Beirut 2009

Il conflitto in Siria ha risvegliato il fantasma della guerra civile in Libano. Mi pare il momento appropriato per riproporre qualche testo prodotto durante il viaggio libanese fatto assieme al fotografo Angelo Antolino nel settembre del 2009. Qui trovate le foto che corredavano questo reportage su Beirut.

Il lungomare di Beirut (foto dal web)

Ogni domenica il lungomare di Beirut si riempie di vita, quando le famiglie della periferia più povera della capitale si spostano in massa per trascorrere il pomeriggio a guardare le onde: donne velate con tessuti colorati tolgono il pranzo dagli involti, mentre gli uomini fumano il narghilé e i ragazzi si tuffano in mare dagli scogli. Sullo sfondo i grattacieli del centro città, il Beirut Central District, disegnano un mondo a cui la gente della periferia difficilmente ha accesso, la realtà di una capitale che sta tornando ad essere uno dei protagonisti della finanza, della cultura e del turismo del mediterraneo orientale. Poco lontano, su una delle strade che dal lungomare portano al centro, la facciata di un palazzo diroccato segna ancora il punto in cui nel 2005 una bomba uccise il primo ministro Rafiq Hariri, l’uomo che dopo la guerra civile plasmò Beirut per farla tornare la “Parigi del medio oriente”.

L’immaginazione trascina l’uomo e lo spinge a realizzare le immagini da essa imposte, scrive J.-J. Langendorf in Una sfida nel Kurdistan: a venti anni dalla fine della guerra civile, Beirut rispecchia il desiderio dei libanesi di dimenticare un passato cruento e costruire un futuro prospero. Un desiderio forse ancora lontano dal realizzarsi. La differenza tra le centinaia di famiglie che ogni domenica passeggiano sul lungomare e i manager che lavorano nei palazzi blindatissimi del centro mostra come il Libano odierno sia ben lungi dall’aver sanato i contrasti economici e le divisioni confessionali che contribuirono allo scatenarsi della guerra civile.

L’abisso che separa il centro di Beirut dalle sue periferie rispecchia una società sempre più frammentata tra le diciotto confessioni che la compongono. Il conflitto del 2006 tra Israele ed Hezbollah ha approfondito ulteriormente il divario; chi abita nella periferia meridionale della città, oggetto dei bombardamenti più violenti, vive in uno “stato nello stato” in cui Hezbollah provvede alla soddisfazione dei bisogni primari. Al contrario lo sviluppo del centro di Beirut ha subito una battuta d’arresto soltanto temporanea, e i turisti arabi e occidentali hanno ricominciato ad affluire in massa.

Nel corso dell’ultimo decennio la città è tornata a essere la capitale del divertimento del medio oriente: turisti provenienti dalla penisola arabica frequentano regolarmente la vita notturna della città, alla ricerca di un’atmosfera meno opprimente rispetto ai loro paesi d’origine. Rue Gourad, la via principale del quartiere di Gemmayzeh, è il cuore glamour della vita notturna di Beirut. Durante le notti del fine settimana la strada diventa una passerella per automobili di lusso, Ferrari, Lamborghini, Porche, targate Dubai o Abu Dhabi. Storicamente territorio cristiano, Gemmayzeh è uno dei quartieri di Beirut ad aver conservato in buona parte l’aspetto che aveva prima della guerra civile; molti dei suoi edifici d’epoca risalgono al mandato francese sulla Siria – che al tempo includeva i territori dell’odierno Libano – dal 1923 al 1943. Oggi il piano terra di molti palazzi ospita bar e club di sapore europeo, dove i giovani libanesi ballano e bevono alcolici come i loro coetanei di Berlino e Londra: dai club esclusivi colmi di clienti firmati Armani ai locali frequentati da giovani punk, Gemmayzeh offre generi di divertimento per tutti i gusti. Ma non è sempre stato così: soltanto negli ultimi anni Rue Gourad è riuscita a spodestare Rue Monot, nel quartiere residenziale di lusso di Achrafiye, un tempo protagonista delle notti libanesi e oggi abbandonata dalla maggior parte dei locali a causa di affitti esorbitanti. Anche la gloria, però, ha il suo prezzo, e l’arrivo dei club a Gemmayzeh sta portando anche qui al progressivo innalzamento del prezzo degli immobili e fenomeni di speculazione: sono molti gli edifici storici che vengono abbattuti per far spazio a nuove strutture.

Se durante gli anni ’80 la città era considerata hic sunt leones per gli occidentali, oggi l’innalzamento del tenore di vita offre occasioni di lavoro a molti europei: «Volevo aprire un ristorante a Lione», racconta Antoine Bonnet, uno chef parigino che dalla metà del 2009 si è trasferito a Beirut, «ma quando mi offrirono un posto qui mi trasferii con il primo volo». Antoine è il capo chef del Racine, un ristorante francese per clienti importanti ad Achrafiye. «Dal punto di vista professionale Beirut non ha nulla da invidiare a Parigi», spiega Antoine,«Ma è molto più interessante sotto l’aspetto umano: in cucina lavoro con un team composto da drusi, cristiani e musulmani, eppure l’affiatamento è perfetto. E’ un esempio di come il Libano potrebbe funzionare se mettesse da parte le divisioni». Il sabato sera, riposta la divisa da lavoro, Antoine trascorre le serate a Gemmayzeh in compagnia di amici libanesi: «Ci sono molti francesi a Beirut, ma siamo una comunità poco unita ed è molto più semplice fare amicizia i ragazzi del posto».

Le nuove generazioni di libanesi si segnalano infatti per essere tra le più dinamiche del medio oriente. A Beirut gli appuntamenti artistici e culturali si susseguono sette giorni su sette, e i protagonisti sono spesso giovani artisti: non è difficile, passeggiando a Gemmayzeh o ad Hamra, incontrare qualche fotografo o videoartista intento a realizzare una performance. Tra i luoghi più frequentati da questa strana comunità interconfessionale è il Café Torino Express, uno dei locali più in voga di Rue Gourad: pochi metri quadrati illuminati da una luce rossa che fanno da punto di ritrovo per i giovani intellettuali di Beirut. Seduto al bancone del Torino, un giovane regista sorseggia una birra e scuote la testa mentre parla della sua città: «E’ tutta un’illusione», dice, «la classe politica non fa altro che parlare del futuro, di quando il Libano sarà come l’occidente; la gente comune ci crede, e lavora per comprare vestiti firmati, automobili di lusso. Ma è soltanto una facciata dietro cui ci nascondiamo per nascondere il vero problema: non abbiamo mai fatto i conti con la guerra civile, e da vent’anni le comunità del Libano sono sempre più divise le une dalle altre». Il regista lavora per la televisione di un partito politico di maggioranza, e preferisce che le sue opinioni rimangano anonime: nella sua visione l’assenza di un dibattito condiviso sulla guerra civile è un’ipoteca sul futuro del paese. «Lavoro per una televisione rivolta ad un pubblico giovane, realizziamo programmi accattivanti; ma tutto quello che facciamo serve soltanto a contribuire all’illusione che il Libano si sia lasciato il passato alle spalle. Sappiamo che se volessimo parlare della guerra civile verremmo censurati: il passato è un tabù». Musulmano sunnita, il regista si è trasferito a Gemmayzeh in seguito al conflitto del 2006, quando le bombe israeliane distrussero la sua casa nella periferia sud di Beirut. «In questo quartiere si sta bene, ci sono molti giovani come me, a cui non interessa soltanto fare carriera e sposarsi. Per noi, forse, l’unica soluzione è andare all’estero. Beirut è come una lampada molto luminosa», dice, citando un’immagine ricorrente della poesia mistica islamica medievale, «e le persone che ci vivono sono come falene che finiscono per bruciarsi, attratte dalla sua luce».

Lontano dalla luce, nella periferia meridionale della città, il Libano mostra un altro volto, radicalmente diverso. Dahiyeh, “la Periferia”, è con questo termine che gli abitanti di Beirut indicano l’immensa distesa dei sobborghi, abitati in prevalenza dalla minoranza sciita. Man mano che ci si addentra verso sud, alle strade trafficate e ai quartieri residenziali si sostituisce un reticolo di vicoli poco illuminati e strade fangose. Qui l’esercito e la polizia, onnipresenti nel resto della città, hanno un potere soltanto formale: Dahiyeh è feudo, roccaforte e capitale di Hezbollah, il Partito di Dio.

Durante il conflitto del 2006 l’aviazione israeliana bombardò Dahiyeh pesantemente, cercando di spezzare il principale centro di potere del partito. Oggi, a tre anni dalla guerra, quel potere è più forte che mai. Al centro delle strade principali i manifesti con i volti dei martiri del conflitto pendono da ogni lampione. Dai muri dei condomini gli sguardi severi degli ayatollah Khomeini e Khamenei ricordano al passante i principi della rivoluzione islamica. Il pugno che stringe il kalashinkov, simbolo del partito, e lo stendardo verde di Amal, il movimento sciita alleato di Hezbollah, rimpiazzano ovunque la bandiera nazionale con il cedro del Libano: a Dahiyeh tutto è sotto il controllo di Hezbollah. Perfino il traffico è diretto da uomini del partito, che sulla divisa portano un motto che è assieme invito e monito: “disciplina”. Hasan Nasrallah in persona, mormorano i libanesi, si nasconde da qualche parte a Dahiyeh, forse all’interno di un rifugio nella città sotterranea che, si dice, il partito ha costruito al di sotto della periferia. «Non è sempre stato così, Dahiyeh non è sempre stata la Periferia», dice Lokman Slim, ricordando i tempi della sua infanzia quando, al posto della distesa di palazzi, la zona a sud di Beirut era una campagna costellata di villaggi.

Lokman appartiene a una storica famiglia della borghesia sciita, i Slim: la loro proprietà, dove Lokman e i suoi parenti vivono ancora oggi, un tempo era circondata dai campi, mentre oggi si erge come un’oasi in mezzo al cemento. Dahiyeh è nata durante l’ultimo quarto del ventesimo secolo, quando la popolazione del Libano rurale, spinta dalla guerra civile, dall’occupazione israeliana e dalla precaria situazione economica, si spostò in massa verso la capitale, dando il via a uno sviluppo urbano tanto colossale quanto incontrollato. Con l’immigrazione dalle campagne i sobborghi persero il loro tradizionale carattere multiconfessionale, divenendo gradualmente una zona a maggioranza sciita. «Molti degli abitanti storici di Dahiyeh parlano con nostalgia del passato», racconta Lokman, «ma a me non interessa tornare a un’immaginaria età dell’oro. La storia di Dahiyeh è uno specchio della storia nazionale, e non va rinnegata. L’isolamento tra le confessioni e una crescita edilizia abnorme hanno reso il paese più diviso, più brutto e più settario». La situazione attuale, dice Lokman, non è imputabile a un’unica causa: «Non possiamo limitarci a dire che è colpa di Israele e dell’occupazione del sud del Libano. Non possiamo nemmeno addossare tutte le responsabilità su Hezbollah, che ha stabilito qui il centro del suo potere. Le cause vanno cercate anche nella politica di Rafiq Hariri, nel suo progetto di stato: il governo Hariri pagò migliaia di persone perché abbandonassero le loro case nel centro di Beirut, lasciando spazio alla città modernissima che si voleva costruire. Nessuno si interessò di dove quelle persone sarebbero andate a vivere. Quando Hariri fece costruire l’autostrada che conduce all’aeroporto, ai lati fece innalzare delle barriere di cemento perché nascondessero quello che è avvenuto qui, quando i sobborghi di Beirut sono diventati “Dahiyeh”».

Nel 2004 Lokman e la giornalista tedesca Monika Borgmann, sua moglie, fondarono Umam, un’organizzazione non governativa il cui scopo è lavorare sui temi della memoria e dei rapporti interconfessionali in seguito alla guerra civile. «Dalla conclusione ufficiale della guerra civile nel 1990», spiega Lokman, «la politica adottata dai governi libanesi fu quella di “chiudere il capitolo” del conflitto e guardare avanti. Come risultato abbiamo avuto ulteriori violenze e una progressiva divisione della società libanese su base confessionale. La mancanza di una riflessione condivisa sul nostro violento passato rende sempre più difficile la possibilità di un futuro autenticamente pacifico». La sede dell’associazione è un palazzo all’interno della proprietà dei Slim, nel cuore di Dahiyeh: apparentemente, la presenza di un’ong che punta a sviluppare una coscienza politica interconfessionale sembra inconciliabile con i principi rigorosamente settari dell’islamismo di Hezbollah. «Eppure siamo qui», ride Lokman, «in realtà è un gioco delle parti. Gli Hezbollah ci permettono di svolgere le nostre attività nel loro territorio per dimostrare quanto sono tolleranti. A noi questo sta bene perché volevamo che Umam non si richiudesse in una torre d’avorio, che fosse presente tra le gente. E’ un gioco che funziona e che conviene a entrambi, anche se non possiamo sapere fino a quando durerà». L’associazione organizza seminari in cui ai rappresentanti dei partiti e delle istituzioni viene spiegata la teoria della memoria di Umam, esaminando esempi di paesi passati attraverso esperienze traumatiche come l’Argentina o l’Algeria. «La classe politica libanese è completamente priva di una visione a lungo termine», spiega Lokman, «Umam sta cercando di creare un ponte tra politici e intellettuali per cambiare il loro modo di pensare: è un lavoro lungo ma, appunto, i risultati a cui puntiamo non sono nell’immediato».

Al momento, però, parti importanti della società libanese sembrano muoversi nella direzione opposta. A partire dagli anni ’80 la comunità sciita ha progressivamente mutato il suo ruolo: la più povera e meno influente minoranza del paese è divenuta potente e aggressiva, fortificandosi su rivendicazioni identitarie e religiose. «Oggi gli sciiti stanno danno un pessimo esempio alle altre confessioni libanesi», riflette Lokman, «si comportano come una comunità monolitica, militarista, devota al culto del leader: qualcosa che somiglia molto al fascismo. Ora le altre comunità vogliono imitarli, si è scatenato un processo che rischia di portare il Libano al disastro». Lokman pensa che l’unica via per prevenire la frammentazione del paese sia introdurre diversità all’interno delle confessioni: «Anche tra gli sciiti c’è un certo fermento, alcuni iniziano a contestare il monopolio di Hezbollah: allo scoppio del conflitto del 2006 vi fu un forte dibattito all’interno della comunità, e diversi intellettuali si schierarono contro la guerra. Il futuro del Libano dipende da quello che succederà alla comunità sciita». Nelle strade di Dahiyeh, intanto, ragazzi in motocicletta pattugliano i quartieri per conto del partito. Sulla centralissima Place d’Etoile, invece, giovani soldati in assetto da combattimento sorvegliano il centro nevralgico della finanza e della politica libanese. Il cammino verso la pace è ancora lungo.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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