Intervista a Mohammad Mansur

Intervista del febbraio 2012.

Mohammad Mansur parla del suo mestiere con il sorriso, forte ma un po’ triste, di chi fronteggia quotidianamente l’orrore. Cittadino arabo dello stato d’Israele, Mansur è uno psicologo e lavora per il comune di Nazareth. Da oltre dieci anni ha creato assieme a un manipolo di colleghi palestinesi un gruppo d’intervento che lavora con le famiglie delle vittime della guerra. Un lavoro due volte difficile, perché alle tragedie del conflitto unisce i problemi di chi lavora con una minoranza non riconosciuta.

Dottor Mansur, quando ha iniziato a lavorare sulle emergenze?

Nel 2000. In quell’anno l’Intifada si estese anche dentro i confini di Israele, dove morirono 13 palestinesi israeliani. Allora era molto difficile lavorare con le famiglie: lo stato d’Israele pone regole molto strette su come trattare i traumi dei sopravvissuti, indicazioni imperniate sulla difesa dello stato dagli “aggressori arabi”. Allora come volontari abbiamo cominciato a pensare a un nostro modo di intervenire: culturalmente, nazionalmente e politicamente sensibile alle esigenze dei palestinesi.

Quando lo avete messo in pratica?

Nel 2002 ci fu la distruzione del campo profughi di Jenin. Il nostro primo compito allora era fare pronto soccorso, non soltanto psicologico: tiravamo fuori le persone dalle macerie. Poi lavoravamo con le famiglie e, soprattutto con i bambini. Era molto duro: alcuni di noi han dovuto loro stessi sottoporsi a terapia.

Avete operato durante la guerra del 2006?

Quella guerra è stata una sorpresa per tutte le persone che vivevano in Israele, sia ebrei che arabi. I missili di Hezbollah arrivavano nelle nostre case per la prima volta. Il nostro gruppo di volontari ha operato direttamente nei villaggi palestinesi a nord di Israele che venivano colpiti dai razzi.

Un lavoro molto pericoloso.

In quel caso abbiamo rotto una delle regole fondamentali dell’intervento d’emergenza: non mettere l’operatore in pericolo. Lavoravamo sotto i missili. Poi anche Nazareth, dove vivo, è stata colpita.

E cosa è successo?

Nessuno se l’aspettava. Siamo arrivati sul posto prima delle ambulanze, della polizia, dell’esercito. Abbiamo trovato due bambini carbonizzati tra le macerie: il padre era lì e non sapeva che quelli erano i suoi figli. Fu molto un intervento molto difficile, perché nemmeno gli operatori sanitari di Nazareth erano preparati ad affrontare una simile tragedia. Oggi c’è gente che è ancora in terapia per il conflitto del 2006.

Avete lavorato anche a Gaza?

Facevamo formazione degli operatori a Gaza da un anno quando è scoppiata la guerra del 2008. Siamo entrati nella Striscia una settimana dopo il cessate il fuoco. Quello che abbiamo trovato era impressionante: le persone rifiutavano di lasciare le loro case, anche se non esistevano più. Dappertutto si sentiva l’odore della morte. Nel 2009 lo stato ci ha impedito di tornare a Gaza perché ci eravamo opposti all’idea di dare 80 bambini palestinesi in adozione a famiglie israeliane.

Cosa significa essere un palestinese israeliano?

Fino a qualche tempo fa perfino dichiarare di essere palestinese era un reato, e ancora oggi costituisce un problema. La discriminazione si applica a tutti i livelli, anche economico: io vengo pagato molto meno di un mio collega ebreo. Gli arabi israeliani sono un milione e 200mila, il 20% della popolazione di Israele, e siamo musulmani, cristiani, drusi. Ciononostante lo stato non vuole riconoscerci come minoranza. La nostra identità sta scomparendo, e con essa la coesione sociale. Il pericolo che corriamo è che con noi svanisca una parte del popolo palestinese.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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