La Guerra dei Trent’anni. Intervista a Thomas Ruttig

Carri armati in fiamme con la stella rossa sulla torretta. Lo sguardo azzurro di una bambina fisso nell’obiettivo di un fotografo. Lo stesso sguardo decenni dopo, invecchiato precocemente. I mujaheddin di Ahmad Shah Massud marciano fra le montagne. Guerriglieri salafiti annidati nelle aree Pashtun fra Afghanistan e Pakistan.

La nostra Guerra dei Trent’anni li ha passati da un pezzo, i trent’anni. E’ più vecchia di me.

Versione integrale dell’articolo pubblicato su Il Piccolo il 9 settembre 2012.

Thomas Ruttig in una foto dal web

Thomas Ruttig è codirettore e cofondatore dell’Afghanistan Analysts Network, un think tank con sede a Berlino e Kabul. Ed è uno dei maggiori esperti al mondo di quel paese.

Negli ultimi mesi molti media hanno annunciato che la Nato lascerà l’Afghanistan nel 2014. Il centro studi AaN dice che si tratta di una deformazione delle parole di Obama. Cosa cambierà nell’operato della Nato nei prossimi anni e che conseguenze ci saranno?

C’è una contraddizione tra una percezione diffusa ma errata – le truppe Nato si ritireranno – e quanto effettivamente dichiarato da Obama – che dopo il 2014 non ci sarà più una guerra “così come la conosciamo”. Buona parte delle forze combattenti verrà ritirata, ma non tutte. E le forze speciali condurranno il grosso degli scontri, assieme agli afgani, concentrandosi principalmente sull’impedire ai Talebani di prendere Kabul e forse Kandahar. La missione Isaf si concluderà, ma verrà sostituita da una nuova missione Nato, con l’obiettivo di addestrare e consigliare le forze di sicurezza afgane. Un risultato sarà che ci saranno meno truppe occidentali nella regione, e questo apre uno spazio di conflitto – con i Talebani e tra le diverse fazioni che al momento prendono parte in diversa misura alla coalizione di Karzai, per il controllo territoriale e per una fetta maggiore della torta (i finanziamenti stranieri) che diventerà più piccola.

Pochi anni fa si usava chiamare Karzai il “sindaco di Kabul”. Lo stato afgano ha ottenuto un potere reale sul paese negli ultimi anni o la sua sopravvivenza dipende soltanto dalla presenza della Nato?

Non ho mai creduto che Karzai fosse soltanto il “sindaco di Kabul”. E’ a capo di un sistema amministrativo esteso a tutto il paese, può cambiare governatori o capi della polizia ovunque. Ciò ovviamente non significa controllo territoriale. Buona parte dell’Afghanistan è di fatto disputato, non controllato chiaramente dal governo, ma nemmeno dagli insorti. Quello di Karzai è un problema di governo. Lui è al comando, ovvero è in grado di mantenere il potere, ma non sta governando bene, ossia non sta fornendo i servizi che gli afgani si aspettano dal governo, come la sicurezza o servizi sociali di base. Buona parte di tutto ciò è ancora finanziato dal mondo esterno mentre molti nel “sistema Karzai” continuano ad arricchirsi.

Come si sta evolvendo il movimento talebano e qual è la loro visione del futuro dell’Afghanistan?

I talebani non sono stati sconfitti, e nemmeno indeboliti significativamente, dall’aumento di truppe Usa dal 2009. Sono riusciti perfino a espandersi a nord, nelle aree non Pashtun. Sono anche cresciuti politicamente, e hanno gradualmente cambiato le posizioni che li alienavano dalla comunità internazionale: dai loro legami con al-Qaeda (sebbene non si siano separati ufficialmente) ai temi dell’educazione e delle minoranze. La partecipazione sociale e politica delle donne è ancora un ostacolo per loro. Ma nelle loro ultime dichiarazioni hanno affermato che non desiderano il monopolio del potere. Tutto ciò potrebbe essere un gioco di facciata per rendersi accettabili alla comunità internazionale, che è ansiosa di sganciarsi dall’Afghanistan e quindi di inserire i talebani in una soluzione politica. Però è necessario che tale soluzione non escluda l’opposizione politica afgana, la società civile e i movimenti delle donne. Garantire che i loro diritti non vengano calpestati è il ruolo che la comunità internazionale dovrà giocare anche dopo il 2014.

I talebani hanno ancora il supporto della maggioranza della popolazione?

Non credo che l’abbiano mai avuto. Ma senza dubbio rappresentano una parte della società afgana, e di certo non possono essere ridotti a mero fenomeno eterodiretto. Il problema è che il conflitto militare degli ultimi dieci anni ha portato a una polarizzazione politica. Non c’è spazio politico fra l’allenza di Karzai e i talebani. Il che a volte dà l’impressione che i talebani rappresentino il 50%. Questo spazio politico va creato per quegli afgani che non vogliono i talebani e nemmeno trovano convincente l’attuale metodo di governo di Karzai.

Il mullah Omar è il capo effettivo dei talebani o è una figura simbolica?

Lui è la guida indiscussa di tutto il movimento talebano, ma è più un leader spirituale che un capo militare a tutto tondo. Ciononostante, avere la sua approvazione per i negoziati con gli Usa, come abbiamo visto nel corso di quest’anno, è davvero importante. Non molti talebani vorrebbero davvero mettersi di traverso alle sue decisioni.

Qual è il ruolo del Pakistan nel conflitto oggigiorno?

Il Pakistan gioca un ruolo chiave, ma purtroppo le parole spesso non sono seguite dai fatti. Non c’è dubbio che i talebani operino dal territorio pakistano e con supporto pakistano. I veri power broker – ovvero i militari – ancora vedono nei talebani uno dei loro assi nel gioco afgano post-2014.

E l’Isi, il servizio segreto pakistano?

Non è considerabile separatamente dai militari.

Gulbuddin Hekmatyar è un protagonista della guerra afgana fin dagli anni ’80. Qual è il suo ruolo ora?

Il suo partito, Hezb-e Islami, è il secondo maggiore gruppo di insorti. a volte coopera con i talebani, a volte li combatte. Hezb è divisa in due correnti, gli insorti e un partito ufficialmente registrato in Afghanistan, con ministri, deputati e importanti consiglieri presidenziali. Molti afgani non credono che questa separazione sia genuina, in ogni caso.

I colloqui fra gli Usa e i talebani ripartiranno? Servono a trovare una soluzione?

Ci sono stati degli sviluppi nel corso dell’estate, ad esempio con la prima partecipazione ufficiale di una rappresentanza talebana in una conferenza accademica in Giappone. Ma è una questione di fiducia: i talebani danno per scontato che non succederà molto sul fronte degli Usa prima delle elezioni, e si sentono imbrogliati dopo il primo giro di negoziati, quando si aspettavano il rilascio di alcuni dei loro leader da Guantanamo (non una liberazione completa, ma il passaggio sotto il controllo del Qatar, uno dei mediatori) il che non è successo. Sarà difficile ricominciare, me è necessario. La “soluzione” militare, ovvero sconfiggere i talebani, ha palesemente fallito.

Vede somiglianze fra questa guerra e l’invasione sovietica? Alla fine del conflitto l’esercito Usa dovrà ritirarsi così come fece l’Armata rossa?

Di fatto ci sono alcuni parallelismi. Sia i sovietici che la coalizione guidata dagli Usa volevano portare agli afgani il loro sistema, convinti che fosse il migliore. I sovietici lo fecero con l’invasione, dopo essere stati invitati da un governo che non rappresentava la maggioranza. La coalizione guidata dagli Usa ha invaso il paese dopo gli eventi del 9/11, che erano legati all’Afghanistan sebbene nessun afgano vi avesse preso parte (ma i talebani davano ospitalità ad al-Qaeda). Una grande maggioranza degli afgani accolse con favore l’intervento, sperando che avrebbe migliorato la loro situazione, dal punto di vista sociale e della sicurezza. Ciò non è accaduto, e la fiducia di cui l’Occidente godeva – e le speranze che gli afgani avevano in un sistema democratico, sono andate. Questa è la più grande sconfitta in Afghanistan.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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