La catena dell’odio

La storia del movimento dei Muhajedin del Popolo (Mek), dissidenti iraniani prima contro lo Shah e poi contro Khomeini, è un concentrato di ambiguità. Forze politiche europee dei colori più diversi li presentano come combattenti per la libertà, ma a lungo sono stati inseriti nelle liste delle organizzazioni terroristiche. Al loro nome vengono abbinati infami attentati e numerose vittime. Strumenti nelle mani di Saddam durante la guerra Iran-Iraq, dopo l’invasione americana hanno potuto contare su una protezione sempre più incerta da parte degli Usa: il nuovo governo a maggioranza sciita di Baghdad, vicino a Teheran, li ha presi di mira.

A fine 2011 scrissi alcuni articoli per Il Piccolo in cui raccontavo come i tremila militanti del Mek che ancora vivevano in Iraq, isolati nella cittadella di Camp Ashraf in un mare di sguardi ostili, stessero chiedendo aiuto alle potenze occidentali per trovare un nuovo luogo dove vivere. Qualche mese dopo gli Usa eliminarono il Mek dalla lista delle organizzazioni terroristiche e concessero loro il Camp Liberty, una base americana di recente abbandonata: ribattezzato Camp Hurriya, la nuova sede dei Mujahedin si rivelò presto una sede ben più pericolosa di Ashraf. Il nove febbraio 2013 colpi di mortaio hanno provocato otto morti e un centinaio di feriti. A fine aprile il campo è stato oggetto di un attacco con razzi. Il primo settembre, un paio di settimane fa, forze irachene hanno attaccato gli ultimi militanti rimasti ad Ashraf provocando una cinquantina di vittime. I 42 Mujahedin rimanenti sono stati trasferiti a Hurriya, dove l’odissea del Mek continua.

Riporto di seguito gli articoli pubblicati da Il Piccolo il 28 dicembre 2011. Nel primo si annuncia l’evacuazione di Camp Ashraf, anticipando quanto poi effettivamente successo negli ultimi due anni. Il secondo traccia un breve ritratto di questa ambigua organizzazione di terroristi e perseguitati.

Baghdad cancella la città dei Mujahedin del Popolo

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Sono stati a lungo una spina nel fianco del regime degli Ayatollah e la longa manus di Saddam Hussein in Iran. Negli ultimi anni, con l’acuirsi delle tensioni fra Washington e Teheran, hanno goduto della protezione più o meno tacita degli Usa. Adesso però i soldati statunitensi lasciano l’Iraq e i bellicosi Mujahedin del Popolo si ritrovano in balia del governo filoiraniano di Baghdad. È la patata bollente che Onu, Usa e Ue stanno cercando di passarsi l’un l’altro in questa fine 2011. Il progressivo affievolirsi della presenza americana in Iraq ha portato il governo di Baghdad ad avvicinarsi sempre più al regime iraniano, un legame che la comune fede sciita (la corrente islamica maggioritaria tanto in Iraq quanto in Iran) non può che rafforzare. Desiderosi di compiacere Teheran, gli iracheni hanno annunciato nei mesi scorsi che Camp Ashraf, quartier generale degli odiati Mujahedin del Popolo (Mek), deve chiudere i battenti entro il 2011.

Contrariamente a quel che potrebbe suggerire il nome, Camp Ashraf è una cittadella fortificata sita a una sessantina di chilometri a nord di Baghdad, e a centoventi chilometri a ovest del confine iraniano. Fu costruita da Saddam Hussein a metà degli anni ’80 per dare una base operativa ai miliziani del Mek, iraniani dissidenti che nel conflitto fra Iran e Iraq, spinti dall’odio verso Khomeini, decisero di schierarsi con quest’ultimo e contro i loro compatrioti. Dopo l’invasione americana del 2003 e la caduta di Saddam, i miliziani del Mek furono disarmati e la cittadella fu presidiata dalle truppe della coalizione. I suoi abitanti, in quanto esuli iraniani, furono posti sotto la protezione della Convenzione di Ginevra. Ma il Mek si è trovato da subito in una posizione scomoda: da un lato inviso alla popolazione locale per il suo sostegno a Saddam, dall’altro malvisto dal governo centrale.

Nel 2009 l’esercito Usa ha ceduto la competenza su Camp Ashraf agli iracheni, e gli attriti sono sfociati in violenza. L’episodio più grave risale all’aprile scorso, quando truppe irachene penetrarono nel campo provocando una strage: secondo il Mek i militari hanno ucciso decine di persone e ferito centinaia di altre. Da qui, complici le pressioni di Teheran, la decisione del governo iracheno di chiudere entro il 31 dicembre Camp Ashraf e “cacciare” dal paese i suoi tremila abitanti. Sottintese, ma palesi, le conseguenze di una non ottemperanza all’ordine.

Le diplomazie, temendo una nuova escalation di tensione, si sono mosse e gli americani stessi hanno hanno offerto al Mek di ospitare gli abitanti nell’ex quartier generale Usa di Camp Victory, usandolo come centro di smistamento, da dove poter scegliere se tornare in Iran (opzione a dir poco sgradita), andare in un Paese terzo o chiedere lo status di rifugiato alle Nazioni Unite. Alla fine, a ridosso dell’ultimatum di Baghdad, è fortunatamente arrivato il compromesso: Iraq e Onu hanno siglato un accordo che prevede una sistemazione temporanea per i tremila “sfrattati” di Camp Ashraf in cui il loro status di rifiugiati sarà determinato dall’Onu stessa. Basterà a evitare il peggio? Chissà, almeno serve a guadagnare tempo, e non a caso Hillary Clinton ha parlato di «progresso significativo».

I combattenti islamosocialisti che si allearono con Saddam

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Il ruolo dei Mujahedin-e-Khalq (Mek), ovvero i Mujahedin del Popolo, sullo scacchiere mediorientale è nebuloso: nato in opposizione allo Shah, prima alleato e poi oppositore di Khomeini, nel corso degli ultimi trent’anni il Mek si è avvicinato di volta in volta alla Francia, a Saddam Hussein e agli Usa. Il Mek è stato fondato negli anni ’60 da un gruppo di intellettuali oppositori al regime dello Shah: la loro ideologia fondeva gli assunti dello Sciismo alle idee del socialismo, un’unione che ricorda le idee del filosofo iraniano Ali Shariati, amico di Jean Paul Sartre.

Nei primi anni di attività il Mek condussero azioni, anche violente, contro la monarchia e il suo sostenitore principale, gli Usa. La storia del Mek sotto lo Shah culmina con la Rivoluzione del ’79, quando i mujahedin si schierarono assieme al resto dell’estrema sinistra a fianco dell’Ayatollah Khomeini. Dopo la presa del potere, però, la nuova Guida della Rivoluzione avviò una purga feroce contro i suoi scomodi alleati, e la polizia segreta iraniana massacrò i mujahedin, che risposero con una terribile campagna terroristica.

Agli inizi degli anni ’80 la direzione del Mek si era spostata in Francia, ma nell’86 accolse l’invito di Saddam Hussein a trasferirsi in Iraq. Circa settemila mujahedin, armati e addestrati da Saddam, entrarono in azione durante la guerra Iran-Iraq. Nel luglio del 1988 il Mek penetrò in forze in territorio iraniano ma fu respinto dopo una serie di scontri sanguinosi. Dopo la guerra il Mek mantenne le sue basi in terra irachena e partecipò anche alla feroce repressione operata da Saddam nei confronti della minoranza kurda.

Durante l’invasione dell’Iraq lanciata da George W. Bush nel 2003, i campi del Mek furono bombardati, ma in seguito i mujahedin hanno goduto di una parziale protezione da parte degli Usa. Pur restando nella lista delle organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato Usa (ora non più ndA), il Mek dichiara di aver avuto un ruolo determinante nelle operazioni di intelligence contro il nucleare iraniano.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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