Rivolta a Taksim

Parte del mio ultimo resoconto di viaggio da Istanbul è stata scritta su un blocco note mentre sorseggiavo del the, seduto a un tavolino del parco Gezi di piazza Taksim. Cercando di capire quel che sta succedendo in una città a cui sono tanto legato, ho deciso di tradurre due articoli pubblicati dal sito d’informazione Al-Monitor nei giorni scorsi (qui e qui gli originali).

Turkey-uprising

Chi sono i manifestanti turchi? Un punto di vista da piazza Taksim

di Amberin Zaman

Sono stata in veste di reporter fra le migliaia di cittadini che hanno affollato le strade del centro di Istanbul il 31 maggio, nel corso di quello che alcuni etichettano come una “Primavera turca” o un movimento “Occupy turco”. Altri commentatori hanno rispolverato i vecchi e pigri cliché del genere “laici contro islamisti”. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan insiste nel definire i manifestanti come “provocatori”.

Nessuna di questa definizioni afferra la natura delle proteste che hanno sommerso il paese. Tutto è iniziato quando la polizia ha organizzato un’operazione, all’alba del 31 maggio, per disperdere i cittadini che stavano manifestando pacificamente contro un progetto di sviluppo, sostenuto dal governo, che avrebbe sradicato dozzine di alberi in piazza Taksim. La diversità interna ai membri della protesta sfugge a categorizzazioni nette.

Destinazione Taksim

Erano circa le otto del mattino quando ho iniziato lentamente a percorrere il viale Istiklal, una delle principali arterie commerciali che conducono alla piazza. Quando ho raggiunto lo storico liceo francofono Galatasaray, la folla è cresciuta. Mi muovevo a malapena. Fra gli applausi e i canti uno slogan tornava di continuo: “Erdogan dimettiti! Governo dimettiti!”. Lì ho subito incontrato un gruppo di giovani uomini e donne che stavano tutti indossando le stesse maschere bianche e gialle per difendersi dal tanfo acre del gas lacrimogeno che perforava l’aria. Mi hanno detto di lavorare per una compagnia pubblicitaria. “Il nostro capo ha stampato delle t-shirt speciali e ci ha dato le maschere; ci ha incoraggiato ad essere qui”, ha detto Selin Bayraktar ad Al-Monitor.

“Perché avrebbe dovuto farlo?”, le ho chiesto.

“Inizialmente ci siamo uniti ai dimostranti per proteggere i nostri alberi, niente di politico”, ha spiegato Bayraktar. Ma quando Erdogan ha “imperiosamente” messo da parte le loro obiezioni, dichiarando che il progetto sarebbe andato avanti in ogni caso, “qualcosa è scattato”, dice. “Noi non siamo a favore o contro alcun partito politico, siamo contro la dittatura. Erdogan è un dittatore, scrivilo se hai coraggio”.

Più avanti membri del principale partito di opposizione, il Partito repubblicano del popolo (CHP) stavano braccio a braccio per formare una catena umana. Saranno stati cinquanta o sessanta. Non posso dirlo con certezza, ma erano una minoranza. Ilhan Cihaner, un avvocato del CHP, mi ha guardato con occhi arrossati. “Gas urticante”, ha detto. “Le proteste continueranno fino a quando il parco non verrà salvato. Ma non è qualcosa che riguardi soltanto il parco, il problema è il regime oppressivo: la gente ne ha abbastanza. Se ne devono andare”. Non importa poi se i membri del CHP nel consiglio cittadino hanno votato a favore del progetto. Tempo di andare avanti.

Mentre mi avvicino a Taksim, il fumo si fa più denso. Mi sento stordita e i miei polmoni iniziano a bruciare.

Lo scenario è sempre più caotico. Cannoni ad acqua colpiscono la folla. Poliziotti in divisa antisommossa stanno trascinando un uomo verso un furgone corazzato.

“Io sono qui soltanto per gli alberi, niente di più. Ho votato per per Erdogan”, trilla un’impassibile casalinga sulla trentina, i capelli velati secondo l’uso islamico. “Se distruggono tutti gli spazi verdi dove giocheranno i miei bambini? Non è giusto”. Il suo nome? “Non serve”, risponde mentre un giovane con un piercing al naso e le braccia tatuate le spruzza un liquido latteo sul viso.

“E’ per il gas lacrimogeno”, spiega. Si chiama Mert, è uno studente all’ultimo anno del vicino Liceo tedesco. I suoi genitori non sono preoccupati per lui? “No, mi sostengono. Guarda, stiamo parlando di circa mezzo milione di alberi”. Cosa? Ha visto il parco? Non potrebbe starci nemmeno un centinaio di alberi, figuriamoci un milione. La disinformazione, a quanto pare, si diffonde veloce come il gas. Lui fa spallucce e continua a spruzzare.

Sopra al baccano, uno slogan suona alquanto familiare: “Azatutyun”, la parola in armeno per “libertà”. Viene cantata da un pugno di armeni istanbulioti che dicono di aver preso parte alle proteste per opporsi alla distruzione del parco. “Il parco e tutti questi hotel sorgono su un cimitero armeno”, dice una giovane donna che si chiama Melis Tantan.

Una ragazza snella con un velo e un impermeabile al ginocchio attira la mia attenzione. Si chiama Busra Guney. Ha diciassette anni e frequenta l’ultimo anno della vicina scuola religiosa di Kagithane. “Ha tutto a che fare con i soldi. Tagliare alberi per fare soldi non è islamico”, dice.

Le sue parole mi ricordano che un gruppo islamico chiamato Musulmani Anticapitalisti si è unito ai dimostranti, sebbene non abbia incontrato nessuno di loro. La loro presenza dovrebbe far preoccupare Erdogan più di ogni altro perché, a loro modo di vedere, l’adozione da parte dell’AKP del capitalismo cowboy calpesta non soltanto l’ambiente ma anche i principi islamici.

La mia impressione generale, condivisa da molti, è che il progetto del parco di Taksim sia diventato un canale per il risentimento popolare contro i modi sempre più sbrigativi e autoritari di Erdogan. Sotto una decade di governo dell’AKP, la Turchia è diventato il primo paese al mondo per arresti di giornalisti. La sua politica interventista in Siria causa allarme. L’uso sistematico e sproporzionato della forza contro le più lievi manifestazioni di dissenso oscura il fatto che l’AKP è stato eletto democraticamente e rimane il governo più popolare nella storia moderna della Turchia. Incitato dalla servile autocensura dei media turchi, Erdogan sembra sempre più intoccabile.

Che avvenga attraverso le restrizioni sull’alcol o con il disinteresse verso l’ambiente, le persone che non condividono la visione del mondo di Erdogan vengono fatte sentire come cittadini di seconda categoria. Il sentimento è forte in particolare nell’ampia minoranza religiosa islamica degli Alevi, le cui storiche richieste di riconoscimento continuano ad essere sprezzate dall’esecutivo come dai precedenti governi.

I laicisti duri e puri che si sono riuniti nel distretto di Kadikoy, la fortezza del CHP sul lato asiatico, sono desiderosi di dipingere le proteste come una reazione contro “l’islamista” AKP. Ma non sono soltanto i sostenitori del CHP a sentire intrusioni nel loro stile di vita. Obiettori di coscienza, atei e gay, quasi tutti quelli che cadono fuori dalla base conservatrice dell’AKP si sentono sotto pressione. La maggioranza, in ogni caso, è stanca di politici vecchio stile e delle loro stanche idee. A chi si rivolgeranno? La domanda si fa sempre più stringente nell’avvicinarsi delle elezioni locali che si terranno l’anno prossimo in tutto il paese.

Le fortune politiche di Erdogan dipendono da come il governo gestirà al crisi. Ritirare la polizia e consentire alle folle di riunirsi per il secondo giorno è stato un passo nella giusta direzione.

La Turchia non è sull’orlo di una rivoluzione. Una Primavera turca non è in corso. Erdogan non è un dittatore. E’ un leader democraticamente eletto che sta agendo in modo sempre più antidemocratico. E, come Erdogan stesso ha riconosciuto, il suo destino sarà deciso nelle urne elettorali, non nelle strade.

La Rivoluzione di Velluto della Turchia

di Cengiz Candar

Vivo a Istanbul da 40 anni. Non ho mai visto giorni come gli ultimi due nella mia città. Non avrei mai pensato che avrei vissuto tempi come questi.

Scrivo queste righe in quanto veterano di situazioni rivoluzionarie e giorni straordinari. Quale dovrei richiamare alla memoria? Sono uno che era a Berlino Est nel novembre del 1989 quando il Muro cadde e rimase sveglio per giorni per seguire quegli eventi tumultuosi; dopo Berlino ero nella bellissima Praga per assistere alla Rivoluzione di Velluto; nel 1987 e 1988 ho visto l’Intifada palestinese a Gerusalemme, in altre cittadine della West Bank e a Gaza; ero presente nei giorni memorabili quando Boris Yeltsin salì su un carro armato e il colpo di stato militare collassò, Gorbaciov tornò nella capitale e l’Unione sovietica si disintegrò. E, infine, ero a Beriut nella settimana del marzo 2005 in cui i siriani evacuarono il Libano.

Potrei facilmente raddoppiare la lista degli eventi che ho osservato. Se dovessi inserire i fatti del 31 maggio e del 1 giugno a Istanbul, in che categoria li dovrei mettere?

Mi ha ricordato soprattutto la Rivoluzione di Velluto di Praga. Per quelli che hanno una qualche idea di com’è fatta Istanbul, lasciatemi raccontare il mio girovagare: ho raggiunto piazza Taksim, l’epicentro di Istanbul, da direzioni differenti. Mi sono avvicinato al parco Gezi, punto focale della protesta, prima attraverso la storica scuola di architettura Taskisla dell’Università tecnica di Istanbul. Poi sono sceso verso il mare e sono risalito verso Taksim lungo Gumussuyu. Sono andato sul lungomare Dolmabahce, ho camminato fino a Tophane, teatro in piena esplosione dell’arte d’avanguardia, e mi sono arrampicato sulla celebre collina italiana per raggiungere Cihangir. Questo quartiere era tra i punti chiave della resistenza popolare. E’ qui che vivono le più famose star del cinema e delle soap opera turche, gli scrittori e i bohemienne. Poi sono ridisceso fino al mare e sono salito a Galatasaray, lo storico liceo francofono, e da là nel cuore della vecchia Istanbul, la Istiklal Caddesi, la rinomata Rue de Pera dei secoli ottomani, ora nelle mani della protesta.

In quest’area gruppi di tre, cinque o venti persone, uomini e donne, camminavano in tutte le direzioni, a volte in silenzio a volte scandendo slogan; alcuni erano diretti a Taksim e altri venivano da là.

La caratteristica più evidente di queste persone: la loro giovinezza. Erano in gran parte uomini e donne nei loro tardi vent’anni o all’inizio della trentina. L’accessorio più comune del loro gruppo anagrafico, come in ogni altra parte del mondo, era lo zaino; portavano pantaloni corti, t-shirt e scarpe da ginnastica ai piedi.

Un’altra vista stupefacente erano i tifosi delle tre più potenti e popolari squadre della Turchia – Fenerbahce, Galatasaray e Besiktas – che a lungo non hanno potuto guardare le partite assieme a causa della violenza negli stadi; questa volte camminavano assieme, a braccetto, indossando tutti i colori delle loro squadre.

Sul versante asiatico di Istanbul la gente non è rimasta a guardare quel che accadeva sull’altra riva. Nella mattina del primo giugno, migliaia di loro hanno marciato i 20 chilometri della Bagdad Caddesi, considerata gli Champs Elysee del lato asiatico, attraversato i 1700 metri del ponte sospeso che unisce i due continenti e le de parti della città e iniziato a salire verso Taksim. I traghetti tra le due rive erano pieni di gente che tentava di andare a Taksim.

Tutte le strade che portano al parco Gezi di piazza Taksim, dove il primo ministro Recep Tayyip Erdogan ha l’ambizione di costruire un centro commerciale, erano sotto il controllo della polizia. L’ostinazione di Erdogan ha di certo dato l’impressione che non fosse poi così preoccupato dalle questioni ambientali.

I manifestanti, guidati in particolare dagli artisti, sembrano intenzionati a fare un punto d’onore il non lasciare che il governo decida il fato del parco Gezi. I futuri proprietari della città, i giovani di Istanbul, stavano affluendo a Taksim.

Le immagini di Istanbul ricordano quelle della Rivoluzione di velluto che ho vissuto a Praga – e di piazza Tienanmen a Pechino. A causa dell’odore soffocante delle nuvole di lacrimogeni su Taksim, non potuto non richiamare alla mente gli incidenti del 4 giugno 1989. Mi chiedo se i fatti di Taksim verranno ricordati allo stesso modo.

Poi ho ricordato piazza Tahrir al Cairo nel gennaio 2011. Quel che Tienanmen significa per Pechino e Tahrir significa per il Cairo, Taksim significa per Istanbul. Ecco perché, sebbene non ci siano state altrettante vittime, gli scontri esplosi con i brutali attacchi con lacrimogeni da parte della polizia contro persone che si opponevano al taglio degli alberi del parco Gezi, hanno rapidamente perso rapidamente perso attinenza con la protesta originaria per scuotere il nocciolo del governo Erdogan come un terremoto devastante.

Così tanto che le due notti di scontri a Istanbul si sono diffuse in 48 città della Turchia dove ci sono state almeno altre novanta singole manifestazioni. A Londra i turchi hanno marciato da Hyde Park a Trafalgar Square in segno di solidarietà. Tutti i turchi alla biennale di Venezia si sono riuniti a piazza San Marco in sostegno a Istanbul. Abbiamo sentito addirittura di Toronto.

E’ nata una solidarietà davvero rara fra le città, il paese e addirittura all’estero. Di certo è qualcosa che non può più essere classificato come un’azione di protesta per salvare pochi alberi nel parco Gezi. Una reazione tanto ampia ed energica è la manifestazione della rabbia accumulata contro Erdogan.

Non è difficile diagnosticarne i motivi. Lasciamo da parte il carisma di Erdogan e la sua popolarità che ha superato i confini turchi; la sua boria e arroganza crescenti, soprattutto negli ultimi due anni, e i suoi assalti alla democrazia a colpi di lacrimogeni hanno scatenato un’esplosione popolare che è partita da Istanbul per estendersi a tutta la nazione.

Nelle prime ore del 2 giugno il governo aveva perso il controllo di Istanbul, Ankara e Smirne, tre grandi città. Ora ci troviamo davanti la visione unica di masse popolari senza guida, più che di un movimento popolare controllato, che prendono il sopravvento sulla vita quotidiana delle città. In questo senso, Istanbul non è la Praga della Rivoluzione di Velluto, non è la Tienanmen del 1989, non è la Beirut del 2005 o il Cairo del 2011. E’ una situazione senza precedenti e nessuno sa come finirà.

La mia collega di Al-Monitor Amberin Zaman ha scritto: “La Turchia non è sull’orlo di una rivoluzione. Una Primavera turca non è in corso. Erdogan non è un dittatore. E’ un leader democraticamente eletto che sta agendo in modo sempre più antidemocratico. E, come Erdogan stesso ha riconosciuto, il suo destino sarà deciso nelle urne elettorali, non nelle strade”.

E’ chiaro, non possiamo più essere sicuri della validità di nessuna osservazione. Dopo questi eventi, niente – incluso il fato di Erdogan – è prevedibile.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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