E’ stato un tempo il mondo

E’ stato un tempo il mondo giovane e forte
odorante di sangue fertile…
Dimora della carne, riserva di calore
sapore e familiare odore…
Il nostro mondo è adesso debole e vecchio
puzza il sangue versato è infetto…

Csi, Del mondo.

In tempi cupi come questi è di conforto rifugiarsi nelle lettere degli antichi che, prima di tornare alla polvere, furono testimoni di eventi simili a quelli cui assistiamo noi oggi. Tra questi mi è caro, perché lo sento affine, Ammiano Marcellino.

Ammiano nacque negli anni ’30 del IV secolo dopo Cristo all’ombra delle montagne di Antiochia, la città sull’Oronte che visitai ormai quattro anni fa. Rampollo di un’illustre famiglia di lingua greca, imbevuto della cultura tradizionale delle elites dell’Impero, Ammiano trascorse la sua esistenza in un mondo sconvolto da grandi mutamenti. La cristianizzazione dell’Impero voluta dal crudele Costantino il Grande e dai suoi successori condannò l’antiocheno, che mai avrebbe rinunciato al suo raffinato paganesimo, ad essere un testimone tanto fedele quanto inattuale dei suoi tempi.

Ammiano fu l’ultimo storico latino a percorrere i passi di Tacito, l’ultimo a riprendere le fila dell’ininterrotta narrazione della storia che aveva accompagnato, come una sorta di coscienza nobiliare, le vicende dell’Impero di Roma. E non è forse un caso se toccò proprio ad Ammiano narrare le gesta del suo eroe Giuliano, dai cristiani detto l’Apostata, protagonista di un tentativo disperato ed eroico di strappare Roma alla nuova fede per riportarla tra le braccia dell’antico culto.

Ammiano descrive un mondo crepuscolare: l’Impero cristiano, seppur scosso dai frequenti colpi di stato e dalla paranoia di autocrati come Costanzo II, è ancora una compagine potentissima, motivo di timore ed invidia per tutti coloro che vivono al di fuori dei suoi confini. Nelle buie foreste del settentrione, i coraggiosi re dei Germani tentano continue incursioni nelle terre benevole della Gallia. I popoli cavalieri delle steppe orientali, come i Sarmati, si accampano sulle sponde del Danubio e, traversate le acque lente del grande fiume, giungono a reclamare a dispetto dei Cesari nuove terre in cui vivere. Li spingono forse i tuoni che preannunciano lo scatenarsi di una grande tempesta, lontano, ad Est.

E ancora oltre le piane arroventate delle province orientali, al di là dei deserti dove i nomadi saraceni trascorrono vite raminghe, il grande Impero dei persiani prepara alla guerra le sue infinite schiere: il Re dei Re serra nel cuore l’ambizioso disegno di riportare il fuoco di Zoroastro alle frontiere che furono degli antichi Achemenidi.

Intanto a Costantinopoli, a Milano, a Roma, sul limes germanico, si muovono le figure gigantesche eppure umane dei signori del mondo: Costanzo, feroce e impenetrabile, perseguita inesorabilmente i nemici del trono; il Cesare Giuliano combatte battaglie sanguinose contro le tribù germaniche; Gioviano sigla la dura pace imposta dal Re dei Re; il severo Valentiniano impartisce duri ordini e suo fratello Valente cade infine nell’apocalittica battaglia che condanna l’Impero al disastro. Ai margini del grande affresco, Ammiano tratteggia un brulicare di piccole figure che danno vita al suo mondo rendendolo palpabile al di fuori dell’epica e della grande politica. Una frase, un accenno a proposito di un eunuco colto e virtuoso o di un coraggioso soldato ai confini dell’Impero danno corpo agli avvenimenti: all’improvviso la descrizione di una battaglia smette di essere soltanto lettere su carta e fioriscono i suoni, gli odori, la paura e l’esaltazione sperimentati dagli uomini che vissero quei momenti e che, grazie ad Ammiano, sedici secoli più tardi sorgono a nuova vita. Su tutto brilla la memoria di un onesto narratore, che non nasconde il suo punto di vista, che racconta ciò che accadde per come egli lo conosce e per come lo visse, testimone amaro della fine della propria epoca in anni cruenti.

XVI, XI.

8. In quegli stessi giorni, impauriti dall’arrivo dei nostri eserciti, i barbari stanziati al di qua del Reno sbarrarono con grandi tronchi d’albero le strade già per se stesse difficili e montuose; altri, occupate le isole in gran numero sparse lungo il Reno, con ululati e grida bestiali lanciavano insulti contro i Romani e Cesare. E questi, oltremodo sdegnato e desideroso di catturarne alcuni, aveva chiesto a Barbazione sette di quelle navi che egli aveva fatto costruire per gettare un ponte sul fiume: ma quello, perché Giuliano nulla potesse conseguire con il suo aiuto, le diede alle fiamme. 9. Ma Giuliano, informato dagli esploratori nemici, caduti in suo potere, che nell’estate ormai avanzata era possibile guadare il fiume, esortò i fanti ausiliari e al comando di Bainobaude, tribuno dei Cornuti, li inviò a tentare un’impresa memorabile, se la sorte li avesse aiutati. E questi, avanzando attraverso le secche e talvolta usando degli scudi come barche, giunsero a nuoto ad un’isola vicina, dove trucidarono indistintamente, come fossero greggi, uomini e donne, giovani e vecchi, e di là, su barche abbandonate e malconce, passarono in molti altri luoghi, finché, sazi di stragi e carichi di ricco bottino, di cui l’impeto della corrente strappò loro una parte, ritornarono tutti sani e salvi all’accampamento. 10. E così gli altri Germani, come seppero di quell’impresa, abbandonarono quelle isole come poco sicure e trasferirono in località più interne le famiglie, le vettovaglie e le loro barbariche ricchezze.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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