Storie di Assassini

Del Veglio de la Montagna e come fece il paradiso, e li assassini.

Milice è una contrada ove ‘l Veglio de la Montagna solea dimorare anticamente. Or vi conterò l’afare, secondo che messer Marco intese da più uomini.
Lo Veglio è chiamato in loro lingua Aloodin. Egli avea fatto fare tra due montagne in una valle lo più bello giardino e ‘l più grande del mondo. Quivi avea tutti frutti e li più begli palagi del mondo, tutti dipinti ad oro, a bestie, a uccelli; quivi era condotti: per tale venìa acqua e per tale mèle e per tale vino; quivi era donzelli e donzelle, li più begli del mondo, che meglio sapeano cantare e sonare e ballare. E facea lo Veglio credere a costoro che quello era lo paradiso. E parciò ‘l fece simile a quella ch’avea detto Malcometto; e li saracini di quella contrada credeano veramente che quello fosse lo paradiso.
E in questo giardino non intrava se none colui cu’ e’ volea fare l’assesino…

Marco Polo, Il Milione.

Assassini. L’impressione che questa setta islamica medievale fece sui contemporanei europei fu così forte che il termine ancora oggi designa l’omicida, colui che compie il peccato di Caino. Gli unici a condividere con gli Assassini questo dubbio prestigio sono i Sicarii, gli Zeloti che tormentavano gli incubi dei Romani in Giudea.

Sebbene presso il popolo fossero conosciuti con il soprannome spregiativo di hashīshiyyūn, il vero nome del movimento degli Assassini era (ed è) Nizariti. Il nomignolo popolare si doveva probabilmente più al disprezzo della gente per le credenze bizzarre della setta piuttosto che a supposte pratiche psichedeliche, come quelle descritte dal viaggiatore veneziano nel suo libro.

Corrente estrema della gnosi sciita (l’Ismailismo), i Nizariti sono stati per secoli vittima della propaganda che i sistemi autoritari riservano ai movimenti rivoluzionari, e il loro nome è rimasto a lungo invischiato nella lotta tra nazionalismo turco e persiano. Infine, la loro storia incarna l’eterno scontro tra l’ortodossia delle religioni monoteiste e la sua peggior nemica, la Gnosi. Scrive Henry Corbin in Storia della Filosofia islamica:

Non è il caso di insistere in questa sede sul ‘romanzo nero’ che, in mancanza di testi autentici, ha oscurato per tanto tempo il nome dell’Ismailismo, e particolarmente la memoria di Alamut. Responsabili ne sono stati senza dubbio, in primo luogo, l’immaginazione dei Crociati e quella di Marco Polo. Ma ancora nel XIX secolo, un letterato e orientalista austriaco, von Hammer-Purgstall, proiettando sui poveri Ismailiti la sua mania delle ‘società segrete’, li incolpò di tutti quei crimini che in Europa gli uni attribuiscono ai Massoni, gli altri ai Gesuiti; ne risultò quella Geschichte der Assassinen (1818) che per molto tempo venne presa sul serio. A sua volta S. de Sacy, nel suo Exposè del la religion des Druzes (1838) sostenne con passione la tesi che il nome «Assassini» derivasse etimologicamente da Hashshashin (coloro che fanno uso di hashish). Tutto questo è dovuto all’abituale zelo nell’accusare le minoranze religiose o filosofiche delle peggiori depravazioni morali.

Il movimento fu fondato nell’XI secolo dal leggendario Hasan i Sabbah, poi conosciuto come il Vecchio della Montagna: Hasan era un persiano che in giovane età fu convertito alla gnosi islamica da un dā’ī (missionario) ismailita. Dopo aver girovagato a lungo per tutto il medioriente Hasan si recò in Egitto alla corte del califfo ismailita del Cairo: unica monarchia sciita del mondo islamico, il regno dei Fatimidi era uno dei più prosperi e tolleranti del bacino del Mediterraneo.

Tornato in Persia anni dopo, Hasan si stabilì ad Alamut, un castello in una zona montuosa dell’Iran settentrionale, rifugio tradizionale di sette e movimenti invisi alla Sunna. Da lì iniziò ad organizzare un movimento ismailita al fine di destabilizzare il dominio selgiuchide. I fida’i (compagni) ismailiti iniziarono a colpire i potenti del mondo sunnita, divenendo leggendari per l’abilità e il coraggio con cui affrontavano la morte pur di passare a fil di lama la vittima designata. Contrariamente a quel che si crede, gli obiettivi degli Ismailiti furono solo in minima parte crociati, poiché il loro fine principale era destabilizzare l’ordine politico retto da Baghdad. Nel 1094 gli Ismailiti di Persia si resero indipendenti dal Cairo, dichiarandosi fedeli al defunto principe fatimide Nizar (da cui il nome) e negando il riconoscimento al suo fratello minore, divenuto Califfo d’Egitto. Alla morte di Hasan i Sabbah, nel 1124, la setta si era espansa ininterrottamente conquistando nuovi domini in Iran e Siria e terrorizzando dall’alto dei suoi castelli i governanti sunniti.

Quale era il credo che spingeva gli Ismailiti d’Oriente a differenziarsi in modo tanto radicale dal resto del mondo islamico? Come tutti gli sciiti, i fida’i ismailiti credevano che la religione avesse due volti: lo zahir era il lato essoterico del testo sacro, la Legge. Penetrando però il testo con il procedimento del ta’wil (esegesi) si poteva trasfigurare la parola arrivando al batin, il significato esoterico. Particolarità del movimento ismailita era la credenza secondo cui il batin avesse predominanza sullo zahir, l’esoterico sull’essoterico. I Nizariti si spinsero ancora più in là. Così prosegue Corbin:

Il 17 Ramadan 559/8 agosto 1164, l’Imam proclamò la Grande Resurrezione (Qiyamat al-Qiyamat) davanti a tutti gli adepti riuniti sulla terrazza più alta di Alamut. Ce ne è pervenuto il protocollo. La proclamazione implicava niente meno che l’avvento di un puro Islam spirituale, libero da ogni spirito legalitario, da ogni schiavitù rispetto alla Legge, l’avvento di una religione personale della Resurrezione che è nascita spirituale, poiché fa scoprire e vivere il senso spirituale delle Rivelazioni profetiche.

E ancora:

Mentre la gnosi sciita duodecimana si sforza di mantenere la simultaneità e l’equilibrio tra zahir e batin; per la gnosi ismailita il discorso è diverso: poiché ogni apparenza esteriore, ogni essoterico (zahir) ha un suo senso nascosto, interiore, una sua realtà esoterica, e poiché questa è superiore a quella, in quanto della sua comprensione dipende il progresso spirituale dell’adepto, l’essoterico non è altro che un guscio che va frantumato una volta per tutte. È appunto ciò che fa il ta’wil, l’esegesi ismailita, «riconducendo» i dati della shari’at alla loro verità gnostica (haqiqat), comprensione del senso vero della rivelazione letterale o tanzil, religione positiva. Se l’adepto spirituale agisce in accordo con il senso spirituale, gli obblighi della shari’at sono aboliti per lui.

Questo credo, probabilmente molto simile allo spirito che animò l’Imam ‘Ali e i suoi seguaci all’alba dello Sciismo, portava inevitabilmente la setta in collisione con il dominio temporale sunnita, basato sulla Legge. Per secoli, fino alla distruzione di Alamut da parte dei Mongoli nel XIII secolo, gli Ismailiti d’Oriente, Templari dell’Islam, lottarono per rovesciare l’ordine costituito e rompere la gabbia della shari’at. Per i suoi mezzi la setta viene spesso definita come un’antesignana dei movimenti terroristi islamici odierni, è un errore in cui cade anche lo storico Bernard Lewis nel suo libro Gli Assassini. In realtà il fine dei due gruppi non potrebbe essere più diverso: laddove uno colpisce per imporre il dominio della Legge, l’altro praticava la guerriglia per rovesciarla.

Dopo la distruzione portata dall’Orda, i Nizariti scomparvero apparentemente. Molti di loro vestirono il mantello dei derivisci, e la teosofia ismailita avrebbe in seguito influenzato profondamente la spiritualità sufi. Altri si rifugiarono in India, dove tutt’oggi si trova la maggioranza della loro comunità, il cui leader spirituale è l’Agha Khan.

Nel suo libro Alamut (1938), lo scrittore sloveno triestino Vladimir Bartol dà un’immagine letteraria della setta, dando credito a tutte le leggende sul loro conto e presentando la loro dottrina come una sorta di nichilismo esoterico (in fondo Bartol fu anche traduttore di Nietzsche). Ciononostante vi è un passo in cui Hassan i Sabbah, protagonista segreto del romanzo, ascolta la declamazione di un poema del suo amico Omar Khayyam e credo che, se la filosofia ismailita fosse poesia, non suonerebbe poi molto diversa da questi versi:

Il cuore si dirige verso un volto fiorente,
Il braccio si tende alla coppa…
In ogni atomo di polvere, io pure sono,
E tutti gli atomi uniti compongono un solo volto.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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