Lost in Shouf (Libano 2009)

C’era un buio pesto come ne avevo visti pochi e la nostra povera auto a noleggio avanzava traballando sulle mulattiere dissestate dello Shouf.

– Carissimo, mi sa che ci siamo persi.

– Pare anche a me, beh, andiamo avanti.

Angelo era alla guida. Quando si viaggia è sempre cosa buona avere un angelo al proprio fianco ma, anche in questo caso, sta tutto nel particulare.

Lo Shouf è una zona montuosa a sud di Beirut, l’estrema propaggine sud-ovest della catena del monte Libano. Ci eravamo andati perché una delle idee iniziali era quella di provare a realizzare un servizio sul lato naturalistico e rurale del paese. Gli abitanti della regione sono in prevalenza drusi, ma non manca una congrua minoranza cristiana. Il posto è famoso, in realtà, perché è la terra d’origine dei Jumblatt, la dinastia di uomini politici drusi che ormai da decenni fanno da ago della bilancia nella travagliata storia degli scontri etnici libanesi.

Dal punto di vista geografico si tratta di una serie di vallate che si infilano l’una dopo l’altra perpendicolarmente alla catena montuosa (quindi in senso est-ovest), ricoperte da una macchia mediterranea spesso rigogliosa, coltivazioni di ulivi e tristi paesini sfigurati dalla speculazione edilizia.

Era in tale amena regione che avevamo perso tutto il giorno girovagando di villaggio in villaggio cercando qualche punto d’interesse, fosse un paese conservato un po’ meglio degli altri o una riserva di cedri in mezzo alle montagne in cui si potesse fare una passeggiata un po’ più lunga di mezz’ora. Sì, perché dovete sapere (scusatemi della digressione) che la riserva di cedri che abbiam visto noi, Barouk, presenta questa singolare particolarità… All’arrivo si viene accolti da dei cordialissimi ranger libanesi (come quello dell’orso yoghi, ma drusi) che ti spiegano:

– This is the largest natural reserve in the Middle East! The tour will take approximately around 30-40 minutes.

Una vasca per i pesci, in pratica. Bellissimi i cedri, per carità, ma ‘sta cosa che non si può uscire dal tracciato è davvero una rogna.

Ma torniamo a noi: avevamo perso tutta la giornata a girovagare qua e là, e fu così che il sol infingardo sparì nell’abbraccio del mare lasciandoci nelle più proverbiali brache di tela. Anche perché la sera nello Shouf manca la corrente. Cioè, non so se manca sempre, ma quella volta mancava di sicuro e quindi c’era buio. Molto, molto buio. Piuttosto che passare la notte all’addiaccio, io e il buon Antolazzi decidemmo di tentar di raggiungere alla disperata il nostro ostello. In fondo, c’avevano rassicurato i gestori al telefono, la pensione era a Niha el Shouf, un paesino vicinissimo al posto da dove li stavamo chiamando (Qualcosa el Shouf, se ben ricordo).

Seguì un’ora abbondante di drammatico saliscendi lungo oscure e sconosciute strade di montagna.

Ad un certo punto davanti a noi, dopo una curva, i fari illuminarono un’auto parcheggiata a bordo strada. Due giovinotti sembravano essere appena scesi, in mano tenevano delle specie di canne nere.

– Ma cosa fanno lì quei due?

In risposta alla nostra domanda giunse un rumore rassicurante. Click-clack.

Era da quando andavo alle medie e giocavo a Doom che non sentivo caricare un fucile a pompa. In tutta risposta l’Antolazzi pigiò sull’acceleratore come avesse il piede di piombo: anche uno spirito come il mio, poco portato alla guida spericolata, può apprezzare un rally notturno quando l’alternativa è la possibilità di finire impallinato.

Paradossalmente, un chilometro dopo arrivammo a Niha el Shouf. Dalle ombre uscì un gruppo di donne e ragazzini a cui chiedemmo, ancora leggermente sotto scioccati, dove fosse la nostra pensione. Un ragazzo salì in macchina e ci portò in una stradina. Manco il tempo di scendere dalla macchina che altri ragazzini, con un misto di inglese e francese, ci coprirono di benvenuti, ci portarono in una stanza (buia, ovviamente) e ci fecero sedere ad un tavolo apparecchiato e romanticamente illuminato da una lampada elettrica.

– In un quarto d’ora è pronta la cena.

Guardai l’Antolazzi seduto davanti a me come un nobile cinquecentesco. Dal fucile a pompa al benvenuto in pompa magna. A volte la vita ti sorprende.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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