Valle della Bekaa (Libano 2009)

Martedì 13 ottobre 2009.

Partiamo in serata da Beirut. Uscendo dalla città la macchina si arrampica sulle pendici meridionali del monte Libano. Periodicamente lungo il percorso incontriamo posti di blocco dell’esercito: l’usanza è rallentare fino quasi a fermarsi e accendere la luce dell’abitacolo in modo da farsi vedere in faccia. Una versione odierna dell’alzare la celata dell’elmo. Quando iniziamo a scendere sull’altro versante della catena vediamo luci di villaggi e cittadine illuminanare qua e là la distesa scura della valle della Bekaa. All’arrivo a Baalbek, la principale città della della regione, ci dà il benvenuto un singolare monumento: un mezzo corazzato è sospeso a mezz’aria, sostenuto da un pilone, sovrastato da una sagoma gigantesca. Ritrae Imad Mughniyah, un leader di Hezbollah che nel 2008 fu ucciso a Damasco da un’autobomba degli israeliani. Mughniyah era implicato in innumerevoli atti di terrorismo, tra cui il famigerato attentato del 1983 ai marines a Beirut, nonché nella lunga e crudele campagna di rapimenti condotta agli esordi di Hezbollah: sorprende vedere come un personaggio tanto efferato riscuota ancora l’affetto di molti libanesi sciiti. O forse è il suo partito a sostenere che sia così. Giungiamo in tarda serata alla sede della ong italiana che ci ospita, e passiamo la notte su dei materassi buttati sul pavimento.

Mercoledì 14 ottobre.

Sveglia al mattino di buonora, ci attende un lungo giro sul confine siro-libanese per visitare le scuole in cui opera l’ong. Ci fermiamo per la colazione nella città di Hermel, ospiti di uno dei volontari autoctoni dell’ong: Hussein, così si chiama, ci offre miele, caffé, tè e focaccia, mentre ci spiega la difficile situazione della sua terra.

La Bekaa è una valle molto ampia che, stretta tra due alte catene montuose, correndo da nord a sud copre quasi metà della superficie totale del Libano. Sebbene l’agricoltura sia il principale mezzo di sostentamento della zona il paesaggio è brullo, quasi desertico: le vette del monte Libano separano la valle dall’influsso benefico del mare, differenziandola dalla costa mediterranea libanese e approssimandola, anche nell’aspetto, alla vicina Siria.
La popolazione è in gran parte di fede musulmana sciita, anche se non mancano enclave sunnite e cristiane sparse in singoli villaggi e all’interno dei maggiori centri abitati. La predominanza sciita fa della Bekaa il feudo in cui Hezbollah addestra le sue forze armate. Nascosti tra le colline, i campi d’addestramento del partito formano alcune tra le milizie più temute al mondo, forti delle armi siriane e iraniane che senza sosta filtrano dalla permeabile frontiera siriana. Pur non potendo contare sul sostegno assoluto della popolazione, nemmeno tra gli sciiti, Hezbollah e Amal, l’altro grande partito sciita, considerano la valle come loro esclusiva proprietà: città, villaggi e strade sono tappezzati da immagini di Nasrallah e Musa Sadr, il fondatore di Amal. Alle porte di Baalbek le sagome degli ayatollah Khomeini e Khamenei salutano il viaggiatore, instillando forti dubbi sui proclami di lealtà all’indipendenza libanese lanciati da Hezbollah negli ultimi anni. Mi colpisce un manifesto che mostra un bambino con indosso una divisa mimetica mentre stringe in mano quello che pare essere un mortaio. Sullo sfondo, l’onnipresente shaikh Nasrallah punta lo sguardo all’orizzonte con l’espressione del padre severo ma giusto.

Hussein si muove tra i tasselli di questo mosaico etnico e politico con la sicurezza di chi è abituato a spiegarlo ai profani: è passato poco più di un anno, ci racconta, dall’ultima volta in cui ci sono stati scontri tra sunniti e sciiti. Dopo colazione rimontiamo in macchina e partiamo alla volta di un villaggio estremamente povero a ridosso del confine. Dalla polvere emergono a volte antiche rovine: in lontananza avvistiamo una torre costituita da una base quadrata su cui poggia una struttura piramidale. Non ho modo di avvicinarmi, ma avanzo la supposizione che risalga all’epoca romana, se non più antica ancora.

Ai lati della strada che ci conduce al villaggio vediamo accampamenti di nomadi, grandi tende basse e larghe, costruite con i materiali più disparati. La modernità è giunta qui da lungo tempo, in forma di plastica, asfalto, metallo e cemento, a volte perfino dei jet scintillanti dell’aviazione israeliana che calano su questa terra seminando la distruzione. Negli interstizi desertici tra una bolla di modernità e l’altra continua l’antico gioco delle parti tra nomade e stanziale, più vecchio ancora dell’Antico Testamento. Ne sono gli ultimi eredi quelle creature sfortunate, con gli abiti coperti di polvere, relitti di un tempo lontanissimo in cui il contadino guardava con invidia al nomade che passava la vita a sorvegliare le sue greggi dall’ombra di una palma da datteri. Non c’è spazio per Abele nell’era di Caino.

Giungiamo al villaggio di confine, poche case in mezzo a una distesa di campi irrigata a fatica. Il preside della scuola, un uomo dal volto scuro e segnato, con grandi baffi bianchi, ci mostra il suo istituto. E’ una struttura dignitosa. I bambini ci guardano, si mettono in mostra. Molti di loro, ci dice il vecchio, vivono in Siria, così come alcuni degli insegnanti. Ai margini del villaggio c’è uno dei tanti passaggi non ufficiali della frontiera, spiragli che danno vita a un fiorente mercato nero. La merce più gettonata è il mazun, un combustibile puzzolente utilizzato per far funzionare le bizzarre stufe che riscaldano le case in questa regione. Sappiamo bene che il mazun non è l’unica merce a passare il confine, ma delle altre non penso troverò persone disposte a parlare.

Uno degli insegnanti che vivono dall’altra parte si offre di accompagnarci nella sua casa per prendere il tè: purtroppo non ne abbiamo il tempo, ma decidiamo di andare comunque a vedere il limite. In fondo a un viottolo fangoso un ponticello traversa un canale d’irrigazione: è il confine. Proprio mentre arriviamo una motocicletta sgangherata sconfina dalla Siria: la guardia libanese, impegnata a stendere la biancheria su un cavo che pende dalla garitta, non la degna di uno sguardo. Torniamo indietro con il rimpianto di non aver potuto andare oltre.

La tappa successiva è un villaggio sunnita tra le montagne: sul tetto di molte case di mattoni e cemento vedo sventolare le bandiere del Movimento Futuro, il partito fondato dal politico sunnita Rafiq Hariri. Siamo fuori dalla zona di Hezbollah. Alla vetrina di un negozio vedo un ritratto di Saddam Hussein. La scuola è molto più ricca di quella del paese precedente. Dopo la visita ci fermiamo per l’ennesimo tè caldo a casa dell’assessore alle finanze del villaggio, una grande villa con mattoni a vista all’esterno ma tappezzata di marmi all’interno.

L’ultimo villaggio che visitiamo è più a sud di Baalbek, infilato in una valle montana molto profonda e tagliata a metà dal confine. A differenza degli altri villaggi che abbiamo visitato, qui il confine è stato chiuso su reciproco accordo dei due governi a causa di una faida sanguinosa tra il villaggio libanese e la sua controparte siriana. Il risultato è che il villaggio libanese, isolato in un budello che in inverno diventa spesso irraggiungibile a causa del gelo, sta soffocando. La scuola è ancora chiusa, e il preside ci ospita nella sua casa offrendo, come al solito, miele, caffé, tè e grandi mele verdi. Il signor Ali è un uomo robusto, ha metà del volto paralizzata e un occhio perennemente socchiuso, ma parla con voce profonda e gentile. Il paese sta morendo, ci dice, perché il centro più vicino in cui reperire ogni bene è Baalbek, e la strada per raggiungerla è spesso bloccata dal ghiaccio e dalla neve. Se potessimo passare il confine, dice, tutti i nostri problemi sarebbero risolti: in fondo alla valle, dopo un tramonto d’oro, vedo luccicare a poca distanza la cittadina siriana. Quest’anno la famiglia del signor Ali non rimarrà con lui al villaggio, ma andrà a passare l’inverno a Baalbek. E’ molto solitario qui, ci dice, dopo un certo tempo non si riesce più a pensare lucidamente. Lui rimarrà qui, invece, passando il suo tempo a scrivere poesie che mi sarebbe piaciuto poter leggere. Torniamo a Baalbek con il buio e dopo cena ci precipitiamo a letto.

Sono circa le cinque del mattino quando Angelo mi sveglia scuotendomi la spalla. Vieni a sentire, mi dice. Usciamo in terrazzo: le raffiche delle armi automatiche sono inframmezzate da lunghi fischi seguiti da forti esplosioni. Tutti i cani della città abbaiano, fino a quando dopo qualche minuto la sparatoria si placa. Delle due l’una: o Hezbollah allena le milizie in città o qualcuno si sta sparando addosso con mitra e lanciarazzi. In ogni caso è proprio vero: non mi svegliano nemmeno le cannonate.

Giovedì 15 ottobre.

Al mattino gli avvenimenti della notte passata sono sulla bocca di tutti. Una delle volontarie ci spiega cos’è successo. Hezbollah e l’esercito libanese non sono gli unici centri di potere nella valle della Bekaa. Interi quartieri e villaggi sono sotto il controllo di famiglie criminali che detengono il monopolio sulle sterminate coltivazioni che fruttano una fetta importante del mercato mondiale di hashish. Come i mafiosi della Sicilia, della Calabria e della Campania le famiglie di narcotrafficanti si pongono in alternativa allo stato, e alle volte i due poteri arrivano al conflitto. Lo scontro a fuoco della notte prima è soltanto l’ennesimo capitolo di una faida tra l’esercito e la famiglia dei Jafar, una delle più importanti e crudeli di Baalbek. Sembra che la faida sia iniziata qualche mese prima, quando uno dei Jafar, alla guida di un grosso fuoristrada, ha rifiutato di rallentare a un posto di blocco ed è stato ucciso dai soldati. Ieri notte volevo telefonarvi per avvertirvi di non uscire, dice la ragazza, ma poi ho pensato che forse stavate dormendo.

Passiamo la giornata a esplorare Baalbek, l’antica Heliopolis, oggi città dall’architettura infelice, come molte libanesi, punteggiata qua e là da rovine secolari. Visitiamo almeno due moschee molto antiche, forse chiese bizantine. La prima è ormai soltanto nude pareti di pietra, il cielo a fare da volta. L’altra, un grande edificio nel centro della città, condivideva lo stesso destino: qualche anno fa fu oggetto di un grande intervento di restauro e oggi è un edificio stupendo, silenzioso e semplice come vuole la spiritualità islamica. Poco lontano, la massa gigantesca del complesso templare di Baal veglia sulla città. Davanti alle colonne immense, la cittadina sgangherata cresciuta tutto attorno pare fatta di sabbia, condannata da un momento all’altro a essere spazzata via da un colpo di vento.

Ci avviciniamo ai templi per visitarli, ma arriviamo fuori orario e rimandiamo la spedizione all’indomani mattina. Per la strada veniamo fermati da un gruppo di ragazzi che gioca a indovinare la nostra nazionalità. Ad un certo punto uno dice di provenire dalla famiglia dei Caracalla, chiedendoci se conosciamo il nome. Incerti su cosa intenda, tentenniamo. L’imperatore romano, ci dice guardandoci con occhi di rimprovero, come fate a non conoscerlo? Era un mio antenato. Poi indica un compagno: guardate, dice, lui invece è l’uomo più grasso del mondo. La vittima del bullismo, invero piuttosto in carne, se ne va borbottando una maledizione. E noi con lui.

In periferia vediamo quello che i cartelli definiscono “il sasso più grande del mondo”. E’ una pietra ciclopica, intagliata in qualche cava romana per far da fondazione ai templi, che per qualche motivo non è mai giunta a destinazione: oggi sorge al centro di una depressione del terreno, come un asteroide precipitato in mezzo alle case. Poco lontano un negozio di ricordi e chincaglierie. Lo gestisce l’uomo che molti anni fa decise che la grande pietra, a quel tempo una discarica, doveva essere ripulita e diventare una risorsa turistica. Ci mostra orgoglioso le foto del sito prima del suo intervento salvifico.

La sera veniamo invitati a un matrimonio: in quanto ospiti stranieri, ci viene assegnato un posto d’onore. In realtà non si tratta del matrimonio vero e proprio, ma della festa dedicata alla sposa che precede il lieto evento. Centinaia di parenti e amici siedono in un cortile su delle sedie disposte come a teatro. Sulla platea i partecipanti si alternano in danze ora lente, ora sfrenate. Contrariamente a quanto vorrebbe lo stereotipo orientalista, non c’intrattiene un gruppo di suonatori con flauti e trombe ma un dj che propone pop arabo e versioni elettriche ed elettroniche di musiche tradizionali arabe. Nel complesso l’effetto è piuttosto frastornante ma accogliente. Più volte i giovani si gettano in una danza tradizionale: girano in circolo tenendosi le braccia sulle spalle, e il primo della fila dà prova della sua abilità esibendosi in grandi salti e giravolte. La sposa, avvolta in un vestito rosso fuoco, siede su un trono a margine dello spiazzo, e più volte partecipa alle danze.

Il tutto è piuttosto ipnotico, complice il narghilé che, in quanto ospiti d’onore, ci viene continuamente riempito di braci ardenti. Inspiriamo a pieni polmoni, ignari, come avremmo scoperto in seguito, degli effetti deleteri dell’abuso individuale di tale pratica tipicamente collettiva.

Ad un certo punto le danze giungono al culmine e tutti si buttano nella mischia, vecchi, giovani e bambini. La sposa viene sollevata sulle spalle di un gruppo di ragazzi: in mano brandisce due pistole spuntate da chissà dove. Le ondeggia a destra e sinistra a ritmo di musica.

Venerdì 16 ottobre.

Il mattino successivo ci svegliamo alle sette per visitare le rovine. E’ il giorno della partenza, e dobbiamo sbrigarci in mattinata. L’occhio crudele di Baal, già alto nel cielo, fissa il mondo degli uomini facendoci bollire il cervello. Arranchiamo verso i templi, il fiato spezzato dal narghilè della sera precedente: pesa sui polmoni come dieci pacchetti di sigarette. Il tentativo di accaparrarci un caffè prima dell’impresa fallisce penosamente: l’unico bar lungo il percorso sembra non fornire l’articolo, peraltro alquanto apprezzato in quelle terre. Il proprietario pare proprio non capire cosa vogliamo da lui, e quando suo figlio estrae trionfante una bustina di tè usciamo tra il mesto e l’indignato.

Ci trasciniamo sulla scalinata dei propilei monumentali. Nonostante la sofferenza, i templi di Baalbek sono uno spettacolo degno delle più maestose rovine di Roma. Colonne alte come quelle di un tempio egizio poggiano su pietre colossali. I fregi dei grandi templi sono la prova scolpita dell’eclettismo dell’architettura romana, ove il gusto d’Oriente s’incontra allo stile del Mediterraneo. La trasposizione in pietra del sincretismo religioso che consentì all’Impero di essere quello che fu.

Su una parete interna nella cella del tempio di Bacco un’epigrafe scura reca i sigilli dell’imperatore d’Oriente e di quello d’Occidente, il sultano di Costantinopoli e l’imperatore dei tedeschi Guglielmo II. Fu posta in occasione della visita del Kaiser durante il viaggio in Terra Santa della coppia imperiale, nel 1898. Usciamo barcollando dalla distesa di templi mentre il furore di Baal ci piega le ginocchia.

Torniamo verso il nostro alloggio: ormai è tempo di lasciare Heliopolis e la Bekaa. Quando usciamo dalla città la sagoma di Khomeini ci saluta con sguardo austero. A sera scendiamo le pendici del monte Libano: sul fondo valle Beirut ci attende avvolta da un impenetrabile manto di smog. Quasi non si vede il mare.

Nota: foto dal Web.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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2 risposte a Valle della Bekaa (Libano 2009)

  1. Tina Di Benedetto ha detto:

    sono rimasta davvero stupita quando ho visitato Baalbek…forse perchè dopo Palmira credevo di trovare qualcosa di decisamente meno interessante. Mi sono invece dovuta veramente ricredere!Baalbek è un posto da vedere assolutamente in Libano.

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