Di icone e virtuale

icona

Giovanni Damasceno raccolse il consenso della grande maggioranza dei padri conciliari con la dottrina da lui professata, secondo la quale una icona è una soglia. E’ una soglia sulla quale l’artista lascia devotamente un’ombra della gloria che ha visto dietro quella soglia. Con le parole di Giovanni, è un typos del prototypos che è in cielo. L’icona è una finestra che si affaccia sull’eternità nella quale il Cristo risorto e sua madre – che lei assunta in cielo nella carne – sono già nella gloria degli angeli. La persona pia, che s’inchina davanti alla parete di immagini che separa il popolo dall’altare misterioso, usa la bellezza creata dall’artista nella pittura orante per procedere devotamente, attraverso il typos, verso il prototypos. Perciò, sebbene s’inchini davanti a una immagine, questa immagine riflette la vera carne di coloro che già sono stati integrati nell’unione col corpo di Cristo. Adottando questa pia e fervente espressione di rispetto, spiega Giovanni, il devoto non solo tocca con i suoi occhi ciò che è al di là della soglia rappresentata dall’icona, ma ne riporta indietro anche il mescolarsi del suo sguardo con la carne del Risorto. E, riportando indietro la carne del Risorto, egli partecipa alla costruzione della Chiesa come vero corpo di carne qui, sulla terra.

(…)

All’inizio era poco più che una curiosità, ma ciò che mi colpisce moltissimo è la velocità con cui, nella seconda parte dei miei settant’anni di vita, gli spazi virtuali – immagini e altri oggetti presentati entro spazi virtuali – si sono diffusi. Alcuni seri pensatori ora sostengono che, tra i più profondi cambiamenti degli ultimi venticinque anni, vi sia l’ubiquità degli spazi virtuali dai quali ci si chiede di attingere la nostra conoscenza. Forse ora diventa più chiaro perché io mi sia così dilungato a parlare di icone. L’icona era concepita come soglia verso una sovrarealtà nella quale solo la fede poteva condurre. Lo spazio virtuale invita a guardare dentro un nessun-dove nel quale nessuno potrebbe vivere.

L’icona, potrei dire, coltiva la mia abilità di vedere la miseria di uno slum, o di essere presente in un autobus o durante una passeggiata per le strade di New York; mi consente di spargere, attraverso il mio sguardo, un po’ di luce – tratta dall’al di là – su quelli che tocco. Le esperienze nel mondo virtuale, d’altro canto, mi portano a vedere ciò che v’è di virtuale e disincarnato negli altri, che diventano quasi degli attaccapanni per l’astratta “programmazione” che io porto nel mio incontro con loro. E’ per questo che metto tanta passione nello spingere i miei studenti a riflettere sulle idee che sono andato esponendo. L’ottica antica aveva lo scopo di preparare un modo virtuoso di vedere, e di renderci consapevoli dei trabocchetti nei quali il nostro raggio visivo può cadere. Credo che un’ottica contemporanea dovrebbe fare lo stesso: rendermi consapevole di ciò che accade quando instauro l’abitudine di frequentare le non-entità seduttive che vengono continuamente evocate intorno a me, e di come questa preponderanza del virtuale condizioni il mio rapporto quotidiano con gli altri. E’ un punto particolarmente critico, perché molti dei giovani con cui ho avuto a che fare, negli ultimi setto o otto anni, credono davvero di avere una videocamera binoculare nei loro crani, e riescono a concepire l’educazione dello sguardo solo in termini di miglioramenti tecnici della loro velocità di assimilazione digitale.

Ivan Illich, I fiumi a nord del futuro (Quodlibet 2009)

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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