Intervista a Massimo Cacciari

Pubblicato da Il Piccolo l’8 aprile 2014.

PRESENTAZIONE DEL LIBRO 'LA SVOLTA LETTERA AD UN PARTITO MAI NATO

Il brontolio dei cingoli dei carri armati alla frontiera fra Russia e Ucraina non è soltanto un simbolo della fragilità estrema della pace mondiale. Espone anche i nervi scoperti dell’Unione europea, impantanata in una lite fra Mosca e Washington che essa stessa ha contribuito a scatenare. A vent’anni dalla pubblicazione del suo libro Geofilosofia dell’Europa, il filosofo e politico veneziano Massimo Cacciari riflette sulle prospettive del Vecchio continente.

Cacciari, l’Europa appare indecisa, divisa com’è fra i legami economici con Mosca e quelli politici con gli Usa. Che ne pensa?

E’ indecisa per forza. L’Europa non può certo contraddire la posizione americana e al tempo stesso deve tener conto dei fondamentali interessi economici ed energetici che la uniscono alla Russia. Interessi anche personali che riguardano leader come Berlusconi, Prodi, Schröder. Prendiamone atto: in questo scenario l’Ue non può che barcamenarsi.

Si è spinto troppo per l’adesione di Kiev all’Ue?

Sì. Tutta la politica di allargamento è stata incauta e precipitosa. Un’operazione condotta in modo velleitario, gettando il cuore oltre l’ostacolo, mentre andava pensata e meditata. Ha finito per destare timori in Russia e porre problemi all’Europa stessa. Bisognava essere molto più realisti, laddove su altri fronti s’imponeva maggiore audacia, penso ad esempio all’unione politica.

La frittata è fatta. Come si sistema?

Si risolverà per conto suo, verrà accettato lo statu quo: la Russia si terrà la Crimea e l’Ucraina resterà nell’ambito europeo. Certo, Mosca suscita qualche timore: la sua è una politica imperiale e chi si illudeva al riguardo è un’anima bella. Credo però che i russi si fermeranno lì, i timori per il resto dell’Ucraina e gli stati baltici sono infondati. Resta il fatto che la Russia non può cessare di essere sé stessa: una volta puntava a Costantinopoli, oggi si accontenta della Crimea. La Russia è un impero, mica uno staterello europeo. Non è mica l’Italietta.

Cosa pensa di Vladimir Putin?

Putin è un russo, nato in Unione sovietica e cresciuto all’interno di quella prospettiva, di quella strategia. La sua funzione rispecchia quella della Russia, ed è naturale che una simile potenza possa apparire prepotente. Dopodiché il suo blocco di potere è profondamente diverso rispetto a quello del Partito comunista sovietico: è un sistema dominato da interessi di tipo economico, finanziario, probabilmente gangsteristico. Ma tutto ciò è accessorio rispetto al fatto che, nuovamente, la Russia è un impero. E gli imperi hanno dei destini. Uno dei destini di Mosca è di avere uno sbocco al mare, e quindi di non poter rinunciare alla Crimea.

In Ucraina si scontrano la visione russa e quella americana della politica estera. L’una basata sulle sfere d’influenza, l’altra su ideali universali.

Gli Usa oggi sono in ritirata. Stati uniti e Russia uscirono dalla Seconda guerra mondiale come potenze che aspiravano a svolgere un ruolo imperiale globale. Il sogno dei primi si infranse in Vietnam e dei secondi ai tempi di Gorbaciov. Dopo il crollo dell’Urss Washington ha rispolverato il sogno della preminenza globale: l’hanno perseguito Bush senior, in modo diverso Clinton, in modo delirante Bush junior. Ora, con Obama, hanno compreso che si tratta di una prospettiva irrealistica, e stanno gestendo una ritirata da tutti gli scenari. Restano però una potenza di primo piano, che come la Russia deve gestire le proprie aree di influenza.

Il mondo del futuro come sarà?

Sarà un mondo globalizzato ma anche policentrico, poliarchico, con tutti i problemi che ciò comporta. Le guerre saranno guerre locali, a meno che non entrino in scena altri soggetti che puntino a una politica imperiale globale. Ma per il momento il problema non si pone.

Veniamo all’Italia. Qualche giorno fa il senatore Mario Tronti, rivolgendosi al presidente del consiglio, ha citato il suo libro Geofilosofia dell’Europa invitando Renzi a impegnarsi per l’unione politica dei paesi europei. L’Italia può avere un ruolo simile?

Quel libro nasceva in un’epoca di maggiori speranze, auspicavo che una prospettiva politica, culturale e anche ideale potesse accompagnare la nascita dell’euro e potesse fare da collante per una classe politica europea. Oggi è molto più difficile. Ma se l’Europa vuole fare altro che gestire il proprio tramonto il fine deve essere quello.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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5 risposte a Intervista a Massimo Cacciari

  1. Humachina ha detto:

    Esiste un’Europa che non sia emisfero occidentale?

    Sempre ottimi contenuti su questo blog,
    ciao!

  2. NONfalcone.com ha detto:

    tutti hanno paura di questa russia, nessuno che parli mai di questa cina. che fa sta cina? in africa, che fa? buh.

  3. tovarishsukhov ha detto:

    L’intervista è molto interessante e non priva di saggezza. Su molte cose sono d’accordo sono a metà (penso che l’allargamento a est abbia paralizzato l’UE ma rispondesse anche a esigenze strategiche non indifferenti). Una cosa invece mi stupisce moltissimo, il tono quasi elogiativo con cui Cacciari contrappone la natura imperiale della Russia agli “staterelli europei”. è sicuramente vero che gli europei non escono bene dalla crisi ucraina, e che in questo frangente più che in ogni altro hanno dimostrato la mancanza di coesione, la problematica sudditanza verso gli Usa, e la complessiva rinuncia a pensare strategicamente che ci affligge.
    Però Cacciari sembra dimenticare cosa voglia dire essere un Impero, e quali valori la vocazione imperiale si porti dietro. Non voglio certo recuperare in funzione anti-russa, le accuse che l’interventismo democratico della prima guerra mondiale muoveva agli Imperi Centrali di allora, ma voglio solo ricordare che la vocazione imperiale della russia è il frutto di una società militarista, e autoritaria di cui i russi per primi pagano il prezzo. Le limitazioni alla libertà di stampa, di ricerca scientifica, nell’accesso agli archivi sono una parte essenziale di questa vocazione imperiale. Così come un’educazione autoritaria, incentrata su un rapporto estremamente gerarchico fra docente e discente e fra docenti e loro superiori (i casi di insegnanti e studenti caricati su autobus e portati a manifestare in supporto al governo sono documentati e numerosi). L’introduzione del manuale unico di storia (che, in realtà, si realizzerà probabilmente sotto forma di un manuale “privilegiato”, più che unico) accentuerà questa tendenza. Il nazionalismo trabocca dagli scaffali delle librerie russe, con best sellers che propongono una versione paranoica e aggressiva della storia recente.
    Non è raro in Russia sentire elogiare l’eccidio di Katyn o l’invasione della Cecoslovacchia del 1968. Così come è normale sentir parlare di stati cuscinetto, sfera d’influenza e altri simili concetti della geopolitica novecentesca.
    Il ruolo spropositato che la chiesa ortodossa ha assunto negli ultimi anni nella società russa dà ulteriore spessore alla vocazione imperiale. La costruzione di nuove chiese e l’apertura di nuove cappelle un po’ in ogni dove sono solo la faccia visibile di un crescente numero di minacce alla laicità dello Stato.
    La laicità dello Stato potrebbe essere del tutto scomparsa invece nelle zone del Caucaso dove gli emiri locali hanno scambiato dichiarazioni di fedeltà al potere centrale con lauti finanziamenti e orse libertà d’accesso alla sfera russa del crimine organizzato. Del resto, un confine confuso e destabilizzato è una parte essenziale di qualsiasi impero, perché fa risaltare l’ordine distante delle zone civilizzate dell’interno.
    In questo caso, io penso che dovremmo rivalutare gli staterelli europei e anche il loro sforzo di perseguire pacificamente, anche se in maniera contraddittoria, un’integrazione fatta di piccoli passi, in un complesso equilibrio fra tecnocrazia e democrazia. E penso che dovremmo essere assai più contenti di quel che non siamo di vivere in società in cui il pacifismo e l’antimilitarismo hanno tanto posto. Certo, in Germania esistono i neonazisti, in Italia la regione Lazio costruisce mausolei a Graziani e in Francia si voleva imporre agli insegnanti di sottolineare anche gli aspetti positivi del colonialismo, ma dovremmo essere contenti di vivere in società che permettono un dibattito anche a livello pubblico sul colonialismo e l’imperialismo, in paesi che – senza voler fare concessioni alla teoria dell’equivalenza fra totalitarismi – hanno fatto i conti con l’esperienza dell’autoritarismo novecentesco in maniera molto più profonda di quanto all’opinione pubblica russa non venga permesso oggi di discutere l’esperienza sovietica. è diventato di moda criticare il Sessantotto, l’antiautoritarismo, l’antipsichiatria, il femminismo etc. E invece proprio il contrasto con la società russa di oggi fa risaltare la drammatica positività di quelle esperienze, e fa rivalutare perfino le occupazioni stagionali dei licei italiani. Sicuramente la debolezza degli staterelli europei è l’altra faccia della presenza americana sul nostro continente. In parte, i movimenti di liberazione delle società europee si fanno anche scudo della Nato, ma c’è anche una grande forza nella debolezza degli staterelli europei.
    Del resto, che la Russia, con una popolazione di 145 milioni di abitanti (fra cui moltissimi migranti) e una forte dipendenza dall’estero per approvvigionamenti cruciali, sia davvero in grado di sostenere una politica all’altezza della retorica imperialista di cui sono prigonieri i suoi governanti e i suoi cittadini, è tutto da vedere. (riposto col mio nome)

  4. giovannitomasin ha detto:

    Non mi azzardo a fare l’esegeta del pensiero di Cacciari, ma quella sugli staterelli europei era proprio una battuta. In fondo il professore ha dedicato un bel po’ del suo tempo proprio a riflettere sul destino degli staterelli i cui pregi ben elenca nel suo commento. E’ per questo che l’ho intervistato, in fondo. Quanto alla dimensione imperiale della Russia, la mera constatazione non va scambiata per un’adesione.

    Grazie del suo articolato intervento, sul quale mi sento in grandissima parte di concordare.

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