La strana storia del signor Sharipov

Versione integrale dell’articolo pubblicato su Il Piccolo il 13 marzo 2011.

Forze dell’ordine russe dopo l’attentato del 2010

Dall’inizio di gennaio nel Centro per immigrati di Gradisca c’è un uomo la cui storia è un intreccio di ombre. Si chiama Anvar Sharipov ed è un cittadino russo, nato nella piccola repubblica caucasica del Daghestan. Sua sorella, Mariam, è una delle kamikaze che negli attentati del 29 marzo 2010 a Mosca uccisero decine di persone: questo fa di lui una persona molto ambita. I russi lo vogliono perché sospettano sia implicato nell’attacco. Ma Anvar sa che in Russia i parenti dei terroristi caucasici finiscono spesso per pagare un prezzo altissimo, indipendentemente dalla loro colpevolezza. Per questo è fuggito dal suo paese, e spera che le autorità italiane non ce lo rimandino a forza.

Nella storia che ha portato Sharipov al centro di espulsione isontino si incastrano i rapporti fra Russia e Italia, la Corte europea per i diritti dell’uomo e l’islamismo radicale: un vero e proprio mosaico in cui i servizi segreti giocano un ruolo occulto ma fondamentale. Analizzando le carte della Commissione che ha valutato la richiesta d’asilo politico di Sharipov abbiamo cercato sciogliere qualche nodo della matassa. Il primo passo da fare è ripercorrere il viaggio che il daghestano sostiene di aver fatto prima di finire al Cie.

In fuga da Mosca

Le disavventure di Anvar Sharipov iniziano in un momento e in un luogo ben preciso: le sei del mattino del 3 aprile 2010, nel suo appartamento di Mosca. E’ all’alba di quel giorno che arriva la telefonata che cambierà la sua vita. A chiamare è un amico, un daghestano che vive a Istanbul, che lo invita a fuggire dalla Russia. Pochi giorni prima sua sorella si è fatta saltare in aria, gli spiega l’amico, e ora i servizi segreti gli daranno la caccia (durante i colloqui Sharipov ha assicurato alla Commissione di non aver mai sospettato del coinvolgimento della sorella negli attentati prima di quella telefonata). In ogni caso il daghestano non perde tempo. Prepara la valigia, saluta la moglie, e dopo un’ora è diretto verso il confine bielorusso.

Da Bisanzio a Gradisca

L’unica foto di Sharipov in circolazione su internet mostra un volto contadino, una faccia come se ne incontrano tante nel Caucaso. Gli manca il physique du rôle, e probabilmente anche il sangue freddo, del latitante: si sente braccato dai servizi segreti, lo ossessionano le storie di ceceni e daghestani assassinati in esilio. Guardandosi le spalle arriva all’aeroporto di Minsk, da lì vola a Istanbul. In Turchia Sharipov vive di espedienti per qualche mese, poi riparte: cerca un aeroporto da cui gli sia possibile raggiungere la Francia senza bisogno di un visto. Progetta di chiedere asilo politico all’ombra dell’Eliseo, perché ha saputo che i francesi concedono protezione agli esuli caucasici. Il suo calvario aeroportuale lo sballotta prima a Dubai, poi in Malesia. In dicembre finisce a Sarajevo, dove decide di tentare il passaggio via terra: grazie a dei passeur bosniaci riesce ad entrare clandestinamente in Austria. Da Graz prende un treno per Venezia-Mestre, ultima tappa prima del diretto per Parigi. E’ lì però, il 6 gennaio scorso, che dei carabinieri in borghese lo fermano: non è un controllo di routine, cercano proprio lui. Qualcuno – e sull’identità di questo qualcuno, vedremo, ora si discute – ha segnalato la sua presenza in Italia. Sharipov si ritrova in manette: la procura di Venezia decide di mandarlo al Cie di Gradisca, in vista dell’espulsione verso la Russia. Lui chiede asilo politico.

Asilo politico: l’ombra dei servizi

«In Russia, solo per il fatto che si è il fratello di un terrorista che ha fatto quello che ha fatto mia sorella si può essere uccisi. In Russia le leggi esistono solo in funzione delle persone ricche». E’ una delle tante frasi amare che si possono leggere nei colloqui che Sharipov ha avuto nel Cie di Gradisca con la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Gorizia. Il daghestano ha spiegato ai funzionari della Commissione che nel 2003, quando ancora viveva nel suo paese, i servizi segreti lo rapirono e lo torturarono per scoprire se aveva legami con i movimenti indipendentisti. I servizi russi oggi si chiamano Fsb, ma Sharipov si riferisce a loro con le tre lettere che li hanno resi famosi in tutto il mondo: Kgb. «Sono stato rinchiuso per due giorni in un posto “non ufficiale” da parte degli agenti del Kgb. Sono stato torturato. Mi avevano anche proposto di lavorare per loro». Una storia di violenza piuttosto normale per il Caucaso ma che, dopo l’attentato del 29 marzo, dà a Sharipov la certezza di non sopravvivere a un eventuale ritorno in Russia. Il 27 gennaio scorso, nonostante il parere contrario del rappresentante dell’Onu Veronica Martelanc, la Commissione ha deciso di respingere la richiesta. Nelle motivazioni si legge che le violazioni di diritti umani in Russia avvengono in zona caucasica, mentre le indagini su Sharipov sono in corso a Mosca, quindi il daghestano non rischierebbe la vita. Argomentazioni che hanno suscitato l’indignazione del legale di Sharipov, l’avvocato triestino Gianfranco Carbone, che ha presentato ricorso al Tribunale di Trieste e alla Corte europea per i diritti dell’uomo.

Un aiuto da Mosca

Carbone può valersi anche di una dichiarazione giurata di Irina Gordienko, giornalista del quotidiano russo “Novaya Gazeta” – dove lavorava Anna Politkovskaya – che ha seguito l’inchiesta sugli attentati di marzo. «Sono in possesso di tutte le prove che dimostrano che Sharipov non ha alcune relazione con gli attentati – scrive Gordienko -. E di ciò sono è a conoscenza anche l’Fsb. Ciononostante i servizi vogliono scaricare questo terribile crimine su Sharipov, dato che attualmente l’inchiesta non ha nemmeno un indagato in vita». E l’ombra dei servizi, russi ma non solo, si allunga anche sull’arrivo in Italia di Sharipov: «Com’è possibile che i carabinieri a Mestre cercassero proprio lui?», si chiede l’avvocato Carbone. Dopo l’arresto, poi, una girandola di “indiscrezioni” attribuì a Sharipov le identità più improbabili, tra cui quella di Ruslan Umarov, fratello dell’indipendentista ceceno Dokku Umarov. «C’è qualcosa di molto strano in questa storia», commenta Carbone. Nei giorni scorsi la Corte europea per i diritti dell’uomo ha accolto il ricorso di Sharipov e sospeso l’ordinanza di espulsione italiana. Ora Sharipov è nel Cara, centro per richiedenti asilo, di Gradisca e gode di una parziale libertà di movimento: attende una nuova valutazione alla sua richiesta. E spera di non diventare merce di scambio nei rapporti privilegiati fra Russia e Italia: «Se rientrassi nel mio Paese non avrei neanche il tempo di arrivare in carcere – dice -. Mi ucciderebbero prima».

In seguito Sharipov ha ottenuto l’asilo politico (qui l’articolo pubblicato da Il Piccolo).

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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