“Un nuovo Nomos der Erde”

Terra e Mare, al cui titolo umilmente s’ispira questo blog, è un agile libretto scritto nel 1942 dal giurista e filosofo Carl Schmitt. Pensatore non facile da maneggiare, Schmitt: compromesso dal punto di vista umano e politico con la peggiore tirannia del secolo scorso, nondimeno ha saputo guardare alla storia del mondo con una lucidità che trascende ampiamente i suoi limiti personali.

Ci ha lasciato in eredità un ampio bagaglio di strumenti affilati, da utilizzare con cautela. Mario Tronti, uno dei padri dell’operaismo, è stato uno dei suoi interpreti più versatili. Entrato da tempo nell’età dei patriarchi, Tronti riesce ancora a proporre analisi come quella che troverete a seguire, in cui si riprendono in parte le tesi esposte da Schmitt in Terra e Mare (qui il link alla pagina da cui ho tratto il testo, sul sito del Centro per la Riforma dello Stato).

Il pensiero del grande conservatore dialoga con quello del liberale Aron, con la regia di un intellettuale marxista. Il tutto senza voler cancellare le distinzioni perché, per dirla con l’antropologo Gregory Bateson, anche nel pensiero è importante delineare i contorni con tratto deciso.

balena

Rileggendo oggi il motto di Aron: “Pace impossibile, guerra improbabile”

di Mario Tronti

Il motto di Aron era riferito, come è noto, alla guerra fredda, terzo episodio delle guerre civili europee e mondiali. Perché la guerra sia resa improbabile, bisogna pensare il contesto di una pace impossibile. Va squarciata la maschera ideologica che nasconde il volto vero del conflitto. E questo può farlo solo una buona politica della trasformazione. Ma c’è un altra maniera per evitare che esploda la guerra oltre quella di organizzare il conflitto? Al lupo della guerra c’è da contrapporre non la colomba, ma l’orso della pace.

Elenco alcune motivazioni che mi hanno spinto a scegliere questo taglio del discorso. Sono naturalmente motivazioni polemiche verso il senso comune intellettuale corrente. Non mi ritrovo d’accordo con l’idea che sarebbe intervenuta, recentemente e drammaticamente una cesura nella storia delle relazioni internazionali. O forse si potrebbe dire meglio che non vedo lo stesso tipo di cesura. Cerco di sfuggire in ogni modo all’enfasi “epocale” sull’11 settembre. Cerco di allontanarmi il più possibile dai discorsi sul dopo-’89. Ci tengo cioè a disimpegnarmi da qualsiasi tipo di chiacchiera post-moderna. Il mio problema di filosofia politica è oggi il dopo-Novecento, con tutto il carico di riflessioni sul passato che per fortuna non passa, sulle eredità, quelle sì d’epoca, da assumere e su quelle da respingere, sulle novitates vere intervenute dopo, che non compongono nuovi inizi ma impegnano a nuovi passaggi. Leggo qui dentro “guerra e pace”.

Il motto di Aron era riferito, come è noto, alla guerra fredda, terzo episodio delle guerre civili europee e mondiali: assumo senza patemi d’animo questa definizione “revisionista” del Novecento politico, utilizzandola a miei fini. Raymond Aron scrive Pace e guerra tra le nazioni tra 1960 e 1961. Il libro appare nella primavera del 1962. A ottobre-novembre 1962 esplode la crisi di Cuba. Ci si ferma, responsabilmente, sull’orlo della guerra nucleare. Interessante notare che intorno a quell’episodio, tra il prima e il dopo, la guerra fredda si stava trasformando in coesistenza pacifica. Le crisi servono a questo, ad accelerare i processi di cambiamento. Non cambia mai niente quando c’è solo sviluppo graduale. Che cos’era “guerra fredda”? Era scontro tra grandi potenze, o blocchi di potenza, armati di ideologie forti. Democrazia e comunismo erano allora miti collettivi contrapposti, sfere di appartenenza mobilitanti, che nascondevano e mascheravano prevalenti e fondamentali aspetti geopolitici. In realtà siamo già oltre la guerra tra le nazioni. L’ultima, forse, di queste guerre tradizionali fu la prima grande guerra, con le sue forme politiche e i suoi apparati tecnologici ancora ottocenteschi. Poi, tra gli anni venti e trenta – i due decenni decisivi del Novecento – avviene qualcosa di storicamente essenziale: la costruzione del socialismo in un paese solo, la grande crisi capitalistica, l’irruzione della soluzione totalitaria. La vera sostanziale trasformazione della guerra, e del rapporto pace/guerra avviene lì. Dentro la guerra totale si comincia a cercare e a sperimentare l’arma altrettanto totale, per chiudere la guerra e soprattutto per il comando sulla pace. Le guerre, che sono episodi storici di breve periodo, si combattono per conquistarsi il dominio sulla lunga durata della pace.

La terza grande lunga guerra mondiale (1947-1991, insisto 1991 e non 1989) comincia in realtà a Hiroshima: l’Arma di distruzione di massa chiude la guerra con il Giappone e apre la pace con l’URSS. Sia chiaro a tutti chi comanderà dopo. La terza guerra mondiale del Novecento sarà lunga perché non guerreggiata, o guerreggiata a livello globale/locale, non dico glocale per rispetto della lingua: formule, queste, che sembrano nuove di zecca ma stanno già lì e fanno parte del vecchio nihil novi . La globalizzazione dei mercati, delle monete, della produzione trova anticipazione fondativa nella globalizzazione delle guerre, con ricadute territoriali, in perfetta coerenza con le logiche di sistema. Corea, Suez, Algeria, Vietnam, il conflitto israelo-palestinese, per citarne alcune e dimenticarne altre, erano al tempo stesso guerre locali di dimensione sovranazionale e guerre civili interne alle nazioni, a volte interne ai blocchi, come sarà per le “rivolte” nei paesi dell’Est. A volte dimentichiamo di essere stati, noi, militanti, anzi combattenti della guerra fredda: per quanto mi riguarda combattente non pentito, avendo liberamente scelto la funzione di intellettuale organico di una parte contro un’altra, e producendo cultura proprio con questa forma di pensiero. Forte era la consapevolezza che lo scontro ideologico fra i due blocchi fosse guerra mondiale non guerreggiata. Il carattere mondiale della guerra vuole infatti che ci siano due sfere sovranazionali di quasi eguale potenza. La novità era nel fatto che la guerra fredda si presentava apertamente come “pace armata”, fondata sull’equilibrio del terrore “possibile”. Solo quando l’Arma fu nelle mani di tutti e due i contendenti, la pace impossibile divenne guerra improbabile.

“L’economia compare con la scarsità. L’abbondanza lascerebbe sussistere problemi organizzativi e non calcoli economici. Analogamente, la guerra cesserebbe di essere uno strumento della politica il giorno in cui cagionasse il suicidio comune dei belligeranti. La capacità di produzione industriale rende una certa attualità all’utopia dell’abbondanza, la capacità distruttrice delle armi rianima i sogni di pace eterna”(R. Aron, Pace e guerra tra le nazioni, Edizioni di Comunità, Milano 1970, p.38). Dal tempo del Vom Kriege di Clausewitz – dice Aron – due sono i mutamenti essenziali intervenuti: il salto dell’innovazione tecnica, che porta all’arma nucleare; l’estensione planetaria della società degli Stati, che porta oltre la dimensione europea. “A proposito dell’armamento nucleare, parecchi fra teorici e pubblicisti hanno tratto la conclusione ormai banale, anzi triviale, secondo cui la guerra non sarebbe più la continuazione della politica con altri mezzi”. Aron si guarda bene dal riprodurre questa formulazione triviale. Quando, con la combinazione di armi di distruzione di massa e mondializzazione dei conflitti, oggi potremmo dire, quando con la forma-terrorismo globale, si passa a un livello superiore della scala della violenza e si mette in moto la famosa “ascesa agli estremi”, proprio allora ritorna l’obbligazione a scegliere definitivamente tra i due princìpi clausewitziani: “quello di distruzione, di annientamento e di decisione da una parte, quello di supremazia della politica dall’altra”. “Se, come sono convinto, quest’ultimo principio domina il pensiero di Clausewitz nella sua sintesi finale, si ha il diritto di scrivere che solo il nostro secolo, o addirittura i nostri giorni, hanno pienamente chiarito il significato della teoria clausewitziana e della formula-cliché” (R.Aron, Clausewitz, il Mulino, Bologna 1991, pp. 116-117). I “nostri giorni” sono gli anni settanta del Novecento: Sur Clausewitz esce nel 1987, ma i saggi ivi raccolti furono composti tra 1972 e 1980, contemporaneamente alla elaborazione e pubblicazione di Penser la guerre, Clausewitz (1976).

Supremazia della politica, dunque, primato dell’azione politica sulla logica della guerra, anzi, per essere più precisi insieme a Clausewitz, logica della politica sopra la “grammatica” della guerra (vedi Della guerra, Mondadori, Milano 1970, p.811). Ma ad una condizione: che ci sia una divisione razionale degli interessi strategici in conflitto. E questa, ai nostri giorni, può essere data solo da una struttura bipolare dello scacchiere mondiale. Non è un dover essere. Così è stato. E qui voglio dire una cosa precisa: per la pace, contro la guerra, è più efficace una pratica di equilibrio delle forze che una teoria di regole condivise sotto l’egida di istituzioni al di sopra delle parti. Di qui, una necessità: “la capacità di abbracciare con un solo sguardo la guerra nella sua totalità” (R.Aron, Pace e guerra tra le nazioni, cit. p.62).La politica – diceva Clausewitz – deve conoscere lo strumento di cui si serve, non può esigere dallo strumento ciò che esso non può dare, è tenuta a sapere ciò che è naturale, ciò che è indispensabile. Della guerra, conoscere allora gli interessi che la muovono, i fini che si propone, l’apparato ideologico che la sostiene. E questo, volta a volta, caso per caso, in situazioni storicamente determinate: per sostituire lo strumento-guerra, renderlo inefficace, considerarlo, e farlo considerare, controproducente. Ma “il primato della politica – scrive Aron – è una proposizione teorica e non un consiglio di azione”(ivi, p. 69).

Questo significa la frase: la politica deve conoscere la guerra. E la formula non è meno vera in tempo di pace che in tempo di guerra. Perché l’unità della politica congloba pace e guerra, diplomazia e strategia. In genere la direzione degli affari esteri oscilla tra due estremi: l’ossessione della sola vittoria militare in tempo di guerra, l’indifferenza alle considerazioni militari in tempo di pace. “Alexis de Tocqueville aveva già notato questa propensione per una duplice frenesia – pochi soldati in tempo normale, poca sottigliezza diplomatica quando parla il cannone – e aveva visto in ciò l’espressione dello spirito democratico. La razionalità ordina invece di pensare alla pace nonostante lo strepito dei combattimenti e di non dimenticare la guerra nonostante il silenzio delle armi” (ivi, p. 63).

Penser la paix : ecco un bel tema. Ma non aspettare la guerra per pensare la pace. E non tralasciare, durante la pace, di pensare la guerra. Il pensiero politico, e la politica pratica, devono avere un’attenzione costante, continuativa, al tema pace/guerra. La mia impressione è che – dopo la fine della guerra fredda – questa attenzione non ci sia più stata. Causa, questa, non secondaria, di crisi della politica moderna, come caduta di classi dirigenti, degrado di élites politiche, miseria di pensiero strategico. Attraverso questo varco passa un fenomeno vistosamente contemporaneo: il linguaggio religioso, che conserva ancora un senso, invade il discorso politico, ormai privo di senso. I fondamentalismi, soprattutto delle religioni monoteistiche, pericolosamente estremizzano tradizioni teologiche tutt’altro che vocate a questo esito. Perché e come sia accaduto tutto questo, è ancora da capire. Io trovo, anche qui, una delle cause nel tanto auspicato e tanto apprezzato crollo delle narrazioni ideologiche, le uniche reti di appartenenza che tenevano insieme, razionalmente, grandi masse umane. Sarebbe onesto riconoscere che quel crollo, cantato in varie lingue come l’inizio della pace perpetua, si è in realtà rivelato come l’origine di un nuovo disordine mondiale. Senza arrivare all’Out of Control di Brzezinski, con il suo global Turmoil , le “guerre di faglia”, di cui parla Huntington, sono davanti ai nostri occhi. La mia tesi è questa: il bipolarismo politico – l’equilibrio di potenza – garantiva un ordine armato senza “ascesa agli estremi” (la famosa espressione di Clausewitz). E’ l’unilateralismo imperiale che provoca squilibrio altrettanto armato, con pericoli di escalation terroristica dall’alto e dal basso, in una terribile confrontation tra superpotenza legale unificata e diffusa forza clandestina. Pace e guerra, oggi, oscillano tra questi incontrollabili estremi.

E’ vero che la fine dello jus publicum europaeum ha lasciato luogo a organismi internazionali di garanzia e di sicurezza. Ma se guardiamo bene, anche quelli si basavano su un oggettivo tacito equilibrio di potenza. Vedi la logica che uniformava il Consiglio di sicurezza dell’ONU, con i suoi membri permanenti, il diritto di veto, ecc. Non è un caso che, rotto quell’equilibrio, quella logica non funziona più. Quale altra soluzione concreta esiste, al di là delle buone care intenzioni pacifiste, oltre quella del ricostituire quell’equilibrio, del superare l’unilateralismo, del restaurare una reciproca forza di dissuasione? Il terrore statunitense per il proprio declino – fine del secolo americano, avvento del secolo asiatico – esplicitata dall’arrivo dei conservatives alla Casa Bianca: questa è la vera minaccia per il futuro dell’occidente, e della modernità occidentale, che in quanto struttura centrale nella governance del processo di globalizzazione, ributta poi sul mondo la vera minaccia per la pace. Di qui, la necessità politica di un ritorno d’Europa, che non va cercata tanto nella forma delle Carte di princìpi e di diritti, quanto nella costituzione materiale che le assegna la funzione storica di cerniera tra Occidente e Oriente, di ponte tra Nord e Sud del mondo. Interessante quella divisione geopolitica, che si era intravista durante la lunga preparazione e che subito era svanita con la breve conclusione dell’ultima guerra in Iraq: naturalmente demonizzata come una sciagura dai benpensanti di destra e di sinistra. E’ un fatto politico, non un giudizio etico, che la guerra a volte apre spiragli che la pace richiude. Sto parlando di quella divisione, relativamente possibile, e essa stessa al momento improbabile, tra due grandi sfere d’influenza, appunto geopolitiche: sfera euroasiatica da un lato, sfera anglosassone dall’altra. Non per uno scontro, ma per un confronto di civiltà, dialogo competitivo tra grandi differenze sul modo di fare società di donne e di uomini dopo il Novecento. Ancora per una volta, forse, terra e mare, ma con i mostri biblici, Leviathan e Behemoth, addomesticati, civilizzati. Per un nuovo Nomos der Erde.

E dunque, perché la guerra sia resa improbabile, bisogna pensare il contesto di una pace impossibile. E questo, non per una ragione di antropologia filosofica, pessimistica o realistica, per hobbesismo congenito. Non per una ragione di cristianesimo agostiniano, la civitas diaboli , la caduta, il peccato, il male, come dati naturali ineliminabili e solo redimibili, o con la grazia o con le opere. Ma per una ragione storica, sociale e politica insieme: questo è un mondo tuttora diviso. E malgrado le ideologie dominanti, complessificatrici, comunicative, rizomatiche, tutte democratiche, si tratta tuttora di una divisione dicotomica. La dicotomia che spezzava le società nelle nazioni si è attenuata, ma si è accentuata a livello mondo. Due processi che hanno marciato bene insieme. Un Terzo Mondo era possibile quando c’erano due soluzioni contrapposte, rappresentate da nomi, capitalismo e socialismo, che avevano dietro storia, pensiero, Stato, partito. Ora, non più. Sono rimasti due mondi, quasi senza nome, perché il residuo di eccedenza della divisione in classe è innominabile, pur in presenza di una valenza simbolica addirittura accecante: ricchezza diffusa da una parte, povertà diffusa dall’altra. Scrive Huntington: “In questo nuovo mondo i conflitti più profondi, laceranti e pericolosi non saranno quelli tra classi sociali, tra ricchi e poveri o tra altri gruppi caratterizzati in senso economico, bensì tra gruppi appartenenti ad entità culturali diverse”. E continua: “All’interno delle diverse civiltà si verificheranno guerre tribali e conflitti etnici”. (Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 2000, p.17). Bene. Così non deve essere. Va squarciata la maschera ideologica che nasconde il volto vero del conflitto. E questo può farlo solo una buona politica della trasformazione. Ma anche qui, chiedo: c’è un altra maniera per evitare che esploda la guerra oltre quella di organizzare il conflitto? Il conflitto organizzato è la “messa in forma” della guerra, è la sua neutralizzazione attraverso la politicizzazione. Pensare insieme pace e guerra, ci impegna allora a riafferrare un proposito che sembra definitivamente caduto, quello di ridare forma alla politica.

C’è un libriccino che in questi anni ho molto amato. L’autore è J.-J. Langendorf. Titolo: Elogio funebre del generale August-Wilhelm von Lignitz (Adelphi, Milano 1980). La kantiana Critica sui limiti della ragione viene applicata alla razionalità della guerra. La realtà della guerra è inconoscibile come l’in sé della realtà, il noùmeno. Il fatto di guerra non si lascia circoscrivere in alcun modo, poiché l’avversario sfugge per definizione a ogni tentativo di delimitazione. Questo si è capito dopo Valmy, nel passaggio dalla guerra fridericiana alle guerre napoleoniche, dalla forma razionale della guerra alla guerra come luogo del demoniaco, dove conta l’azzardo, la sorpresa, la volontà, la decisione. La stessa cosa, su scala maggiore e con una progressione ulteriore, accade dopo la fine dello jus publicum europaeum . La guerriglia entra nella guerra. Accanto alle due figure simboliche di Aron, il diplomatico e il soldato, irrompe il partigiano. Lo “scatenarsi dell’irrazionale” prende anche questa forma. Conoscere pace/guerra vuol dire anche conoscere la non ragione della guerra. Del generale von Lignitz si diceva che “le azioni lo interessavano solo quando erano sul punto di compiersi. Quelle già compiute lo annoiavano”. Piacevole sorpresa quel giorno che prese a parlare dell’avvenire. “Cominciò col raccontarci una storiella scritta da un suo compagno – un certo Kleist, mi sembra – suicidatosi da poco. Si trattava stranamente di un duello tra un orso e un celebre schermitore, il quale, malgrado tutta la sua scienza, la sua abilità e la raffinatezza nelle finte, non riusciva ad infliggere una stoccata decisiva all’animale, che si difendeva in virtù di una estrema economia di mezzi e le cui parate non erano in realtà che dei gesti grossolanamente abbozzati”. E’ la tranquilla “filosofia dell’orso” di Kutusov contrapposta alla rapacità della sempre mobile scherma napoleonica. “L’intelligenza non è essenziale alla guerra: anteponetele la calma profonda dell’essere, e della forza”(ivi, pp. 843-86).

Così noi oggi: al lupo della guerra c’è da contrapporre non la colomba, ma l’orso della pace.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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