Dominus

Oggi ho pubblicato una notizia falsa su Vladimir Putin, cerchiamo di trarne qualcosa di positivo. L’astuta diplomazia messa in campo dalla Russia in questi giorni mi ha ricordato un’analisi che scrissi nell’ormai lontano 2008, quando ero un neo laureato in archeologia. Si tentava una lettura del governo putiniano in base alla peculiarità della cultura russa. Oggi sono molto critico nei confronti di quel testo: penso ancor più di allora che le diversità culturali non siano sufficienti a spiegare del tutto le diverse concretizzazioni di fenomeni universali come il dominio, la gerarchia, il potere. E alle volte la lettura di un evento alla luce delle sole differenze nasconde una venata dose di razzismo, spesso involontario.

Ciononostante credo d’aver centrato a quel tempo almeno un aspetto del potere putiniano. Sicché ecco qui il pezzo, con pregi e difetti. E pochissime modifiche.

Dominus

Putin

Il basileus che siede a Costantinopoli vince sempre.
Cecaumeno, Strategikon (XI secolo d.C.)

Non tutti possono
tendendo le braccia
afferrare la sorte
schiaffeggiarle la faccia
renderla tenera e incandescente
renderla solida ed obbediente.
G. Lindo Ferretti, A ja ljublju SSSR.

Non credo agli schemi onnicomprensivi. A volte, però, trovo suggestive certe analogie. Il mezzo per identificarle, come una perla tra le sabbie, è la Discrezione di messer Francesco Guicciardini, ovvero la capacità di osservare i fatti singoli in tutte le loro sfaccettature senza doverli per forza infilare in uno schema: i paragoni tra epoche diverse si fanno con grande cautela.

Quello di oggi, quindi, prendetelo per quello che è, ovvero un divertissement.

Procediamo con ordine. In una nota di Lo Stato Bizantino Silvia Ronchey scrive:

Se dalla dissoluzione di quella che Josif Brodskij riconobbe come l’ultima incarnazione di Bisanzio nascono per l’Europa, alla più ovvia analisi, alcuni tra i maggiori problemi del nostro tempo, non è un caso che la bizantinistica russa sia la più suggestiva del Novecento. Il sospetto che l’analisi del passato bizantino sia debitrice di un’osservazione del presente sovietico riaffiora continuamente negli studi della generazione che fu annunciata da Levcenko. Il che non ne compromette la validità e lucidità. Anzi, l’attualizzazione dei problemi, la loro proiezione nel presente, ha fatto sì che gli studiosi dell’ex Urss abbiano nutrito verso Bisanzio un interesse meno casuale e meno marginale di altre culture europee.

Il debito che la Terza Roma ha con la Seconda fa sì che gli storici sovietici, oggi russi, guardino con una diversa capacità di penetrazione alla storia del millennio bizantino. Può non esser peregrino allora tentare un’analisi della Russia di oggi con l’occhio del bizantinista.

A Bisanzio, all’affacciarsi sul meditarraneo orientale delle nuove potenze europee, i Romaioi si divisero tra coloro che vedevano nei “latini” una fonte d’ispirazione e rinnovamento per l’Impero e coloro che li aborrivano come portatori di un seme di decadenza. Tra i primi possiamo citare un grande basileus come Manuele Comneno, tra i secondi il suo successore Andronico e innumerevoli esponenti della Chiesa Ortodossa, minacciata dall’espansionismo pontificio. Quale dei due gruppi abbia maggiormente contribuito alla caduta dell’Impero è causa ancor oggi di dibattiti.

Similmente la Russia è sempre stata soggetta a due correnti che, avvicendandosi al potere, ne hanno determinato la storia. Da un lato c’è la tendenza all’isolazionismo, al considerare lo sterminato territorio russo come qualcosa di unico, parte né dell’Asia né dell’Europa. Semmai come un potere destinato a dominarle entrambe. Ne derivano la pulsione imperialista e la paranoia dell’accerchiamento che Peter Hopkirk descrive nei primi capitoli de Il Grande Gioco. Come dice il proverbio “gratta un Russo e troverai un Tartaro.”

Dall’altro lato c’è una corrente di pensiero che considera la Russia come un fenomeno sostanzialmente europeo: da cui i reiterati tentativi di modernizzarsi, occidentalizzarsi, insomma di essere “come gli altri.” Da un lato Ivan il Terribile, dall’altro Pietro il Grande. Non è questa la sede in cui analizzare come queste tendenze abbiano spesso agito di concerto: basti dire a titolo d’esempio che il più forte movimento occidentalizzante della storia russa, il bolscevismo, fu al contempo un tentativo di trovare una via alternativa al sistema capitalistico-liberale in voga in Occidente.

La caduta dell’Impero sovietico determinò la fine di quell’esperimento. Seguì l’era Eltsin, e il tentativo di adeguare (si potrebbero usare termini meno onorevoli) la Russia al sistema occidentale: liberismo estremo, smantellamento del centralismo, privatizzazione delle grandi imprese statali. E un’estrema debolezza politica sul piano internazionale, dove il paese si trovò degradato da grande potenza a paria.

Prostrata dall’inefficacia di quella politica, negli ultimi otto anni la Russia ha cominciato a cercare una via propria che le permetta di affrontare il mondo globalizzato riacquistandovi la potenza perduta. Lo stato ha nuovamente l’iniziativa nell’economia nazionale, sono tornati sotto il controllo pubblico molti settori primari, in primis quelli dell’energia e della comunicazione. Divenendo protagonista sul mercato energetico mondiale tramite il colosso Gazprom, il Cremlino ha ottenuto sufficiente potere economico da rimettere in sesto le dissestate finanze statali. Tra i risultati vi è un tangibile miglioramento delle condizioni di vita della popolazione e una rinata importanza sullo scacchiere internazionale. Al contempo il sistema statale è stato nuovamente centralizzato, togliendo molta autonomia ai governi delle singole province che formano la Federazione Russa.

Bisanzio e la Russia. Entrambe, attraversando periodi in cui la loro autonomia politica economica e culturale era minacciata dalla supremazia dell’Occidente, reagiscono con uno scatto d’orgoglio, con un “adesso ricominciamo a fare le cose a modo nostro.”
E la risposta occidentale è in entrambi i casi molto simile: ad ogni fiammata di nazionalismo bizantino si riacuisce in Europa il pregiudizio verso quei “Greci” traditori e scismatici, alla fin fine più simili al nemico musulmano che alle potenze cristiane.
Oggi, vedendo che la Russia entra nel mondo globalizzato giocando con regole proprie, la reazione della politica e dei media occidentali riflette la stessa chiusura, la stessa incapacità di comprendere le meccaniche che muovono l’enigmatico colosso russo.

Le critiche rivolte alla nuova Russia sono principalmente due. Una è di carattere ideologico: gli economisti occidentali criticano la refrattarietà russa ad adeguarsi ai dogmi del liberismo, pare loro inaccettabile che lo Stato intervenga nell’economia del paese, dirigendola. Sembrano aver dimenticato i disastri dell’era Eltsin, quando una Russia debole accettò in blocco teorie economiche occidentali che la portarono all’orlo del collasso definitivo.

Allo stesso modo si critica la debolezza e la corruzione della democrazia russa, in cui i mezzi di comunicazione sono monopolizzati da forze filogovernative e il dissenso viene spesso represso nel sangue (duecento giornalisti uccisi negli ultimi due anni). Si criticano le elezioni di dubbia trasparenza. Per quanto fondata, quest’ultima critica è segno di una certa malafede: ai tempi di Eltsin, gradito in occidente, il piombo volava nelle strade più spesso di oggi, e le elezioni certo non erano un esempio fulgido di democrazia (il presidente era solito ricevere percentuali bulgare in quella stessa Cecenia che aveva bombardato spietatamente).

La tendenza a vedere nella Russia soltanto una dittatura travestita (anche quando si basa sugli scritti precisi e coraggiosi di una giornalista incorruttibile come Anna Politkovskaya) mostra la difficoltà occidentale a comprendere il punto di vista dei Russi. Alle ultime elezioni politiche il partito di governo Russia Unita ha ottenuto il 64% dei consensi. Alle presidenziali il candidato Dimitrij Medvedev, ex presidente di Gazprom, il 70%. Nonostante la parzialità dei media, nonostante l’entità dei brogli elettorali, non si può non vedere l’approvazione che i Russi riservano a chi li sta trascinando fuori dalla povertà estrema, sta trasformando il paese nuovamente in una potenza mondiale e sta riprendendo il controllo del paese, bloccando le intromissioni provenienti da ovest. Insomma l’approvazione che i Russi hanno per chi fa le cose “alla russa.”

In principio ho evocato il Guicciardini, ma il pensiero di Machiavelli è più calzante alla personalità dell’architetto di questi processi: Vladimir Vladimirovic Putin. Non credo che quest’uomo possa esser definito un dittatore. Un tiranno sicuramente, nella definizione di Alfieri. Che i Russi preferiscano la tirannide alle sofferenze eltsiniane tutto sommato mi è comprensibile. Ma il perché proprio un tiranno sia necessario alla Russia per uscire dalla crisi e trovare un proprio ruolo nel mondo credo appartenga a quelle differenze che ci dividono da quel paese così ostico da decifrare. Per secoli nelle aule degli Zar, nel Cremlino, risuonarono le parole bizantine di Agapeto e Basilio di Cesarea, teorici dell’autocrazia sacra. Mi pare che oggi, nuovamente, quell’eco si sia fatta più forte.

Quanto a Russia e Occidente, Russia e Europa, penso continuino a valere le parole di Charles Diehl sul rapporto tra Costantinopoli e i Latini…

Se necessario, i Greci potranno avvicinarsi alla gente dell’Occidente; potranno, se gli va, adottare questa o quella moda. Ma sotto le intese passeggere, sotto un abbandono momentaneo sussiste il disprezzo fondamentale, l’indiscutibile coscienza della superiorità lampante del “romano” sul “barbaro”. Certi segni esteriori hanno potuto dare l’impressione che Bisanzio si fosse trasformata a contatto dei Latini. Nel suo profondo, invece, è rimasta irriducibile, orgogliosa come sempre, incapace e allo stesso tempo del tutto incurante di cogliere lo spirito nuovo che veniva dall’Occidente.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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