“I circuiti celesti” di Emanuele Tonon

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Serve uno sguardo affilato per trapassare il velo di Maya della macchina dello spettacolo e cogliere la trama epica che innerva le imprese dei campioni del motociclismo. Emanuele Tonon quello sguardo ce l’ha. Lo dimostra I circuiti celesti (15 euro, 130 pagine, 66thand2nd editore), il volume in cui lo scrittore di Cormons racconta «la breve vita di Marco Simoncelli, angelo centauro». Dopo aver cantato la vita alienata della campagna industriale del Nordest, Tonon approda in quella romagnola, fucina naturale di motociclisti: «Da queste parti tutto ha la forma di un circuito». Lì nascono talenti come Rossi, Melandri, Capirossi. E Simoncelli: il centauro di Cattolica è ritratto senza seguire lo schema tradizionale della biografia.

Non c’è nulla di scolastico o convenzionale nella catena di visioni che Tonon usa per spalancare i momenti della vita del pilota. Gli esordi difficili, segnati dalle difficoltà economiche e da un talento che non tollera passi indietro, illuminati dalla complicità con il padre. Il passaggio dalle minimoto ai mostri che sfrecciano sui circuiti di tutto il mondo: i successi che proiettano Marco nell’Olimpo dei futuri eroi. E la fine che, dopo essere stata proiettata infinite volte su milioni di schermi morbosi, l’autore racconta con estrema discrezione.

Il punto di vista adottato da Tonon è duplice. Calandosi nella tuta di Simoncelli, descrive il brivido della pista, l’esperienza inaccessibile al comune mortale: «L’arrivo in griglia, lo sguardo avanti, la visiera calata per essere tutt’uno col metallo, la mano destra sul gas, il gioco del polso, il semaforo che si spegne, lo scatto e l’inizio di una lunga trance». Ma l’aspetto autobiografico è una delle costanti della scrittura dell’autore, che fornisce in questo caso la prospettiva dell’appassionato del motociclismo: «Per me era una cosa pazzesca guardare le moto che sfrecciavano davanti alle mie narici spalancate a trattenere l’odore di benzina. Quei proiettili umani erano lì. Come io ero lì». A unire le due tracce, in pista come nella fabbrica o nel convento, la lotta di chi parte dal nulla e punta al cielo.

L’intero racconto è incendiato dalla sete «verticale» dell’autore. Nell’universo di Tonon la trascendenza non può prescindere dalla carne, Dio stesso non offre una metafisica consolazione dal male e dalla morte. E’ in questo mondo desolato che l’epica antica risorge nella vita, eccezionale e umanissima, di Marco Simoncelli: «Non si vince per solo talento, mai. Si vince per un brodo perfetto, dove basta un solo grano di sale in più o in meno a rovinare tutto. La vita è la massima invenzione di esseri destinati a quell’altra invenzione che è la morte».

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Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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