I tagli minano le forze armate europee

Pubblicato da Il Piccolo il 2 ottobre 2012.

Secondo una vecchia battuta l’Europa è un gigante economico, un nano politico e un verme militare. Per quanto riguarda l’ultimo punto, a quanto pare, il continente rischia di venir degradato da verme a batterio. Così almeno ritiene Hakan Syren, il generale svedese che presiede il comitato militare dell’Unione europea: «Basta guardare al futuro più prossimo e fare qualche conto per capire che molti stati membri non riusciranno a mantenere parti essenziali delle loro forze nazionali, in primis le forze aeree», queste le dichiarazioni rilasciate dal generale nei giorni scorsi e riprese da diversi media europei a turchi.

Le critiche di Syren

Giunto alla fine del suo mandato triennale, Syren rinuncia alla diplomazia per sottolineare tutti i punti deboli della difesa continentale: la crisi economica ha portato buona parte degli stati europei a tagliare drasticamente le spese militari. Con il risultato di creare un forte divario con le forze a disposizione degli altri attori del mondo multipolare: gli Stati uniti, che pur avendo ridotto il loro budget restano l’ineguagliata superpotenza mondiale, ma soprattutto Cina e Russia, che negli ultimi anni hanno incrementato in modo esponenziale gli stanziamenti destinati ad armamenti e ricerca.
Syren discute anche l’impiego degli investimenti europei. Secondo il generale si destinano troppi fondi ad aree già coperte, con frequenti doppioni nei singoli stati, trascurando innovazioni essenziali: è «ovvio in modo imbarazzante», ha dichiarato, che i deficit identificati da tempo non sono stati sanati. In particolare Syren ha indicato carenze nel campo dell’intelligence, nelle armi guidate e nel rifornimento in volo.

Tagli in Europa occidentale

Il rapporto 2011 del Sipri (Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma) traccia un quadro ben definito del divario che la crisi sta aprendo fra l’Ue e il resto del mondo: l’anno scorso le spese nel settore in Europa occidentale e centrale hanno subito un calo del 1,9%, mentre la sola Europa orientale ha aumentato i finanziamenti di oltre il 10%. «In Europa occidentale i paesi con i decrementi più forti includono quelli che hanno dovuto affrontare forti crisi del debito, e dove le misure di austerità sono state particolarmente marcate – si legge nel rapporto Sipri -: la Grecia (-26% dal 2008), la Spagna (-18%), l’Italia (-16%) e l’Irlanda (-11%); il Belgio ha perso il 12%». Diverso il caso delle storiche potenze continentali: «I tre paesi con la spesa più alta in Europa occidentale – Regno unito, Francia e Germania – hanno attuato soltanto tagli modesti, inferiori al 5%». In ogni caso anche Germania e Inghilterra pensano di risparmiare nel futuro prossimo: la Gran Bretagna del 7,5% entro il 2014/2015 e la Germania del 4% entro il 2015. La Francia, al contrario, punta a mantenere stabile la spesa.

L’Europa orientale si arma

Secondo gli analisti del Sipri i paesi dell’area dell’Europa orientale (intesa in senso lato fino al Caucaso) vanno in controtendenza: la Polonia continua a investire nelle forze armate e pianifica di diventare un membro sempre più attivo della Nato, con nuovi spiegamenti di truppe. Anche la Norvegia, protetta dalla crisi grazie agli introiti petroliferi, ha aumentato gli stanziamenti. Peculiare il caso dell’Azerbaijan, altro grande esportatore di fonti energetiche, che nel 2011 ha registrato il maggiore incremento di spesa al mondo (+89%): Baku conta sulle forze armate come mezzo di pressione sulla vicina Armenia per risolvere, in un modo o nell’altro, la pluriennale contesa per la repubblica indipendentista del Nagorno Karabakh. Discorso a parte merita la Russia e, fuori dall’Europa, la Cina. I due colossi dell’ex blocco socialista sono protagonisti di una vertiginosa corsa al riarmo.

Mosca torna a sognare la potenza sovietica

«Dobbiamo tenere asciutte le polveri e migliorare le difese della Russia». Il presidente Vladimir Putin non poteva essere più chiaro nel discorso che ha tenuto ai soldati della vecchia Armata rossa a metà settembre, durante un’esercitazione sulle montagne del Caucaso. «Siete tutti persone istruite, sapete cosa sta accadendo nel mondo. Vedete che il ricorso alla forza è sempre più frequente nelle relazioni internazionali». Parole che pesano ancora di più se si pensa che sono state pronunciate a poca distanza dalla frontiera che l’esercito russo ha varcato nel 2008, durante le guerra dei cinque giorni contro la Georgia.

I numeri confermano che Mosca non si limita a parlare. Secondo il rapporto 2011 del Sipri sulla spesa militare nel mondo, la Russia ha aumentato i suoi stanziamenti del 16% dal 2008, con un incremento del 9,3% nel 2011. «La Russia è ora il terzo investitore al mondo – si legge nel rapporto – e ha superato Gran Bretagna e Francia». Ulteriori aumenti sono programma: entro il 2014 gli stanziamenti per la Difesa nazionale dovrebbero crescere del 53%.

«Sul lungo termine la Russia pianifica di spendere 749 miliardi di dollari in equipaggiamento, ricerca e sviluppo, sostegno alle industrie di armamento e servizi militari russe – scrivono gli analisti del Sipri -, nel periodo che va dal 2011 al 2020». L’obiettivo è di rimpiazzare il 70% degli armamenti in dotazione alle forze armate russe, in buona parte lascito dell’era sovietica, con equipaggiamenti di ultima generazione.
Da anni la Russia sta studiando sistemi d’arma che possano colmare l’immenso gap tecnologico che divide le forze armate Usa da quelle di ogni altro paese. «In ogni caso – aggiunge il rapporto -, molti analisti dubitano che l’industria possa sostenere un piano tanto ambizioso dopo i decenni di stagnazione seguiti al collasso dell’Unione sovietica».
Il piano di espansione è accompagnato anche da un’ampia azione diplomatica: i russi hanno appena siglato un accordo con il Kirghizistan che consentirà loro di mantenere una base sul territorio kirghizo fino al 2032. Una notizia che non piacerà agli Usa, anch’essi presenti nel paese.

Il Drago cinese affila gli artigli

Una frase di volta in volta attribuita a Marx e a Stalin dice che «la quantità ad un certo punto diventa qualità». La Cina già dispone di immense quantità di uomini e materiali, ciononostante da due decenni continua a investire tanto sull’uno quanto sull’altro aspetto della sua macchina militare. L’anno scorso la Repubblica popolare è entrata in una prospettiva di dominio strategico sui suoi mari, acquistando e rinnovando una ex portaerei sovietica: la Liaoning, entrata in servizio nei giorni scorsi. La nave non può competere con le concorrenti statunitensi, ma è un segnale molto chiaro del fatto che la Cina non intende rimanere una potenza di secondo piano nello scenario del Pacifico. Un segnale tanto più importante alla luce delle recenti tensioni con il Giappone. Secondo le stime del Sipri le spese cinesi sono aumentate del 170% dal 2002 e di oltre il 500% dal 1995. Nel 2011 Pechino ha investito 143 miliardi di dollari nelle forze armate, confermandosi al secondo posto dopo gli Stati uniti e aumentando del 6,7% rispetto al 2010. La cifra, pur enorme, è ancora lontana dagli oltre 700 miliardi di Washington, ma uno dei punti di forza della Repubblica popolare cinese, si sa, è la pianificazione sul lungo periodo.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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