Istanbul dopo Gezi

A fine settembre sono tornato a Istanbul per una settimana, il risultato è il reportage che trovate qui sotto. A seguire un articolo su RedHack, un gruppo di hacker e attivisti turchi.

Pubblicato su Il Piccolo il 19 ottobre 2013.

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Cihangir è il quartiere di Istanbul che dalla vetta di piazza Taksim declina ripido sulle rive del Bosforo. Un intrico di scale, vicoli e condomini che prende il suo nome dall’aggraziata moschea che Solimano il Magnifico volle dedicare al figlio, morto in giovane età. Qui abita Hüseyin Çetinel, un ingegnere in pensione il cui chiodo fisso è rendere più allegro il suo quartiere: per questo motivo, alla fine del torrido agosto scorso, ha deciso di dipingere con i colori dell’arcobaleno una lunga gradinata non lontana da casa sua. A fine verniciatura, mentre osservava soddisfatto la successione dei colori, Çetinel ancora non sapeva che grazie a quel gesto sarebbe diventato un eroe. Un simbolo della valanga che a partire dal Gezi Park non ha smesso di cambiare il volto politico della Turchia.

Arcobaleno virale

L’impresa del pensionato 64 enne ha richiesto quattro giorni di lavoro, 40 chilogrammi di vernice per 145 gradini, e l’aiuto del genero. Portata a compimento il 26 agosto, nel giro di pochi giorni è già diventata un’attrazione, calamitando centinaia di visitatori e mandando in visibilio la comunità omosessuale istanbuliota, il cui vessillo è proprio l’arcobaleno. Quattro giorni dopo, però, l’opera di Çetinel è stata coperta di vernice grigia: dopo qualche tentennamento, la municipalità di quartiere ha ammesso di aver dato l’ordine di cancellare l’arcobaleno. Gesto infelice dal punto di vista simbolico, che ha scatenato una raffica di proteste. Appena ventiquattro ore dopo la municipalità ha dovuto concedere ai cittadini di ridipingere le scale. Quel che non ci si aspettava, però, era che i colori si sarebbero estesi ben oltre i gradini di Çetinel: gli arcobaleni sono fioriti ovunque dal quartiere asiatico di Istanbul, Kadıköy, alle lontane Smirne ed Ankara.

Soldati di Keser

Lo spettro dei colori dell’arcobaleno è un’immagine adatta della complessità del movimento del Gezi Park. S.N., un ventottenne che ha passato le settimane della rivolta fra maschere antigas e lacrimogeni, racconta in proposito un aneddoto illuminante. All’inizio della rivolta i giovani militanti del Chp, secondo partito del Paese, scesero in piazza cantando uno slogan nazionalista: «Siamo i soldati di Mustafa Kemal». Il resto dei manifestanti scandì in risposta «Siamo i soldati di Mustafa Keser» (un attempato cantante popolare), creando così un tormentone esemplificativo del carattere ironico del movimento. «La Turchia è incastrata da decenni nella polarità fra i nazionalisti del Chp e gli islamisti dell’Akp (il partito di Erdogan ndr) – spiega S.N. -, gli eventi di Taksim hanno mostrato che è possibile pensare una politica diversa».

“Vandali”

La rivolta, pur includendo anche una componente nazionalista, spaziava dagli ambientalisti ai radicali di sinistra, passando per i gruppi per i diritti degli omosessuali e per uno sparuto drappello di “islamisti anticapitalisti”: «La Comune era talmente variegata che faticavamo a trovare un’etichetta adatta a tutti – racconta S.N. -. Per fortuna Erdogan ci ha aiutati, chiamandoci “çapulcu” (vandali) nei primi giorni degli scontri. Abbiamo subito fatto nostro quel termine, rovesciandone il significato: ora çapulcu è chi lotta per i propri diritti». Le ragioni della rivolta si spiegano soltanto in minima parte con le direttive islamiste dell’Akp: «Il nostro fine è lottare contro gli effetti ambientali e sociali delle politiche neoliberiste del governo», dice S.N.. Il boom economico turco non ha infatti posto fine alle forti disparità interne alla società, né alla disoccupazione giovanile, che nei mesi scorsi si attestava intorno al 20%.

Maschere antigas

Questa battaglia politica, fino a qualche mese fa inimmaginabile, ha completamente cambiato il modo di vivere dei giovani turchi. C.I. è un ragazzone di un metro e novanta che cinque secoli fa avrebbe fatto una gran figura nell’esercito ottomano. Quest’estate ha combattuto scontri ben diversi a Taksim: «In due settimane la polizia ha esaurito le scorte annuali di lacrimogeni – ricorda -. Scrivevamo il nostro gruppo sanguigno su un braccio e un numero di telefono sull’altro, in caso di perdita di coscienza». Sulla libreria di casa sua, a fianco ai libri della Beat Generation, sono accatastati gli elmi utilizzati durante la rivolta. «Nessuno si aspettava un risveglio tanto veloce delle coscienze – dicono i giovani -. Mesi fa sui social network si parlava soltanto di serie televisive. Ora anche gli adolescenti si interessano di politica e utopia».

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Un’isola di quiete

Un anno fa Gezi Park era un’angusta isola di alberi soffocata dal traffico e dai negozi di souvenir. Il progetto di riqualificazione dell’Akp ha pedonalizzato la vicina piazza Taksim ed eliminato le baracche dei negozi, ma la rivolta ha impedito che il parco diventasse un centro commerciale: oggi tra gli alberi passeggiano famiglie e anziani. Grazie a una battaglia ambientale e politica di portata nazionale, Gezi Park ha trovato un’identità nuova e il suo piccolo posto nella storia millenaria di Costantinopoli.

 

Parla il Grande Puffo

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«Nessuno di noi ha paura. Stiamo tenendo fede alla promessa di essere sempre a fianco del popolo, e lo faremo sempre. Vi salutiamo tutti con rispetto e amore rivoluzionari». Con queste parole il Grande Puffo ha concluso un’intervista, durata circa cinque ore, rilasciata all’emittente televisiva turca Halk Tv dopo gli eventi di Gezi Park. Il Grande Puffo in questione non è l’omino barbuto e azzurro dei popolari cartoni animati per bambini, ma il nome in codice del portavoce di RedHack, un leggendario gruppo di hacker che dalla fine degli anni Novanta conduce attacchi informatici di ogni tipo in Turchia e che in seguito alla rivolta di Taksim ha deciso di uscire dal Web e apparire sui media ufficiali.

RedHack è nato nel 1997, e da allora è diventato un incubo per la polizia e i governi di Ankara. Le sue campagne di controinformazione vanno dalla corruzione nelle università, al monitoraggio della persecuzione delle minoranze, alla diffusione di documenti sulle attività di spionaggio condotte dalle forze dell’ordine nei confronti dei cittadini turchi. Nel 2011 ha condotto una campagna congiunta con Anonymous contro la censura del Web in Turchia. Durante gli eventi di Gezi, il gruppo ha sottolineato l’importanza di mantenere il carattere pacifico del movimento.

Un tratto caratteristico di RedHack è l’enfasi posta sul carattere strumentale dell’impegno in Rete. Puffo Ribelle, un altro membro del gruppo, sintetizza così la loro posizione: «Siamo attivi anche nel mondo reale e non soltanto nel cyberspazio. Il Web soltanto uno strumento, e lo stiamo utilizzando bene».

Anche a causa della sua dichiarata ispirazione marxista, RedHack è stato accusato di terrorismo (a dispetto della natura non violenta delle sue azioni) e alcuni presunti simpatizzanti sono stati oggetto di una campagna di arresti. La dura repressione messa in atto nei confronti del gruppo è vista da più parti come un’incongruenza, visto che al contempo gli hacker nazionalisti di Cyber Warriors (Akincilar) sono stati addirittura premiati dalle istituzioni.

Un giovane militante del movimento Gezi li descrive in questi termini: «RedHack è attivo da talmente tanto tempo che eravamo abituati alle loro azioni, simili a quelle di Anonymous e WikiLeaks. Ma quando Grande Puffo ha rilasciato quell’intervista tutti si sono fermati per ascoltarlo. Nessuno è in possesso di così tante informazioni riservate e nessuno è in grado di articolarle in analisi così vaste della politica turca. RedHack è la coscienza critica del nostro Paese».

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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2 risposte a Istanbul dopo Gezi

  1. tiptoetoyourroom ha detto:

    Ciao, ti ho segnalato per il Liebster Award. Se ti interessa vieni a vedere sul mio blog. Ciao

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