Das innere Erlebnis

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Monfalcone, 13 novembre 2013

Il carattere primordiale del processo tecnico. Da questo osservatorio una giornata di battaglie della Grande guerra non è molto diversa dal tifone che nelle scorse ore ha mietuto migliaia di vittime nelle Filippine. Si potrebbe tacciare di cinismo chi vede nei conflitti un’ineluttabilità pari ai disastri naturali. Semmai è il contrario: siamo arrivato al punto in cui ambo i fenomeni rispondono alle stesse logiche.

Nel pomeriggio siamo andati a passeggiare sul monte Sant’Elia. Il colle ospitava i morti della Terza Armata prima che il regime riunisse alla rinfusa tutte le ossa nell’antistante scalinata monumentale del Sacrario di Redipuglia. Scelta discutibile dal punto di vista estetico e umano, ma in linea con i tempi: tutto sommato fu l’appropriata trasformazione di ogni caduto in un milite ignoto.

Un viale risale il colle punteggiato di cipressi, affiancato dai cippi con le iscrizioni dedicate ai caduti e agli strumenti del conflitto. Di fronte alla carneficina della Grande guerra due sono gli atteggiamenti concepibili: prendere atto dell’insensatezza del massacro e adottare una posizione pacifista. Altrimenti è possibile farsi carico dell’assenza di senso per restare, o andare, über die Linie. Tertium non datur. La retorica patriottarda adottata da tutte le nazioni all’indomani del conflitto, che pervade le lapidi di Sant’Elia, è un insulto ai caduti. Eppure non manca qualche motto ispirato. Adorna il cippo dedicato alla ghirba:

O ghirba a me il tuo nome
sa certo d’ironia:
tu salvasti la tua
io non salvai la mia.

Sul retro dell’area monumentale un vecchio cancello arrugginito, aperto, offre una via d’accesso al bosco. Un sentiero piuttosto largo si inoltra tra gli alberi. In basso la terra rossa tappezzata di foglie, in alto i rami dai due lati arrivano a toccarsi. Lo percorriamo. Arrivati a una svolta a gomito uno squarcio nella vegetazione ha aperto allo sguardo la pianura sottostante, la fenditura orizzontale dell’autostrada. Al termine del sentiero, alla nostra sinistra, ho notato un circolo di cipressi invaso dai cespugli ingialliti dall’autunno. Al centro, nascosto dalle piante, un monumento abbandonato: lo costituisce uno scuro basamento in pietra sormontato da una colonna. L’epigrafe riporta uno stemma in cui un 17 incoronato copre due fucili incrociati. Forse si riferisce al 17esimo reggimento di fanteria “Acqui”, che combatté sul Carso, a Selz e sul monte Sei Busi. Nel conflitto mondiale successivo era a Cefalonia.

Sopra allo stemma un motto:

IN ARDUIS AUDAX
IN ASPERIS TENAX 

Lo prendo come il segnale a me destinato quest’oggi. Le corrispondenze sono talmente evidenti che F., cui al mattino ho raccontato il mio sogno, me le fa notare. La lezione di Chesterton aiuta a non cadere preda di una spirale di rimandi e al tempo stesso continuare vivere del lato magico del mondo: il matto non è colui che ha perso la ragione. E’ colui a cui non è rimasto altro.

 

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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2 risposte a Das innere Erlebnis

  1. Se è vero che l’Europa accede alla verità su se stessa attraverso la propria storia, sembrerebbe corretto leggerla come un inconscio.

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