Enrico Mattei, una svolta mancata nella Storia

Il 27 ottobre ricorreva il cinquantesimo anniversario della morte di Enrico Mattei. Ripropongo qui il mio articolo sul fondatore di Eni pubblicato da Il Piccolo e, per completezza, anche l’intervista al biografo di Mattei, Nico Perrone, realizzata dal collega Massimo Greco.

Prima però qualche considerazione personale. Ancora oggi, in pieno 2012, la figura di Mattei continua a porre interrogativi efficaci. Con lui è tramontata in Italia una concezione di politica-progetto, predominante sulle pulsioni economiche, che in seguito non ha più trovato applicazione. Basti guardare a cos’è Eni oggi.

Ma con lui è morta anche sul piano internazionale l’idea che uno stato europeo possa trattare con i suoi vicini mediterranei o africani in modo equo, con beneficio per entrambi, invece di tentare di dominarlo attraverso dittatori di statura più o meno elevata e capestri di carattere economico. Mattei aveva tracciato un sentiero in questa direzione. Fu subito abbandonato. Il prezzo di questa scelta lo stiamo pagando ora.

La sera del 27 ottobre 1962 un lampo illumina il cielo sopra Bascapè, una località nel pavese. La fonte del bagliore, attesteranno i giudici decenni più tardi, sono circa 150 grammi di esplosivo collocati dietro al cruscotto dell’aereo che in quel momento sta portando il fondatore dell’Eni Enrico Mattei da Catania a Linate. Muoiono nello schianto, oltre a Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William Mc Hale. Il cinquantennale della morte di Mattei è stato commemorato in questi giorni dall’Eni (che vi ha dedicato una sezione del suo sito) e dalle alte cariche dello Stato. L’enigma che avvolge quella tragica fine forse non verrà mai sciolto. Al di là dell’identità individuale del mandante, però, le ragioni dell’attentato vengono alla luce nel momento in cui si ripercorre la vita di questo visionario imprenditore.

Un self made man

Enrico Mattei nasce nel 1906 ad Acqualagna, in provincia di Pesaro, da una famiglia modesta. Il padre, carabiniere, viene presto trasferito a Macerata. Da lì il giovane Mattei muove i primi passi nel mondo del lavoro arrivando, nel 1931, a fondare l’industria Chimica Lombarda a Milano. Avvicinatosi ai circoli cattolici cittadini, nel corso della Seconda guerra mondiale diventa un importante dirigente della Resistenza “bianca” ed entra a far parte del Cln.

La nascita di Eni

Il 30 aprile del 1945, negli ultimi giorni del conflitto, Mattei viene incaricato di liquidare quel che resta di Agip, considerato ai tempi un residuato delle velleità autarchiche del fascismo. Il commissario speciale di recente nomina, però, ha ben altre idee: inizia da subito la costruzione di un gruppo che integra aziende che vanno dal settore tessile al petrolchimico. Nasce così, nel 1953, l’Ente nazionale idrocarburi. L’obiettivo è ambizioso: contrastare con l’azione dello Stato il predominio degli oligopoli privati. La fortuna aiuta Mattei: il ritrovamento di un modesto giacimento di petrolio in Val Padana, nel 1949, si rivela un successo propagandistico, seguito a breve da una successione di scoperte di giacimenti di gas, che si colloca presto al centro delle strategie del gruppo. In quel periodo Mattei è un esponente di spicco della Dc, vicino alle posizioni di Amintore Fanfani: è tiepido verso il legame a doppio filo che allora legava l’Italia agli Stati uniti. Ma il rapporto di Mattei con la politica è pragmatico. Dei partiti dice: «Li uso allo stesso modo in cui uso i taxi: salgo, pago la corsa, scendo». Per dare una voce alla sua visione fonda il quotidiano Il Giorno, destinato a rivoluzionare il modo di fare giornalismo in Italia.

Il “terzomondismo” di Mattei

Ma è sullo scacchiere internazionale che il presidente di Eni dispiega appieno il suo progetto. Nel 1957 Mattei firma un accordo con lo Shah di Persia, Mohammad Reza Pahlavi, strappando delle concessioni per le enormi riserve energetiche iraniane: è la prima volta che una compagnia che non fa parte del grande cartello angloamericano del petrolio (per cui Mattei coniò la fortunata definizione di «Sette Sorelle») ha accesso ai giacimenti di un Paese del Terzo mondo. Ormai il tabù è rotto, e in pochi anni Eni ottiene accordi in Egitto, Libia, Tunisia, Marocco. Tratta con gli algerini. Il “trucco” è semplice: invece di dividere al 50% i proventi dell’estrazione, il gruppo si accontenta di lasciare al Paese fornitore fino al 75%. Un rapporto paritario con nazioni che in quegli anni cercano di scrollarsi di dosso i resti del colonialismo europeo. «Io credo alla decolonizzazione non solo per ragioni morali di dignità umana – scrive – ma per ragioni economiche di produttività». Ma Mattei non si accontenta: in piena Guerra fredda rompe la Cortina di ferro e stringe accordi anche con l’Unione sovietica e la Cina maoista. Pensa, il presidente dell’Eni, a una rete di infrastrutture energetiche europea indifferente alle divisioni ideologiche. Poi arriva il volo del 27 ottobre 1962, e la Storia (quella con la maiuscola) prende un’altra direzione.

 

Intervista a Nico Perrone: «Ha fatto del Paese una potenza industriale»

di Massimo Greco

«Enrico Mattei ha inciso, come poche altre figure del mondo politico ed economico, nel costruire l’Italia contemporanea. Il suo era un disegno grandioso: trasformare un Paese uscito sconfitto e demoralizzato dal secondo conflitto mondiale, affrancandolo dalla fame e facendone una potenza industriale». « Ma adesso il suo ricordo è affievolito, l’opinione pubblica non si rende conto di quello che è stato il suo ruolo. Forse perché ne hanno annebbiato la memoria, forse perché non è più l’Eni che lui ha voluto e che ha creato. E così oggi Mattei è storia, non attualità: come Garibaldi o come Mazzini». Nico Perrone, già storico dell’America nell’Università di Bari, ha lavorato nell’Eni nei primi anni Sessanta: la seconda edizione della biografia dedicata a Mattei è uscita in questi giorni dal Mulino (“Enrico Mattei”, 12 euro) con un’ampia post-fazione dello stesso Perrone.

Perché non è più l’Eni di Mattei?

Una volta era l’holding dello Stato per eccellenza, oggi la presenza pubblica, tra Tesoro e Cdp, si aggira sul 30%. Un ridimensionamento dell’intervento pubblico cui Mattei si sarebbe opposto.

Le grandi intuizioni e i grandi errori di Mattei.

Tra le maggiori intuizioni citerei senza dubbio il metano: Mattei cercava il petrolio, non lo trovò, ma in compenso il metano rappresentò un fattore decisivo nella ricostruzione industriale. Gli errori, secondo me, erano legati al suo carattere, al suo temperamento: troppa irruenza, troppi attacchi alle potenze petrolifere, troppa invadenza nella stessa politica italiana. Un tono, diciamo così, understatement avrebbe giovato a lui e alla sua causa.

La questione di rito, quando si parla di Mattei: ormai è sicuro che rimase vittima di un attentato. A chi avrebbe fatto comodo eliminarlo?

È difficile dirlo, non ci sono prove ma solo coincidenze. E la coincidenza più importante è che il leader dell’Eni è morto nel 1962 nel momento più grave della crisi di Cuba tra Usa e Urss. Sappiamo che Mattei e una parte della Democrazia Cristiana, a cominciare da Amintore Fanfani, nutrivano pulsioni neutraliste. L’Italia non solo era inserita nell’alleanza militare occidentale, ma deteneva allora anche una notevole rilevanza strategica: era un partner imprescindibile. Ma, ripeto, sono solo coincidenze.

La pista algerina? La mafia?

Mah, il problema algerino era già stato risolto. Il ruolo della mafia, se ruolo vi è stato, lo riterrei marginale. Non credo che Oas e mafia avessero un disegno per uccidere Mattei, al massimo parlerei di possibili complicità.

Come definirebbe la cultura politica, la formazione di Mattei?

Mattei non era un uomo di cultura, anche se gli piaceva essere circondato da intellettuali ed era egli stesso un collezionista d’arte. Da giovane ha avuto simpatie fasciste e un certo sentimento nazionalista lo ha sempre accompagnato. Ma il timbro principale era quello del self-made man, dell’uomo d’affari pragmatico, che aveva lasciato le natìe Marche per fare fortuna a Milano.

Timbro che caratterizzava anche i rapporti con la politica e i politici?

A Mattei importava poco dei partiti, il rapporto era strumentale. La stessa Dc, alla quale apparteneva, gli serviva fin quando lo stavano ad ascoltare: per sua fortuna ebbe ascoltatori decisivi, a cominciare da De Gasperi, che a Mattei, nonostante le differenze d’impostazione, diede una mano fondamentale. Con gli anni aveva maturato una visione “social-cattolica”, come dimostra l’aiuto che diede a Giorgio La Pira per salvare lo stabilimento Pignone a Firenze.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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