Intervista a Luciano Violante

Pubblicato da Il Piccolo il 21 novembre 2014.

violantefini

Correva l’anno 1998 quando, in una Trieste blindatissima, l’allora presidente della Camera Luciano Violante prese parte a un incontro pubblico assieme a Gianfranco Fini in cui si discussero le vicende storiche del confine orientale al termine della Seconda guerra mondiale. Fino a quel momento foibe ed esodo erano eventi storici che rientravano nel discorso politico quasi esclusivo della destra nazionalista. Dopo quell’incontro diventarono un argomento di discussione e di presa di coscienza per tutto l’arco parlamentare, anche per quella sinistra ex comunista che con il problema non si era mai confrontata. Domani Luciano Violante sarebbe dovuto tornare a Trieste per partecipare al convegno sul “Confine orientale dal memorandum di Londra all’allargamento dell’Unione europea”, ancora una volta assieme a Fini, per confrontarsi sui temi di “politica revisionista e riscatto della memoria”. Non potrà esserci per impegni istituzionali, ma coglie l’occasione per tirare le somme di quanto avvenuto da quel lontano 1998.

Presidente, come nacque l’idea di quella svolta? Fu un’iniziativa individuale o fu frutto di una riflessione condivisa, magari anche a livello di partito?

Né una cosa, né l’altra. L’incontro partì dall’iniziativa di un gruppo di amici e compagni triestini, in particolare il professor Stelio Spadaro, che mi chiesero di approfondire l’argomento. Vennero a trovarmi e mi spinsero a studiare la storia del confine orientale, di cui fino a quel momento sapevo poco. Così feci. Quando mi proposero l’incontro assieme a Fini accettai, come fece anche lui, e così nacque quella giornata. La trovai una cosa molto seria, molto giusta, e per questo partecipai.

Da allora com’è cambiato il nostro rapporto con la storia del confine orientale?

Credo che l’intera vicenda sia un po’ meno isolata dal resto della storia italiana. Parliamo di un patrimonio storico e culturale ricchissimo che non si limita certo agli anni della Seconda guerra mondiale, ma prosegue poi e risale indietro nel tempo fino all’Ottocento. Quel patrimonio è stato a lungo emarginato per ragioni di interesse di ogni parte politica. Credo che ora quell’isolamento sia stato superato, se non del tutto almeno in parte; di certo siamo sulla buona strada.

Disponiamo di studi storici seri sulla storia del confine orientale. Ha mai pensato che gli avvenimenti più drammatici vengano a volte strumentalizzati dalla politica, magari per rinfocolare i nazionalismi?

C’è stato anche questo. La sinistra comunista ha delle gravi pecche, per aver fatto prevalere il rapporto politico con l’esercito di liberazione agli ordini di Tito rispetto alla indipendenza nazionale. Anche la destra ha le sue pecche: io ho l’impressione che abbiano tenuto il confine orientale in una sorta di ghetto per monopolizzarlo, a fini di consenso o anche per rinvigorire sentimenti nazionalisti. Ci sono poi responsabilità pesantissime del fascismo per quello che accadde durante l’occupazione italiana della Jugoslavia, che non fu cosa da educande e ha animato vendette e ritorsioni. Sono temi da trattare con grande attenzione: i punti di vista sono tanti e con diversi livelli di responsabilità.

La Germania pare aver fatto i conti fino in fondo con la sua storia. Pur con le dovute proporzioni, l’Italia fatica a prendere coscienza del suo passato coloniale ed espansionista in Africa e nei Balcani. Il centenario della guerra di Libia è passato quasi inosservato…

Non farei il paragone con la Germania, perché nazismo e Shoah sono vicende che si pongono su scala diversa rispetto al passato dell’Italia. E’ certamente vero però che noi facciamo fatica a fare una lettura serena e seriamente critica della nostra storia. Pesa la di visività propria della esperienza storica e culturale italiana: l’essere stati più spesso divisi che uniti. La storia è usata per attaccare l’altro che per capire sé stessi. Conseguentemente, l’Italia non riesce ad avere un rapporto limpido con la propria memoria; pensiamo ad esempio al modo un po’ passivo con sono stati vissuti i 150 anni dell’Unità. Ci è difficile sia guardare al futuro, che in tempi di crisi pare chiuso, ma non è così, sia al passato, a dispetto di tanto studi seri sull’argomento.

Lei vede soluzioni?

Penso che la parte più responsabile della classe dirigente debba uscire dalle secche di un eterno presente, per cui vale solo ciò che si fa qui ed ora, per favorire un’identità nazionale capace di guardare con rigore al passato e con sobrietà al futuro.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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