Il dandy bizantino

Clio, la musa della storia, era una maledetta snob.
Sir Steven Runciman.

Il giorno di Natale dell’anno 1400 re Enrico IV d’Inghilterra dava un banchetto nel suo palazzo di Etham. Lo scopo non era solo quello di celebrare la santa festività ma anche quello di onorare un ospite illustre, Manuele II Paleologo, Imperatore dei Greci, come lo chiamava la maggior parte degli occidentali, sebbene alcuni ricordassero che era il vero Imperatore dei Romani.
Sir Steven Runciman, Gli ultimi giorni di Costantinopoli.

Si narra che mentre Eraclio si trovava a Costantinopoli nel 629 per ricevere le ambascerie venute a congratularsi con lui da paesi lontani come la Francia e l’India, ricevesse una lettera da un capo arabo che si proclamava Profeta di Dio e ingiungeva all’imperatore di aderire alla sua fede. Lettere simili sarebbero state inviate anche ai re di Persia e di Abissinia e al governatore d’Egitto. L’aneddoto è probabilmente apocrifo.
Sir Steven Runciman, Storia delle Crociate.

Ci sono alcuni personaggi che sembrano riassumere in sé lo spirito di un tempo, o di una nazione, o di un modo di vivere. Sir Steven Runciman è indubbiamente uno di questi. Storico medievale e bizantino di massimo rilievo, la sua vita non fu certo quella di un topo di biblioteca: nato tre anni dopo la morte della regina Vittoria, morì quasi centenario allo scadere del secondo millennio. Dice di lui Silvia Ronchey nel saggio Steven Runciman un dandy bizantino:

Nel ritratto fotografico che gli fece Cecil Beaton, quand’era poco più che ventenne, Steven Runciman indossa un kimono di seta e tra le dita sottili regge un uccello di rara bellezza, di quelli che gli antichi imperatori orientali richiudevano in gabbie d’oro. Anche lui, James Cochran Stevenson Runciman, secondogenito del primo visconte Runciman di Doxford, aveva avuto in dono una bellezza rara, insieme ad altre doti raramente compatibili fra loro. Aveva un’intelligenza anticonformista, una vocazione alla scoperta, una vera e solida cultura classica, radicate nello strato sociale più alto di un impero morente dall’elite chiusa e conservativa, l’aristocrazia britannica. Ma la sua vita di esteta migratore e cronista della caduta degli imperi non fu mai imprigionata nelle grate d’oro di quella casta privilegiata, e neppure confinata oltre una cortina di ferro, come accadde ai suoi coetanei del gruppo di Cambridge che avevano cercato di porre la loro diversità al servizio dell’impero comunista.

Poliglotta fin dalla primissima infanzia, studiò con successo nelle migliori università inglesi, divenendo amico di George Orwell e Lawrence d’Arabia, studiando francese con Aldous Huxley. Fin dagli anni venti fu un appassionato studioso di storia bizantina, campo di studi a quei tempi marginale. La sua opera avrebbe avuto un peso notevole nel far uscire l’antico impero di Costantinopoli dal cliché della decandenza in cui Gibbon l’aveva gettato. Dice Silvia Ronchey a proposito del punto di vista di Runciman su Bisanzio:

Bisanzio fu un tentativo di stato laico, se pure dominato da un’ideologia ultraterrena. Non dobbiamo dimenticare che la demonizzazione di una Costantinopoli capitale di intrighi perversi e insensati, discussioni teologiche contorte e inconcludenti, retorica cortigiana, corruzione, lassismo, che lo stereotipo del “bizantinismo” ancora oggi applica alla sfera politica come sinonimo di manovre occulte e funambolismi verbali, vacuità pretenziosa, mancanza di costruttività o concretezza, sono principalmente eredità ecclesiastica. Sono il frutto di un’obliterazione deliberatamente suggerita, in origine, dall’ostilità politica della curia romana verso un impero che dall’altra parte del Mediterraneo per undici secoli aveva privato il clero del potere secolare.

Allo scoppio del Secondo Conflitto Mondiale Runciman fu arruolato: dopo un inizio poco incoraggiante (colpito da una dura dissenteria, censurava le lettere dei mulattieri dell’esercito cipriota) finì al Ministero dell’Informazione, al cui servizio girò tutto il Mediterraneo. Dal ’42 al ’45 fu insegnante all’università di Istanbul. Runciman negò sempre di esser stato una spia. Gli archivi dell’OVRA, però, lo definiscono molto intelligente e molto pericoloso.

Pubblicò gran numero di studi, gran parte dei quali si rivelarono rivoluzionari. La sua monumentale Storia delle crociate dissolse il mito della guerra santa degli europei, presentando le crociate come l’ultima invasione barbarica. Il suo stile era storicamente ineccepibile e al contempo letterariamente avvincente. I massicci volumi della Storia si leggono bruciando le pagine. Ho trovato solo in Kantorowitz una pari capacità di avvincere il lettore (ma una minor agilità di scrittura).

Nel corso della sua vita Runciman riuscì ad essere indovino alla corte di Giorgio II di Grecia, a leggere i tarocchi a Fuad d’Egitto, a suonare il piano a quattro mani con l’ultimo imperatore di Cina e a Gerusalemme, durante una cerimonia ortodossa, a sgocciolare cera di candela sulle mostrine di Montgomery assieme alla principessa Alice. Conoscere questo eccentrico nobiluomo dev’esser stato un vero privilegio, un po’ come stringere la mano al ‘900. Ronchey così conclude il suo saggio:

Aveva sommato agli onori tradizionali… i titoli bizzarri degli anni di peregrinazioni al servizio di Sua Maestà – cavaliere di prima classe dell’Ordine di Madara in Bulgaria, comandante dell’Ordine della Fenice in Grecia, Grande Oratore della Grande Chiesa presso il Patriarcato Ortodosso in Turchia. Ma le benemerenze che preferiva erano quelle dell’Internazionale degli Eccentrici. Fu, ad esempio, Derviscio Rotante Onorario. Scapolo da una vita, si era cullato nell’idea di sposare un’anziana duchessa spagnola, per ottenere alla fine l’unico titolo che riteneva gli si addicesse: quello di Duque Viduo, di Duca Vedovo.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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