خواجه شمس‌الدین محمد حافظ شیرازی

Come si può non provare simpatia per il grande poeta persiano Hafez? Poeta di corte per eccellenza, passò la sua esistenza all’ombra dei principi che dominarono la Persia nel periodo convulso e splendido che seguì la frammentazione dell’Impero mongolo: il XIV secolo. Salvo un decennio di disgrazia che lo costrinse a mettersi in viaggio, il sedentarissimo poeta non lasciò praticamente mai la sua amata Shiraz. Leggendario era il suo odio per i viaggi.

Leggendario ancor più era il suo amore per il vino, le osterie, i bei fanciulli. Il buon Hafez, un autentico edonista: dotto in tutte le scienze, parlava arabo fluentemente ed era, a quanto pare, un ottimo cortigiano. Certo, come nel caso degli altri celebri poeti persiani, anche i versi di Hafez celano perle riposte dietro mille veli. Ma, forse è una mia impressione, se in Khayyam e Rumi l’amore per le cose terrene è simbolo del divino, in Hafez l’entusiasmo nel vivere è pura attestazione, minore è il bisogno di trascendere. L’adorazione di Hafez è la stessa del fiore che apre i suoi petali al sole, lo fa secondo la sua stessa natura.

Alla fine della vita del poeta si verificò una catastrofe: il Grande Khan mongolo Timur, il nuovo Gengiz, giunse alla testa delle sue armate a Shiraz, abbattendo il potere locale. Tutti da quel momento in poi tutti dovettero sottomettersi a Timur lo Zoppo. Si narra a questo punto un episodio divertente. Il vecchio poeta, indifferente al potere del Khan, si presentò a corte per lamentare l’entità del tributo individuale che gli era stato imposto, e che mai avrebbe potuto colmare. La reazione del Khan fu, con sorpresa di tutti, ilare: rinfacciò ad Hafez un suo noto verso, in cui prometteva Bukhara e Samarcanda in cambio di un solo neo sul volto del suo amato. Era a causa di quella prodigalità, rispose dunque il poeta, che ora non era in grado di saldare il suo debito verso il trono.

L’astuzia di questa risposta gli guadagnò la benevolenza del crudele Khan e l’esenzione dai tributi.

Secoli dopo la sua morte, avvenuta attorno al 1390 d.C., la traduzione del Diwan di Hafez spinse Goethe a scrivere il suo West-Oestlicher Diwan. Quel che è certo è che il sentire di Hafez è davvero universale. Già negli anni in cui viveva, il poeta era parte di una temperie che andava ben oltre le mura dell’amata Shiraz. Dice Carlo Saccone nella prefazione ad una raccolta di versi del poeta:

Nel nostro commento al Canzoniere di Hafez abbiamo cercato di evidenziare un particolare aspetto, la sua straordinaria consonanza con alcuni temi e motivi della nostra tradizione poetica medievale, segnatamente quella stilnovistica. Altrove avevamo già avuto modo di mostrare ulteriori esempi di simili “consonanze”: ad esempio come poeti apparentemente lontani quali il nostro Dante e i persiani ‘Attar o Sana’i ci descrivano dei viaggi dell’anima nell’aldilà “profondamente” simili. E non perché tutti attingessero a supposti controversi modelli comuni tipo la pia leggenda del viaggio celeste o mi’raj; bensì perché i loro “viaggi” scaturivano da sensibilità affini, da una comune Stimmung che traeva la sua linfa vitale dal lascito neoplatonico nelle sue ampie rielaborazioni vuoi agostiniane vuoi avicenniane (Etienne Gilson in un memorabile studio parlava non a caso del ruolo cruciale nel ‘200 europeo della scuola dell'”agostinismo avicennizante”). Henry Corbin ha acutamente indagato in pagine intensissime sul ruolo di questa eredità nel momento formativo di certe idee emblematiche, come quella della “donna-angelo” che sottendono la concezione dell’amore dello Stilnovo.

Ecco un esempio dei versi di Hafez, sentite come si specchiano in quelli di un Guinizzelli:

O zefiro, se tu passare mai dovessi pel regno dell’amico nostro
riportaci in dono l’ambrata fragranza dei riccioli dell’amico!

Lo giuro per la cara sua anima: io grato donerei la mia anima
se a me qui riportassi un Messaggio, indietro tornando dall’amico

E se mai succedesse che ti neghino udienza presso la sua maestà
riporta per miei occhi almeno la polvere della soglia dell’amico

Io son mendicante e desiderio mi strugge d’Unione con lui, oh
chissà che almeno in sogno io veda un fantasma dell’amico!

Quantunque l’amico neppure per un soldo vorrebbe acquistarci
noi pel mondo intero non venderemmo un solo capello dell’amico

Il mio cuore simile a pino ora trema al pari di un salice
geloso com’è della figura qual pino slanciata dell’amico!

Che vuoi che sia se vien liberato il suo cuore dal laccio amoroso
dal momento che il povero Hafez è comunque servo e schiavo dell’amico?

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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