Intervista a Claudio Martelli

Pubblicato da Il Piccolo il 7 gennaio 2014.

«Renzi ha dato prova della sua determinazione come leader di partito. Che sappia anche governare è tutto da dimostrare». Claudio Martelli sarà oggi alle 18 a Udine per presentare il suo ultimo libro “Ricordati di vivere”, una catena di ritratti incontrati dal politico socialista nel corso della sua lunga carriera. Un’esperienza pluridecennale dalla quale Martelli osserva l’odierno tramestio dei partiti italiani.

Cosa pensa di Matteo Renzi?

Apprezzo l’adrenalina e l’energia che dimostra, anche tenendo conto dei risultati accumulati nelle battaglie interne di partito. Ha dimostrato non solo determinazione, ma anche una certa abilità di manovra. Ma è troppo presto per pronunciarsi su tutto il resto. Un conto è la dialettica tra militanti, un conto è gestire i problemi del Paese. Certe volte si ha l’impressione che si lasci prendere da uno spirito da bullo…

Come nel caso di Fassina?

Ecco, una cosa non necessaria. Ma il punto non è tanto questo.

E qual è?

Siamo di fronte a una situazione strana. Il Pd ha due politiche: una è scaturita dalle elezioni, ed è quella del partito che non può fare a meno di alleati, prima nelle larghe intese ora con Alfano. L’altra linea, che si sta imponendo con Renzi, è il partito che vuole fare tutto da solo. Ma è una scommessa non facile: restano Berlusconi e Grillo da battere. Possibile, ma non scontato.

I rapporti fra Pd e governo.

Rilevo una tendenza alla banalizzazione, alla semplificazione da parte del Pd: ad esempio non sono certo sia una saggia idea chiedere al senato di votare la propria abolizione. Così come porre al governo la questione delle unioni civili, quando è di pertinenza del parlamento. Il Pd presenti un disegno di legge e convinca le altre forze a votarlo. Renzi dovrebbe smettere di mettere in difficoltà l’esecutivo ogni cinque minuti. Piuttosto dovrebbe spingerli a fare quello che possono fare: ad esempio la legge elettorale.

E del governo cosa pensa?

Intendiamoci, il contesto è quello che è. L’impressione è che siano in preda a una certa vaghezza, se non addirittura inconsistenza. Più che di Letta, penso che la responsabilità sia di Saccomanni.

Perché?

Il problema principale oggi è l’economia. Oltre a concretizzare poco, il ministro comunica male anche quello che fa. E questo non aiuta.

Un giudizio su Enrico Letta.

Mi ricorda una definizione che Aldo Moro diede di Flaminio Piccoli: un misto di abnegazione e opportunismo. Ovviamente Letta non c’entra nulla con Piccoli e sono conscio delle difficoltà che si trova a gestire. Vedo però una certa povertà di idee: è abile nel riempire di promesse e sottolineature, in fondo di parole, quello che appare come un vuoto dell’azione politica.

Ora su Angelino Alfano.

Non nutro grande fiducia in questi movimenti tutti interni al ceto politico, un po’ imposti dalle circostanze. Nel momento in cui Alfano dà per scontato che rimarrà nel centrodestra e che rinnoverà l’alleanza con Berlusconi, mi sembra difficile che il suo spazio possa allargarsi.

Quanto durerà l’esecutivo?

Questo è il momento più difficile. La domanda vera è: possiamo permetterci a lungo un governo simile? Penso di no. Renzi ha ragione quando dice che devono cambiare passo. Ci sono cambiamenti che vanno fatti: la legislazione sul lavoro è obsoleta e va riformata; la spesa pubblica va abbattuta, e non parlo solo dei costi della politica. Sono interventi urgenti non più rimandabili: a volte però ho l’impressione che quel che manca non sia la volontà politica, ma la capacità di farlo.

Il fenomeno di Beppe Grillo.

Come tutte le fioriture di un mattino, può appassire in un attimo. L’impianto del M5S, in fondo, dà una sensazione di precarietà. E’ vero, ha dato espressione all’esigenza di una democrazia nuova, più diretta, attraverso la rete. Fino ad ora, però, i social network sono stati più uno strumento di conquista del consenso che di governo. Per governare servono idee, caparbietà, la duttilità dell’arte politica: qualità che mi pare siano fuori dalla portata di Grillo, che continua a scommettere sul tanto peggio, tanto meglio.

Silvio Berlusconi. E’ davvero finito?

Non credo. Di certo è stato ridimensionato. Ha pagato gli insuccessi degli ultimi anni. I suoi problemi sarebbero passati in cavalleria se avesse provato di saper guidare l’esecutivo. Invece ha dimostrato che si può essere bravissimi a vincere le elezioni senza saper poi governare il Paese.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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