“Robespierre, magari un po’ di Lenin”

Il filosofo sloveno Slavoj Žižek è senz’ombra di dubbio uno degli interpreti più penetranti del mondo contemporaneo. Di seguito la traduzione di una recente intervista sulla sua vita personale (qui l’originale dal sito http://www.Salon.com).

zizek

Quasi 25 anni fa il filosofo Slavoj Žižek ruppe il cul-de-sac intellettuale dell’accademia slovena – lasciando il segno nel mondo anglofono con il suo “Il sublime oggetto dell’ideologia” (1989), un’astuta fusione di psicoanalisi lacaniana, idealismo della Scuola di Francoforte, e riflessioni sul blockbuster del 1989 “Alien”.

Oggi è ovunque. Il notoriamente arruffato philosophe “radicale di sinistra” è diventato la più inaspettata delle celebrità: un’icona di culto e una guida spirituale per la letargica sinistra europea.

Žižek ha pubblicato più di 50 libri (il più recente è “The Year of dreaming dangerously”) ed è stato protagonista di diversi documentari. Un giornale, il Giornale internazionale di studi žižekiani, è dedicato ai sui lavori. Žižek è stato chiamato “il Borat della filosofia”, “l’Elvis della teoria culturale” e “il più avanzato filosofo del mondo”. Tutti titoli che lui aborre.

Salon ha incontrato Žižek, che ancora chiama “casa” Lubiana, su Skype. Il tema: l’improbabile celebrità di Slavoj Žižek.

Hai rilasciato diverse interviste negli ultimi anni. Speravo che avremmo potuto portare questa ad un certo livello di astrazione e discutere del fenomeno che è Slavoj Žižek.

Ah, se proprio vuoi.

Di recente Foreign Policy ti ha inserito nella sua lista dei “Top 100 Global Thinkers” del 2012.

Sì, ma al fondo dei top!

Giusto, eri al 92esimo posto. Avresti voluto stare in cima?

No! Non riusciresti a farmelo dire nemmeno sotto tortura! So che la cosa educata da dire è no. La prima sulla lista non è quella ragazza del Myanmar? Mi dimentico sempre il suo nome. Come si chiama?

Intendi Aung San Suu Kyi?

Sì! Non ho niente contro di lei, ma mi potresti spiegare in che senso lei è una filosofa o un’intellettuale?

Per chiarire, si tratta di una lista di “pensatori”, non di “filosofi”.

Si ma in che senso lei è una pensatrice? Sta soltanto tentando di portare la democrazia in Myanmar. Ok, è una bella cosa. Ma non puoi accettare soltanto un ideale per sé stesso. Oh, la democrazia! Tutti vanno in orgasmo, portiamola a più gente possibile.

Il pensiero inizia quando ti poni domande realmente difficili. Ad esempio: cosa viene realmente deciso nel processo democratico?

Di recente ho dato un occhio al Giornale internazionale di studi žižekiani e…

Non l’ho mai aperto! Lo giuro! Mai aperto quel sito.

Che te ne pare dell’idea?

Ho buone relazioni con Paul Taylor, che lo pubblica. Siamo amici. E’ ironico, pensava che questa iniziativa l’avrebbe aiutato nella sua carriera accademica, ma gli porta soltanto problemi.

Come puoi vedere adesso – o in uno qualunque di quei merdosi film che faccio – sono un tipo nervoso. Trovo assolutamente intollerabile vedere me stesso su uno schermo. E quando la gente scrive di me, non leggo mai cosa scrivono – a meno che non sia un attacco brutale e i miei amici pensino che dovrei rispondere.

Provo un senso di vergogna. Ho paura di vedere me stesso.

L’avevi già detto in precedenza. E hai notato la tendenza dei giornalisti a ritrarti come un clown o un buffone. Ma io mi chiedo: fino a che punto stai flirtando con tutto ciò?

Sai perché lo faccio? Perché sono terribilmente spaventato dall’idea che se la gente potesse vedermi, per metterla giù in modo ingenuo, come sono realmente, sarebbero terribilmente annoiati.

Vedi, nella mia vita privata io sono un tipo terribilmente depresso. Guarda dove sono ora! Guarda in giro. Sono a Parigi.

(Žižek gira il suo portatile, mostrando ciò che gli sta attorno: una stanza d’hotel, con un letto semplice e una sola finestra)

Vedi? Sono in una piccola stanza d’hotel. Sono scappato da casa mia per una settimana: ne avevo bisogno. Qui esco soltanto una o due volte al giorno per mangiare. Eccetto te e un altro amico che ho incontrato su Skype, non ho parlato con nessuno per una settimana. E mi piace così tanto!

La mia grande paura è che se mi comporto come sono veramente, la gente si accorgerà che non c’è niente da vedere. Così devo stare attivo tutto il tempo, nascondere.

Questo è il motivo per cui penso che la tv reality sia così noiosa: perché la gente non è sé stessa. Recitano una certa immagine di sé stessi, che è estremamente noiosa e stupida e così via. Non riesco a capire perché la gente sia così attratta dai reality. Penso che dovrebbero essere proibiti. E penso che Facebook e Twitter dovrebbero essere proibiti. Non trovi?

Sai, le uniche foto che ho di me sono sui miei documenti ufficiali, come il mio passaporto.

Ma aspetta! Questo non significa che mi disprezzo del tutto. No, mi piace il mio lavoro pubblicato. Vivo per quello – per la teoria, davvero. E senza vergogna. Odio quell’abitudine umanitarista di sinistra: la gente muore di fame! Bambini in Africa? Chi ha bisogno della teoria? No! Io affermo che oggigiorno abbiamo più che mai bisogno di teorie inutili.

Hai affermato di non aver mai visto il documentario del 2005 “Žižek!”, di cui sei protagonista. L’ho guardato di recente. C’è una scena che mi ha colpito. Quando porti la regista, Astra Taylor, nella sua cucina – per mostrarle tieni i tuoi calzini lì.

Sì, per scioccarla! E’ stato molto innocente. Io avevo accennato al fatto che i miei calzini erano in cucina. Lei non mi credeva. Pensava: “Questa è una delle sue stravaganze postmoderne”. Ho voluto dirle: “No, vaffanculo, sono davvero là!”

Alcuni idioti hanno ricavato un sacco di clip dal film… Ti ricordi la scena in cui sono a letto nudo (dai fianchi in su, ovviamente) durante un’intervista? Alcuni idioti si sono chiesti a posteriori: Oh, qual era il messaggio?

Era così triviale. La regista mi stava rompendo tutto il giorno – rompendo nel senso di infastidirmi – ero stanco come un cane. Lei voleva farmi ancora qualche altra domanda. Io le ho detto: “Ascolta, io vado a letto e tu puoi filmarmi per altri cinque minuti”. E’ nato così.

Ora, la gente lo guarda e dice “Oh cosa significa il fatto che è mezzo nudo?”. Non c’è nessun messaggio. Il messaggio è che ero dannatamente stanco.

Ma non è questo ciò che fai in molti tuoi scritti? Prendere l’uomo mezzo nudo sullo schermo e attribuire un senso al suo essere mezzo nudo?

E’ vero!

Torniamo ai calzini in cucina. Di certo ti sarai reso conto che mostrarli alla regista avrebbe contribuito al suo ritratto di te come un philosophe confuso che praticamente non riesce a funzionare nella vita ordinaria?

No, no. Chiunque mi conosca sa che sono una persona ben organizzata. Sono estremamente organizzato. Spacco il minuto, ogni cosa è pianificata. E’ così che raggiungo tanti risultato. Quantitativamente. Non sto parlando di qualità.

Sono veramente ben allenato. Posso lavorare ovunque. L’ho imparato nell’esercito.

Posso sembrare mezzo abbandonato, è vero. Perché ho sempre trovato estremamente osceno comprare cose per me stesso: come pantaloni, giacche e così via. Tutte le mie t-shirt sono regali di diversi incontri. Tutti i miei calzini vengono da voli in business-class. In questo rinnego del tutto me stesso.

Ma il mio appartamento deve essere pulito; sono ossessionato dal controllo. E’ per questo che ero sorpreso quando ho fatto il servizio militare. Non è che fossi un filosofo confuso che non poteva sopportare la disciplina. Il mio shock era che il vecchio esercito jugoslavo era, sotto la superficie di ordine e disciplina, una società caotica in cui nulla funzionava. Ero profondamente, profondamente deluso dalla caoticità dell’esercito.

Per me l’ideale sarebbe vivere in un monastero.

Restiamo su questo punto. In passato hai detto: “Sono un filosofo, non un profeta”. E ancora, i tuoi seguaci sono notevolmente pii; molti ti adorano come un profeta. Perché?

Beh, sono ambiguo su questo. Da un lato, io ritorno a un marxismo più classico. Tipo: “Non può durare! Tutto ciò è folle! L’ora della riscossa arriverà, blah blah blah”.

Inoltre, io odio davvero tutto questo politicamente corretto, stronzate da studi culturali. Se usi il termine “postcolonialismo” io dico “fanculo!”. Il postcolonialismo è l’invenzione di alcuni ricchi ragazzi indiani che videro che potevano fare buone carriere nelle migliori università occidentali giocando sui sensi di colpa dei liberali bianchi.

Dunque offri una tregua ai ventenni che cercano di scappare dai frutti del postmodernismo: politicamente corretto, studi di genere eccetera?

Sì, sì! Giusto!

Ma qui c’è anche il mio pizzico di megalomania. Io mi concepisco come una sorta di figura cristica. Ok! Uccidetemi! Sono pronto al sacrificio. Ma la causa resterà! E così via…

Ma paradossalmente disprezzo le apparizioni in pubblico. Ecco perché ho quasi interamente smesso di insegnare. La peggior cosa per me è il contatto con gli studenti. Mi piacciono le università senza studenti. E in particolare odio gli studenti americani. Pensano che gli devi tutto. Vengono da te… in orario d’ufficio!

Molto europeo.

Sì, in questo sono totalmente europeo – in particolare per la tradizione autoritaria tedesca. L’Inghilterra è già corrotta. In Inghilterra, gli studenti pensano che possono semplicemente fermarti e farti una domanda. E’ repellente.

Ciò detto, io ammiro abbastanza gli Stati Uniti e il Canada. In un certo senso, sono meglio dell’Europa odierna. La Francia e la Germania, al momento, sono veramente in un pessimo stato intellettuale – soprattutto la Germania. Non succede niente di interessante là. E ancora mi sorprende quanto siano intellettualmente vivi gli Stati Uniti e il Canada. Lasciami fare un esempio: gli studi hegeliani. Se un europeo vuole capire Hegel, va a Toronto o Chicago o Pittsburgh.

Cosa penserebbe Hegel della tua popolarità?

Non sarebbe un problema per lui. Ha perfino scritto – credo alla fine della Fenomenologia – che se, come filosofo, articoli veramente lo spirito del tempo, il risultato è popolarità… perfino se la gente non t’intende davvero. In qualche modo lo sentono. E’ una bellissima questione dialettica: come fanno a sentirlo?

Sei un devoto lacaniano. Saresti imbarazzato se Lacan fosse vivo oggigiorno?

Assolutamente! Era un tale opportunista. E non avrebbe apprezzato la direzione che ho preso. Teoreticamente era un completo anti-hegaliano. Ma io tento di provare che, senza che se ne rendesse conto, in realtà era hegeliano.

Quando scrivi i libri popolari che affermi di non apprezzare, chi immagini di avere come lettore?

Proibito! Non mi faccio mai questa domanda. Non mi interessa. Un’altra proibizione è che non analizzo mai me stesso. L’idea di fare psicoanalisi su me stesso mi disgusta. In questo sono una sorta di cattolico conservatore pessimista. Penso che se guardiamo a fondo in noi stessi, scopriamo un sacco di merda. Meglio non sapere.

In “Žižek!” sono stato molto attento affinché tutti gli indizi sulla mia personalità fossero ingannevoli.

Perché questi dispetti? Per divertimento?

Perché sono idioti! Io odio i giornalisti! Registi! Penso ci sia qualcosa di osceno in questo. Ovviamente, devi intendermi ancora una volta: se sono realmente indifferente, perché mi do il fastidio di mentire? Sì, c’è un problema in questo…

Sai, quando mi sono sposato in Argentina, ero veramente imbarazzato. La gente pensava che io avessi orchestrato la diffusione delle mie foto matrimoniali. Non è vero!

Ho visto quelle foto. Per qualcuno che descrive l’amore come violento e non necessario, sembri abbastanza coinvolto nell’affare. Tua moglie (la modella argentina Analia Hounie) indossava un lungo vestito bianco e teneva in mano un bouquet. Così tradizionale!

Sì, ma hai notato niente? Se guardi nelle foto, puoi vedere che non sono felice. Ho perfino gli occhi chiusi. E’ una fuga psicotica. Non sta succedendo. Non sono realmente qui.

Ho giocato degli scherzi al mio matrimonio. Gli organizzatori mi avevano chiesto di scegliere la musica. Così quando mi sono affiancato a mia moglie nella cerimonia, hanno suonato il secondo movimento della Decima sinfonia di Shostakovich, comunemente conosciuta come “ritratto di Stalin”. E quando ci siamo abbracciati, hanno suonato “La Morte e la Fanciulla” di Schubert. Mi sono divertito in una maniera infantile! Ma il matrimonio era tutto un incubo e così via.

Così l’hai fatto per tua moglie, quel grande matrimonio?

Sì, lei lo sognava.

Sai quale libro davvero non mi piace a questo proposito? “Contro l’amore” di Laura Kipnis. La sua idea è che l’ultima difesa della borghesia sia “Niente sesso fuori dall’amore”. E’ la roba di Judith Butler: ricostruzione, identità, blah blah blah.

Io affermo che è l’esatto contrario. Oggi, l’impegno appassionato è considerato quasi patologico. Io penso ci sia qualcosa di sovversivo nel dire: questo è l’uomo o la donna con cui voglio condividere tutto.

Ecco perché non sono mai stato capace di avere le cosiddette storie da una notte. Deve esserci almeno una prospettiva di eternità.

Sembri considerare Judith Butler come una sorta di antitesi. L’hai menzionata diverse volte in passato. E’ il tuo spauracchio!

Sì, ma personalmente andiamo molto d’accordo! Judith una volta mi disse: “Slavoj, devi pensare che sono una donna mediocre”. Io ho detto: “No, quando qualcuno apprezza Hegel come te, non può essere un totale idiota!”

Ci sono personaggi storici cui ti senti legato?

Robespierre. Magari un po’ di Lenin.

Davvero? Non Trotsky?

Nel 1918-1919, Trotsky era molto più duro di Stalin. E questo mi piace. Ma non lo perdonerò mai per come ha mandato tutto all’aria a metà degli anni ’20. Era così stupido e arrogante. Sai cosa sarebbe stato capace di fare? Sarebbe arrivato a una festa portando classici francesi come Flaubert, Stendhal, per segnalare agli altri: “Fanculo, io sono civilizzato!”.

Hai scritto che dovremmo pensare di più e agire meno. Ma alla fin fine ti identifichi con Lenin: un noto uomo d’azione.

Sì, ma aspetta un minuto! Lenin era uno giusto. Quando tutto andò a catafascio nel 1914, lui cosa fece? Si trasferì in Svizzera e iniziò a studiare Hegel.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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2 risposte a “Robespierre, magari un po’ di Lenin”

  1. Humachina ha detto:

    Non avevo ancora letto questa intervista, diversi i dettagli interessanti.
    Mi congratulo con te per i contenuti del blog, ben selezionati e ottimamente proposti.

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