Intervista a Lapo Pistelli

Pubblicato da Il Piccolo il 21 marzo 2015.

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Nel mosaico mediorientale le parole sono importanti. Quando parla di quello che molti chiamano “Stato islamico”, il viceministro degli Esteri Lapo Pistelli dice «Daesh», ovvero il termine spregiativo usato dalla resistenza al sedicente califfato in Siria ed Iraq. E la collaborazione con il mondo islamico del Medioriente e del Maghreb nella lotta alla nuova generazione jihadista sembra essere la linea guida del governo per uscire dalla logica dello scontro di civiltà. Nell’ambito degli incontri di ieri a Trieste Pistelli ha affrontato i diversi nodi della politica mediterranea.

Pistelli, cosa può fare l’Italia per aiutare la Tunisia?

La domanda è cosa può fare l’Europa. Non credo a politiche solo nazionali verso un fenomeno regionale come questo. La Tunisia è l’unico motivo di speranza in un arco di instabilità dove è in pieno vigore un ciclo controrivoluzionario, per così dire. E’ una democrazia fragile ma ha sperimentato una riforma costituzionale, l’alternanza, due elezioni e ha un’infrastruttura sociale e civile molto ricca. Colpire un paese che vede nel turismo una fonte d’introito a doppia cifra nel proprio Pil significa attentare alla sua democrazia. Credo che la prima risposta debba essere una conferenza regionale ed europea di paesi disponibili ad aiutare l’economia tunisina a resistere a questi attacchi.

Tunisi detiene anche il record di foreign fighters.

Sì, sono circa 3mila i tunisini che, secondo le stime, si sono uniti a Daesh in Siria e in Iraq. Circa 500 sono tornati in patria, un numero considerevole. Da questo punto di vista è preziosa non solo la buona qualità dei servizi tunisini, ma la crescente collaborazione d’intelligence che i paesi vicini, gli europei e gli americani forniscono per monitorare il ritorno di questi combattenti.

Qual è la situazione in Libia?

Siamo a un completo collasso istituzionale e a una faticosissima ricostruzione. La nostra preoccupazione è duplice. Da un lato far capire all’Ue, il presidente del consiglio è stato chiaro su questo, che la Libia non è solo un fatto italiano né un mero problema d’immigrazione. La Libia è la porta possibile dell’instabilità in Europa attraverso il crollo dell’intera regione. Deve salire nelle priorità delle agende europee.

La seconda?

Il dialogo tra le parti. Lo stiamo curando ma è ancora troppo lento rispetto al crescere della violenza. Dobbiamo finalizzarlo perché solo a partire da un embrione di accordo politico su una Libia unitaria, non due Libie, si può pensare a un dispositivo di protezione internazionale che metta al sicuro il paese da altri scenari di guerra. La Libia ha le risorse economiche e politiche per garantire da sola il proprio futuro. Qualcuno vuole cacciarla nella mappa di guerra del califfato e noi dobbiamo tenerla fuori da lì.

Le elezioni in Israele.

Nelle ultime 24 ore Netanyahu ha cercato di correggere l’affermazione che forse è stata decisiva alle urne: “con me mai nessuno stato palestinese”. Sono giorni intensi, credo che l’Europa debba prendere un ruolo diplomatico molto più assertivo rispetto al passato, visto che il rapporto bilaterale israelo-americano non ha avuto gli esiti che ci si immaginava. Si è letto in queste ore che l’irritazione alla Casa bianca avrebbe potuto raggiungere il punto di consentire all’Onu di dare il via a uno stato palestinese in termini unilaterali.

E ora?

Gli ultimi mesi dicono che è impossibile mantenere lo status quo. Serve uno scarto completo dell’azione diplomatica. Riteniamo che due popoli, due stati almeno per qualche tempo continui a rappresentare l’unica soluzione. Come governo siamo convinti che aggiungere un ulteriore, antico elemento d’innesco a una regione in fiamme ci farebbe vivere una stagione che nessuno di noi vuole vivere.

L’Italia sostiene i curdi in Iraq. Ci sono rapporti con quelli siriani?

Al momento non c’è alcun rapporto organizzato perché la Siria vive una storia diversa dall’Iraq. Baghdad ha, bene o male, un governo unitario che ha accettato che la regione curda ricevesse aiuti militari e logistici nell’ottica di un Iraq unitario. Purtroppo non si può dire lo stesso della Siria, dove sono diversi gli accenti fra gli attori regionali: c’è chi sostiene la priorità della caduta di Assad, chi della sconfitta di Daesh. Devo dire che i curdi siriani, il Pyd, sono riusciti non solo a difendersi ma a conquistare e tenere un pezzo di Siria. Lo scatto richiesto alla comunità internazionale è di dotarsi di un quadro strategico e diplomatico condiviso da tutti gli attori dell’area.

Lo Yemen è ormai una linea di faglia nella rivalità fra sunniti e sciiti.

Oltre che nell’influenza regionale tra Iran e Arabia saudita. Penso che lo scontro settario lì sia stato cavalcato e irrobustito al di là del reale. E’ una sorta di cartina tornasole del collasso della diplomazia regionale. La mia speranza? Se nelle prossime settimane si giungesse a un accordo sul nucleare iraniano, questo potrebbe essere prodromico a un diverso modo delle potenze regionali di affrontare i dossier dell’area come il Bahrein e la Siria. Lo Yemen potrebbe essere il primo laboratorio di questo dialogo.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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