Leggere Taksim con Badiou

E’ significativo che nel consiglio di Istanbul il partito d’opposizione Chp, laico e nazionalista, abbia votato in favore del progetto del Gezi Park. Se quel partito avesse governato negli ultimi 13 anni al posto di Erdoğan, la rivolta in Turchia ci sarebbe lo stesso e probabilmente sarebbe l’Akp a scendere in piazza con in manifestanti. Questo perché il progetto del Gezi e il contesto economico, ecologico e sociale di cui è simbolo sarebbero immutati. La bipolarità laici-religiosi non basta quindi a spiegare gli avvenimenti di questi giorni. Ho saccheggiato l’arsenale intellettuale di Alain Badiou per dare un’altra chiave di lettura.

manifestante
La rivolta di Taksim desta difficoltà d’interpretazione. Difficoltà che derivano da un lato dalla complessità della situazione turca e dalla conoscenza superficiale che se ne ha in Italia, dall’altro dall’imbarazzo che questo evento provoca. L’imbarazzo nasce dalla compattezza cronologica e strutturale delle rivolte che sono esplose dal Cairo a Wall Street negli ultimi anni: una catena di insurrezioni che vengono riferite sempre alle singole situazioni nazionali e che si usa accomunare soltanto su base formale come supposte «rivoluzioni del Web».

Il filosofo francese Alain Badiou, nel suo pamphlet del 2011 Il risveglio della storia, ha descritto con efficacia i tratti distintivi delle nuove rivolte mondiali. Una risonanza comune riecheggia fra l’Istanbul dei nostri giorni e la Londra del 2010, dove una rivolta pre-politica ha assunto la forma istintiva di sovraidentificazione con il sistema: consumismo di rapina in risposta al capitalismo di rapina. Dopo quella scintilla, scoccata nel centro del ciclone, abbiamo assistito a molti focolai d’incendio.

L’ultimo esempio, la rivolta di Taksim, pone questioni vitali al nostro sistema economico e politico, non soltanto all’Akp di Erdogan. Piuttosto che affrontarla di petto,gli analisti nostrani preferiscono rifugiarsi in un comodo orientalismo. Gli opinionisti “occidentali” (assumiamo il termine fra virgolette) paragonano la rivolta turca agli eventi della Primavera araba, caratterizzando però l’una e l’altra come un evento esotico: un popolo «asiatico» in cerca di democrazia si rivolta contro un tiranno.

Li aiutano in questa lettura alcuni fattori costitutivi degli avvenimenti turchi; penso in primis all’atteggiamento autoritario del governo turco e alla percezione che i manifestanti hanno di sé stessi e della loro lotta. Erdogan è davvero un «fascista» per buona parte delle persone scese in piazza nelle città turche. Rafforza quest’analisi anche l’ispirazione islamica dell’Akp (spesso sbrigativamente bollato come «islamista»), e il fatto che parte delle rivendicazioni della rivolta si fondino su una richiesta di laicità dello Stato: un aspetto dello scontro, la polarità laici-religiosi, su cui l’ottica islamofoba prevalente in occidente appiattisce tutto il fenomeno.

Il retroscena ideologico di questa interpretazione, soltanto in parte corretta, è pernicioso: sotto sotto, ci si ripete, il problema posto da Taksim non interroga attivamente il sistema politico e sociale occidentale. Questo il succo della vulgata: «La Turchia è un paese arretrato e tirannico e il despota di turno ha abusato della pazienza delle sue folle».

Allo stesso modo le rivolte arabe venivano interpretate unicamente come una richiesta di democrazia rappresentativa, avanzata da popoli stanchi di essere oppressi dai loro dittatoruncoli (passi poi che molti sostenitori di questa lettura siano gli stessi che fra il 2001 e il 2011 hanno sostenuto la millenaria vocazione dell’oriente per la satrapia, e la conseguente necessità storica dei dittatoruncoli sopracitati).

Una lettura di questo tipo resta parziale anche se la si depura dai sottintesi razzisti. Lo era già nel caso della Primavera araba, dove la mancanza di pluralità partitica era soltanto un tassello di una situazione generale di declino e sudditanza di buona parte della popolazione a una minoranza rapace e ben inserita nel quadro economico internazionale.

E’ tanto più parziale nel caso della Turchia, che non è una dittatura ma una democrazia rappresentativa di stampo europeo. Il governo dell’Akp, al centro delle contestazioni, nel corso dell’ultimo decennio si è dimostrato non privo di meriti: ha fatto passi in avanti importanti nella questione curda e ha smantellato (almeno fino a ora) il sistema che consentiva all’esercito di prendere periodicamente il potere instaurando sanguinose giunte militari.

Paradossalmente, il carattere laicista dell’esercito turco e i modi arbitrari con cui quest’ultima operazione è stata condotta hanno fatto sì che essa venisse presentata in Europa come una grave violazione dello stato di diritto. Di fatto l’Akp, pur perseguendo gli interessi del proprio sistema di potere, ha scongiurato la possibilità di nuovi golpe militari.

L’Akp è stato però anche promotore di uno sviluppo capitalistico selvaggio, che ha avuto un impatto molto forte sulla società e sull’ambiente della Turchia.

Il pensiero corre quindi agli Indignados spagnoli, al movimento nordamericano Occupy, alle rivolte in Grecia. Movimenti che sui media vengono paragonati a Taksim in modo superficiale, facendo riferimento ad aspetti meramente logistici della rivolta, come l’utilizzo dei social media. Il fattore unificante di Taksim, delle Primavere arabe e del fenomeno Occupy non sta nei mezzi utilizzati dalla rivolta, ma nei suoi fattori scatenanti.

Ogni rivolta ha caratteristiche proprie: nei paesi arabi la rivolta contro dittature decennali; in occidente la crisi economica rampante; in Turchia la convergenza di interessi fra giovani senza futuro, militanti ambientalisti, minoranze etniche e movimenti politici che vanno dall’estrema sinistra alle grandi formazioni laiciste, militariste e nazionaliste. Nel Mediterraneo meridionale le rivolte mondiali sono iniziate con l’ultimo atto della decolonizzazione, ragione dei tratti che hanno in comune con la Rivoluzione iraniana della fine degli anni ’70. In Turchia le rivolte si innestano nel nuovo capitolo del rapporto fra democrazia e autoritarismo, potere laico, militare e religioso.

Il bacino di coltura e di tutte queste sollevazioni, però, è comune: è la sensazione di non poter più sopportare un sistema politico-economico che richiede al cittadino una perenne condizione di instabilità esistenziale per poter continuare a generare profitto in favore delle classi egemoni. Un sistema che viene sempre presentato pragmaticamente come l’unico possibile e davanti al quale non è concesso richiedere alternative. Un sistema in cui la «fine delle ideologie» è l’ideologia dominante.

Non è questa, nella maggior parte dei casi, la ragione programmatica e ufficiale per cui le persone scendono in piazza: è però il contesto in cui le singole mobilitazioni esplodono e s’incontrano assieme.

In questo caso il fattore scatenante, solo in apparenza minore, è Gezi Park. In Turchia, come in molte parti d’Italia, il sismografo delle contraddizioni sociali è sempre più spesso l’ambiente. La minaccia ecologica è la miccia della protesta contro un sistema di produzione e distribuzione del profitto che per sua stessa natura non può tener conto delle istanze dei singoli territori.

Un altro fattore comune a quelle che Alain Badiou definisce le nuove rivolte mondiali è il carattere minoritario che questi movimenti assumono dal punto di vista numerico: lo iato diventa palese se si pensa al contrasto stridente fra lo spirito di piazza Tahrir e il risultato delle elezioni egiziane.

Nelle nuove rivolte mondiali non è la famigerata «maggioranza silenziosa» a prendere la parola, è un’apparente minoranza che ha la presunzione e il coraggio di ritenersi nel giusto, imprimendo alla storia una svolta che non passa attraverso il canale delle urne elettorali.

Ps.
Adottare una chiave di lettura globale non significa trascurare gli aspetti geopolitici. Qui un interessante articolo sulle ripercussioni della rivolta nei rapporti fra gli Usa e la politica turca.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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