilano in un magazzino incustodito. Ne escono pochi minuti dopo, mentre cadono le prime bombe sul porto. Colonne di fumo si alzano sulla città. Jure e lo sfregiato corrono col demonio alle calcagna verso il rifugio più vicino. Entrambi portano borse visibilmente piene.

Pochi giorni dopo, i due marinai fanno un sacco di soldi. Vendono sul mercato nero il caffè dell’esercito italiano.

Pola, 8 settembre 1943.

Pola è il punto di raccolta degli equipaggi delle navi affondate, la città è piena di marinai in attesa di essere riassegnati. Niente di nuovo per Jure e lo sfregiato, sono stati affondati altre volte in precedenza.

La notizia dell’armistizio lascia tutti di stucco. E adesso? Che si fa? Muli, mi torno casa.

Nella notte lo sfregiato, Jure e un triestino si impossessano di una piccola barca a remi. Baia per baia, risalgono la costa dell’Istria. Lentamente, tornano a casa, al golfo di Trieste.

Arrivato a Monfalcone, lo sfregiato torna dalla famiglia, pensa di andare a lavorare ai cantieri navali. Si sbaglia. Secondo le direttive dell’Operazione Alarico le divisioni naziste occupano il Regno d’Italia, reo d’esser passato al nemico.

Lasciata sulle onde del mediterraneo, la guerra viene a bussare alle porte di casa. Ancora una volta, che si fa? O si va con i fascisti, o si va in montagna. Vado in montagna, dice lo sfregiato, e con lui suo fratello Aldo.

Tra 1943 e il 1945, zona di confine tra Slovenia e Italia, ora Operationszone Adriatisches Küstenland sotto diretto controllo del Terzo Reich.

I partigiani di Tito colpiscono ovunque. Sono una spina nel fianco per le forze tedesche e della repubblica di Salò. Tendono agguati, attentati, bruciano i rifornimenti. Poi spariscono tra le montagne. Tra loro moltissimi italiani. E tra questi, un partigiano sfregiato. Combatte nel IX Corpus. Non ha paura di nulla, gli daranno pure una medaglia dopo la guerra. E’ diventato comunista: Tito rimarrà sempre intoccabile per lui.

Aprile-maggio 1945.

Gli ultimi combattimenti sono feroci. Lo sfregiato cade da un ponte nel corso di uno scontro: la ferita è molto brutta. L’infezione si espande scura lungo il braccio.

Aerei inglesi atterrano sulle colline dei partigiani, dove portano rifornimenti e ripartono con i feriti. Li portano a sud, dove gli americani hanno la penicillina e salvano la pelle pure a quelli che tutti danno per spacciati. Lo sfregiato viene visto mentre lo caricano su uno di quegli aerei.

Monfalcone, agosto 1945.

Mia nonna paterna Lidia è una ragazza e vive nelle case popolari alle pendici del Carso. E’ un pomeriggio caldo quando da lontano vede avvicinarsi un soldato americano vestito di tutto punto. Lo osserva bene. Una cicatrice sul viso. E’ suo fratello.

Mama! Mama! Xe tornà Sergio! No’l xe morto! Xe tornà Sergio! Al xe tut vestì de ‘merican!

Arriva a casa, Sergio. Caterina, la madre, gli chiede dov’è stato, perché non è tornato prima. La guerra è finita da mesi in Europa. Si sapeva che era ferito e gli inglesi l’avevano portato via. Ormai tutti lo credevano morto.

Iero a Bari, coi americani. Se stava benon, là.

Annunci

Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
Questa voce è stata pubblicata in Racconti e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...