Resistance is futile!

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Il monastero di Križanke a Lubiana fu fondato dall’ordine dei cavalieri teutonici nel Duecento. Negli anni Cinquanta del secolo scorso, statalizzato dal nuovo potere jugoslavo, fu trasformato in un tempio della cultura dall’architetto Jože Plečnik. Un contesto teutonico-socialista intonato alla perfezione alle figure che, accolte dal tripudio musicale dell’Inno alla Gioia, prendono possesso del palco e si avvicinano austere ai microfoni. E’ il 16 maggio dell’annus Domini 2014 e i Laibach presentano Spectre, l’ultimo disco, al loro pubblico storico, nella capitale slovena.

La liturgia politica totalitaria, fascista e socialista, prende corpo nella musica e nell’estetica del gruppo nato a Trbovlje (Slovenia) nel 1980. Ai loro albori i Laibach ottennero un effetto dirompente e disturbante: dissidenti a rovescio, incarnavano oltre ogni limite, senza ironia o prese di distanza, le premesse del regime jugoslavo. Ne svelavano così l’indegnità, anticipando gli orrori nazionalisti del decennio a venire. Da subito però è finita nel loro mirino anche la retorica della libertà dell’allora blocco occidentale.

Le conclusioni da trarre dall’opera decennale dei Laibach non possono trascendere la dimensione ipotetica, perché il senso stesso del progetto consiste nell’esplicita equidistanza da posizioni politiche definite. Sono tre quelle che mi vengono in mente mentre li vedo gesticolare rigidi sul palco, imbustati in divise nere e circondati da migliaia di fan di tutte le età.

Il primo pensiero è ovvio: il totalitarismo non è il contrario della nostra società, è il suo rimosso, il suo non detto. La società consumista non può prescindere dalla totalizzazione.

Il secondo è più sottile: non è soltanto la società ad essere totalitaria, lo sei anche tu. Nel vederli fischiettare un’assurda e trionfante marcetta, incoronati dalle bandiere dorate che sventolano sul maxischermo, è difficile trattenere l’entusiasmo. In ognuno di noi c’è un piccolo omino o una piccola donnina in divisa, sensibile all’irresistibile magnetismo della liturgia politica.

Il terzo è quanto mai azzardato: in una società sempre più totalizzante nella sostanza ma sempre più libertaria nelle forme (in cui il potere non è più un padre autoritario ma una sorta di padre edonista e comico, ambito in cui l’Italia è come al solito all’avanguardia), forse l’unico modo di svelare il meccanismo del potere è mettere in scena il contenuto liberatorio e libertario in una cornice autoritaria.

E’ un discorso sul filo del rasoio, in cui l’estetica scelta è al contempo monito di quel che è avvenuto nel secolo scorso e non deve più ripetersi. Gioco da fine dei tempi. I Laibach sono lo spettro dello spettro che una volta s’aggirava per l’Europa.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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2 risposte a Resistance is futile!

  1. Puntuale, ottimo articolo!
    Ho trovato questo in rete, forse l’hai già letto?
    http://xenopraxis.net/readings/zizek_laibach.pdf
    ciao!

  2. giovannitomasin ha detto:

    Oh sì, Slavoj e Laibach nella mia testa vanno a braccetto, sebbene di recente lui abbia “tradito” per i Rammstein, più funzionali al suo discorso pop (e più conosciuti). C’era da qualche parte anche una bella tesi su Laibach e sovraidentificazione, lunga e articolata, se ben ricordo…

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