Il campo di concentramento fascista di Sdraussina

Pubblicato sull’edizione goriziana de Il Piccolo l’11 febbraio 2011.

Aldo Vidussoni

Aldo Vidussoni

Era il 5 gennaio 1943, quando il conte Galeazzo Ciano ricevette il giovane segretario del Partito nazionale fascista, Aldo Vidussoni. Nato a Fogliano in provincia di Gorizia nel 1914, Vidussoni aveva idee molto precise su come il regime dovesse gestire il mosaico etnico delle sue terre: «Vidussoni dichiara truci propositi contro gli sloveni – scrive Ciano nei suoi Diari -. Li vuole ammazzare tutti. Mi permetto osservare che sono un milione. Non importa, risponde deciso, bisogna fare come gli Ascari e sterminarli tutti. Io spero che si calmi».

È in questo contesto politico che si svolge la storia del campo di concentramento di Sdraussina-Poggio Terza Armata, un capitolo dimenticato della Seconda guerra mondiale nell’Isontino. Creato nell’estate del 1942 come carcere sussidiario della prigione di Gorizia, divenne un inferno per i civili sloveni rastrellati nelle zone d’occupazione, ma anche per cittadini italiani ( di lingua slovena e italiana) e per le famiglie dei partigiani. Oggi soltanto una lapide ricorda quella vicenda, scomoda negazione della leggenda degli ”italiani brava gente”.

La rete dei campi

L’invasione nazifascista della Jugoslavia nel 1941 e la durezza delle forze d’occupazione generarono da subito un forte movimento di resistenza. È in quel periodo che le autorità fasciste allestirono una prima rete concentrazionaria nel territorio della Provincia di Gorizia, allora molto più vasto di oggi. «I primi campi furono aperti dal comando d’armata a Cighino di Tolmino e Tribussa inferiore nel febbraio del ’42 – spiega lo storico Luciano Patat -. Ma erano piccoli e fuori mano, e furono presto sostituiti dai più grandi campi di Gonars e Visco, e da altri campi minori nell’Isontino».

Sdraussina

Il campo di Sdraussina nasce nell’estate del 1942 nei fabbricati dell’ex cascamificio. Vi transitano semplici uomini e donne, italiani e sloveni per cui non c’era spazio nelle carceri goriziane. Tra questi c’è Lino Marega, figura nota dell’antifascismo isontino. Nel suo memoriale Marega racconta come i prigionieri venissero portati a Gorizia e Trieste per gli interrogatori. Alcune donne tornavano poi al campo, ricorda Marega, e si potevano riconoscere soltanto dai vestiti che indossavano a causa delle torture subite. Vicino alla ferrovia e facilmente sorvegliabile, il campo di Sdraussina era un centro di smistamento prigionieri ideale.

«Il campo di Poggio non era l’unico – spiega Patat -. Sotto il monastero della Castagnavizza ce n’era un altro, esclusivamente femminile. A Fossalon c’era invece un campo di internamento per cittadini italiani di lingua slovena. Era sostanzialmente un campo di lavoro. Lì però le condizioni di vita erano migliori, poiché la sorveglianza era affidata ai carabinieri, al contrario di Sdraussina, che era in mano a reparti delle camicie nere». Dopo l’armistizio la rete concentrazionaria fascista crollò, e molti prigionieri riuscirono a fuggire. Alcuni campi, come quello di Poggio, furono in parte riutilizzati dai nazisti come centri di smistamento verso i luoghi dello sterminio.

Vidussoni

Sullo sfondo di queste vicende si muove la figura di Aldo Vidussoni, che abbiamo citato all’inizio di questo articolo, e che proprio in quegli anni era un nome di spicco del regime. Laureatosi in legge nell’ateneo triestino, poi volontario in Etiopia e Spagna, Vidussoni era stato nominato segretario del Pnf da Mussolini in persona nel 1941. Con quella mossa il duce intendeva indebolire i ”bonzi” del partito, affidandosi a forze più giovani e fanatiche. Vidussoni, come abbiamo visto, prese da subito posizioni accesamente anti-slovene.

«Vidussoni è un caso atipico per le nostre zone – commenta Patat -. Trascorse pochi anni a Fogliano, poi andò a Trieste e da lì si mosse sul piano politico nazionale». Contrariamente all’entusiasmo sanguinario di Vidussoni, spiega Patat, l’Isontino si era mostrato piuttosto refrattario al fascismo: «Da noi il movimento attecchì in ritardo – dice lo storico -. E si trattò di un fenomeno d’importazione: i primi fascisti isontini erano militari e impiegati fermatisi qui dopo la Grande guerra. Da subito, però, il nazionalismo si colorì di razzismo. Nell’allora provincia di Gorizia gli italiani erano minoranza, e l’italianizzazione s’impose con la forza». Gli effetti sono noti, simili a quelli che tutti i nazionalismi hanno scatenato su questo confine. Forse per tutte le vittime di quegli estremismi potranno valere le parole di Ljubka Šorli, deportata, riportate sulla lapide davanti al campo di Sdraussina: «Il destino ci nobilita attraverso il dolore. Una è la fede, uno il grido: libertà».

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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10 risposte a Il campo di concentramento fascista di Sdraussina

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  2. sarvure ha detto:

    Salve! Mi occupo da parecchio tempo di agricoltura, bonifiche e riforma agraria. Dalla mia remota Sardegna mi sono imbattuto diverse volte in questo personaggio. Visto che non si tratta di un cognome molto diffuso, è possibile che sia stato italianizzato, come altri esempi nel cosiddetto “confine orientale” testimoniano (mi viene in mente Cobolli Gigli)?

    • giovannitomasin ha detto:

      Buongiorno! Dico la verità, non lo so. Non mi sono mai imbattuto in Vidussoni tra i nomi italianizzati, e una sua origina slovena contrasterebbe il razzismo sanguinario che contraddistingueva il personaggio (non la esclude del tutto, però: un mio bisnonno era uno sloveno a cui era stato italianizzato il cognome e, purtroppo, ciò non gli ha impedito di diventare un fascista convinto). In ogni caso io sono tutt’altro che un esperto, proverò a chiedere a chi ne sa più di me e la aggiorno. Posso chiederle in che casi ha incrociato Vidussoni durante i suoi studi? Grazie!

      • sarvure ha detto:

        Gran parte della letteratura su Vidussoni, dice che nell’immediato dopoguerra ha vissuto a Verona per parecchi anni, per poi trasferirsi a Cagliari. Ecco io ho un documento che testimonia la sua presenza in Sardegna già dal 1947 e non nel capoluogo regionale, ma in un paese molto simile ai suoi luoghi d’origine (Arborea, la vecchia Mussolinia). Perciò, mi sono chiesto che cosa lo abbia spinto a rifugiarsi per svernare in un’isola dove il regime aveva lasciato in eredità un’immagine non troppo compromessa (sicuramente la meno di tutte), affinché si calmassero un po’ le acque.
        Lei scrive «il razzismo sanguinario che contraddistingueva il personaggio». Può darmi qualche elemento in più su questo aspetto? Al di là del suo ruolo istituzionale, di che cosa si macchiò Vidussoni? Quale ruolo ebbe nella politica di snazionalizzazione degli sloveni e dei croati?
        Saluti
        Alberto

      • fede.ale ha detto:

        Buongiorno, leggo solo ora queste interessanti riflessioni su Vidussoni. Su di lui, da alcuni anni, ho raccolto diverse informazioni e documenti. Ho rintrovato le carte del processo di epurazione, lo stato di servizio militare e la cartella universitaria. Ho inoltre rintracciato uno dei 4 figli che però non mi è stato di molto aiuto (comprensibilissimo, dato il passato scomodo del padre). Sarebbe interessante approfondire questa figura, significativa proprio per la sua sfrontatezza e aggressività. Venne probabilmente sopraffatto dagli eventi. Si trovò a capo del PNF che ormai stava agonizzando, impantanato nella guerra. Fu una marionetta di Mussolini. Non era un politico bensì un militare, volontario in Spagna, fanatico, indottrinato dalla cultura dell’epoca. In più espressione della Venezia Giulia. P.S. I genitori di Aldo Vidussoni erano di origine friulana. Un fratello è morto sotto le insegne della RSI, a Genova se non ricordo male. Aldo Vidussoni fu anche federale di Enna…e si laureò in tempi record!

  3. giovannitomasin ha detto:

    Dunque, parlando di razzismo sanguinario faccio riferimento al suo proposito di “ammazzare tutti” gli sloveni di cui parla Ciano. Purtroppo non è un dato sorprendente, una delle principali caratteristiche del fascismo di frontiera fu un razzismo esasperato, eredità dei nazionalismi irredentisti di personaggi come Timeus.

    Quanto al suo ruolo personale, durante i primi anni della snazionalizzazione Vidussoni era un ragazzino: a metà degli anni Trenta l’italianizzazione forzata era ormai imposta. Quando V. assurse a ruoli nazionali la politica nei confronti delle minoranze era già passata dall’oppressione alla guerra totale. Le sue affermazioni sono in linea con quelle di un altro esponente dei vertici fascisti, Italo Sauro, che auspicava la deportazione nei campi di sterminio degli sloveni da parte dei nazisti.

    Ps.
    Confermo, non mi risulta che Vidussoni sia un cognome italianizzato.

  4. Marco Ghedini ha detto:

    Con l’apertura del circolo di CasaPOUND a Gorizia mi sono voluto voluto documentare nel web dei crimini Fascisti fatti nel nostro territorio,volevo ringrazia Giovanni Tomasin per le delucidazioni che ho trovato nel suo Post.
    Al momento stesso mi vergogno della mia ignoranza ma anche di quanto poche persone sono a conoscenza di questi fatti.

    • giovannitomasin ha detto:

      Grazie Marco. Personalmente trovo surreale l’apertura della sede di Casapound. Il discorso fatto dal palco dal loro dirigente, durante la manifestazione di qualche mese fa, era un misto di idiozia assoluta e di offese verso una terra e una storia che con simili pseudopensieri dovrebbe non aver più nulla a che fare.

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