Intervista a Emanuele Tonon

Pubblicato da Il Piccolo il 14 settembre 2011.

Non è facile uscire sobri da un’intervista con Emanuele Tonon. Lo scrittore cormonese parla con voce pacata, eredità forse dei suoi sette anni da frate francescano, destreggiandosi con agilità fra fabbrica e chiostro, editoria e teologia. E non dimentica mai di rabboccare il bicchiere al suo interlocutore. Classe 1970, Tonon ha esordito due anni fa con il lacerante dittico de “Il nemico” (Isbn), un romanzo «eretico» che coniugava una teologia disperata a un’altrettanto disperata denuncia delle condizioni di vita del proletariato del Nordest. Giuseppe Genna lo definì «il più importante parto di una nuova voce e di un nuovo sguardo nella nostra narrativa contemporanea». Domani arriverà nelle librerie “La luce prima” (Isbn), seconda opera dell’autore. Un libro in cui Tonon riecheggia le autobiografie dei grandi mistici, da Sant’Agostino a Santa Teresa d’Avila, per narrare il più traumatico degli eventi: la morte della madre.

Tonon, nei suoi scritti la dimensione biografica si intreccia sempre a quella del sacro. Qual è il suo rapporto con il trascendente?

Il sacro è la mia tara originaria, per così dire. A diciott’anni, pur non venendo da una famiglia praticante, fui colpito da una folgorazione adolescenziale e andai ad Assisi per farmi frate. Tra i francescani cercavo un Dio che potesse darmi tutte le risposte. E per un certo tempo l’ho davvero trovato.

Poi cos’è successo?

Sette anni dopo arrivai a un rifiuto non tanto del cattolicesimo in sé, quanto della sua traduzione pratica, istituzionale. Risale a quel tempo il mio incontro con il pensiero di Sergio Quinzio, un teologo che immagina Dio come uno sconfitto, impotente davanti alla storia. Lì ho trovato il mio Dio.

In cosa si differenzia dal Dio cattolico?

Il mio è un Dio che non redime. Al contrario la promessa di vita eterna del cattolicesimo diventa spesso uno strumento per imporre l’accettazione dell’ingiustizia terrena, porta ad accettare il dominio dei ricchi sui poveri. Io faccio letteratura, non teologia, ma scrivo dell’urlo del povero che cerca Dio, ciò che i laici chiamano salvezza e i credenti redenzione.

Tratta questo tema anche in “La luce prima”?

Certamente. Nel mio libro chi racconta è Emanuele, il figlio dal nome perfetto (significa “Dio è con noi”) che non è riuscito a salvare la madre. Un figlio che abbandona la madre alla morte pur amandola tantissimo. Così Cristo, pur amandoci, non ci ha dato la redenzione.

Il quadro che lei disegna del Nordest è inusuale. Lei racconta il lato povero, oscuro, di questa terra.

È un’ossessione che viene dalla mia infanzia. Quand’ero piccino s’iniziavano a costruire i casermoni popolari per gli operai e i meridionali. Io, povero e figlio di una calabrese, un terrone, ho vissuto per anni una forma di razzismo ferocissima, equiparabile a quella che c’è oggi nei confronti degli stranieri. Da lì nasce tutto, la mia attenzione a un tipo di povertà che nessuno vuole vedere.

Ovvero?

In Italia si può parlare di povertà se è esotica, lontana, se smuove qualcosa a livello ideologico e si ferma lì. Scandalizza invece la povertà di chi lavora in fabbrica. Parlarne è tabù. Ma io quella miseria l’ho vissuta: prima di arrivare in convento non sapevo che sapore avesse il prosciutto crudo. Non scrivo di queste cose per fare un’epica dei poveri, ma perché credo sia importante portarle alla luce.

Le persone che vivono il mondo che descrive come hanno accolto i suoi libri?

A volte i poveri sono quelli che più si scandalizzano per quello che scrivo. Mi è capitato di sentirle da anziani perché “sputo nel piatto in cui mangio”. Persone che magari avevano mani con le dita dimezzate, strappate via dal lavoro in fabbrica. Mettono un vaso di fiori sulle sbarre della prigione e sono felici, poi non vogliono ascoltare se qualcuno dice che la fabbrica può privare di ogni senso la tua vita.

Tonon, “La luce prima” racconta un’esperienza estremamente intima. Dove sta il limite fra il personaggio Emanuele e lo scrittore Tonon?

L’io narrante di “La luce prima” è solo un corifeo. Serve soltanto a cantare quello che resta su questa terra della madre. Ho tagliato tutto il superfluo. Ma non è un io narrante immutabile: parte dall’abisso più profondo, la morte della madre, e infine approda alla volontà di vivere ancora. Questo è un canto che non vuole essere biografico o autobiografico, si avvicina piuttosto agli scritti dei mistici.

Nel suo caso la tensione verso cos’è?

Verso la gioia. Verso la beatitudine in cui sta la madre. “La luce prima” è un canto d’amore per Vincenza Pucci, la “mia mamma piccola”. Il cuore dell’io narrante, meglio, dell’io cantante, si svuota e, come in una mistica zen, resta a meditare su un vuoto riempito da un desiderio di bambino. E questo desiderio onnivoro di bambino è la madre.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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