Eranshar parte II: Anoshirvan

Più di trent’anni fa il Gran Re, Re dei Re, Signore di Eran ed Aneran concesse l’incomparabile onore di un’udienza a sette saggi venuti dalle terre dei Romani. Discussero assieme di filosofia per lunghe ore, sotto lo sguardo impassibile della corte imperiale.

I platonici, come si definivano, ebbero modo saggiare la differenza tra il nostro Grande Re, Signore dei quattro angoli della Terra, e l’imperatore di Costantinopoli, che aveva chiuso la loro scuola di Atene in ossequio ai voleri dei suoi sacerdoti cristiani.
Dopo la fine dell’udienza i saggi e i magi della corte discussero con il Re, Luce degli Ariani, della validità del platonismo e della sua compatibilità con la nostra Fede.

Io ero tra loro. Oggi, rileggendo questa copia delle opere del platonico Giamblico, regalo di un amico ebreo di Alessandria, la mia mente ritorna a quei giorni, quando la gioventù sosteneva le mie membra e tutte le grandi imprese erano ancora da compiere.

Il platonismo, oggi come ieri, mi pare una filosofia poco interessante. Il maestro Plotino sostiene che tutte le cose discendano da un Uno trascendente, che sta all’origine del tutto e dal quale derivano sia il mondo delle idee che il nostro piano materiale. Al di là della rudimentalità del loro schema, mi pare che questi filosofi abbiano semplicemente scoperto Hormuzd con un millennio di ritardo. Bastava che questo Plotino leggesse il Sacro Avesta.

O forse l’ha fatto.

E comunque c’è una grave carenza nel loro pensiero. Non concepiscono l’esistenza di Ahriman e dei Daeva. Dovrebbero. Noi conosciamo il Male a fondo. E ringraziamo ogni giorno il Saggio Signore Hormuzd per aver mandato sulla terra un riflesso così intenso del suo potere, il Gran Re, Re dei Re.

Colui che ha domato Ahriman il crudele riportando la pace nelle terre di Eran ed Aneran.

Dagli Hymariti della lontana Arabia fino agli Unni Bianchi sottomessi, tutti si inginocchiano innanzi alla sua maestà. I re dell’India, i guerrieri neri di Axum, e perfino Giustiniano l’imperatore dei Romani gli rendono omaggio e pagano tributo.
Il suo nome corre sulla bocca di tutti, dal remoto mare occidentale sino ai nostri empori nell’Impero della Seta. Nelle terre lontane oltre l’India ed il mare genti sconosciute elevano altari in Suo Onore.

Le navi che solcano i mari e le strade che corrono i deserti sono il suo sangue e le sue vene. Le armate invincibili dell’Eran sono le sue braccia e la sua spada. Il suo respiro è il vento dell’Asia. Invero la sua anima è immortale, invero egli è l’Anoshirvan.

Il lungo regno di Khusrau I (531-579 d.C.) si situa al centro di un periodo che di volta in volta si può definire tarda antichità o alto medioevo, a seconda del punto da cui si osserva. Se per l’Oriente prendiamo pirennianamente l’arrivo dell’Islam come inizio del medioevo, allora possiamo considerare Khusrau come uno dei più importanti sovrani del mondo antico.

Come accennato a proposito di suo padre Kavadh, Khusrau continuò l’opera di ristrutturazione del sistema sassanide. La riscossione delle tasse venne uniformata su tutto il territorio, e la nobiltà perse molti dei suoi privilegi. Non a caso, dal regno di Khusrau in poi i nobili sono nominati nelle fonti soltanto come ufficiali o cortigiani, non più come punti di potere autonomi dal Re.

L’esercito fu ristrutturato eliminando le ultime tracce di feudalità e creando un corpo di cavalieri sostenuti esclusivamente dallo stato. Un gran numero di piccoli proprietari terrieri nacque a questo scopo, e divennero politicamente più influenti della grande nobiltà, e al contempo più fedeli al Re.

Il nuovo esercito permise a Khosrau di condurre diverse campagne militari contro i Romani, continuando lo stato di guerra permanente, fatto di tregue fragili e offensive improvvise, che da secoli caratterizzava i rapporti tra i due imperi.

Le armate sassanidi ottennero grandi successi, riuscendo persino a conquistare e saccheggiare la grande città di Antiochia, ma non riuscirono mai a prendere il controllo della regione strategicamente essenziale della Lazica.

Certo è che Giustiniano, intento nel suo ambizioso piano di riconquista dei territori romani d’occidente, dovette spesso pagare ampi tributi al Gran Re, per garantirsi tranquillità sul fronte orientale. I rapporti tra Imperatore e Re dei Re sono tra i più interessanti del mondo antico: nelle lettere ufficiali scopriamo che spesso i due monarchi si chiamavano “fratello” e definivano le rispettive capitali, Costantinopoli e Ctesifonte, come “i due occhi del mondo”.

Un esempio interessante di come nel mondo antico gli Huntington trovassero difficilmente spazio.

Gli Unni Bianchi, tormento del regno di Suo padre, furono definitivamente sconfitti e sottomessi da Khosrau, che inglobò il loro impero nel suo regno grazie ad un’alleanza con i Turchi.

Un’altra grande impresa del regno di Khosrau è la conquista dello Yemen: i principi arabi Hymariti, sottomessi da un’armata africana proveniente dal vicino regno cristiano di Axum, si appellarono al lontano Gran Re in cerca di aiuto. Ctesifonte in risposta mandò una spedizione navale e un piccolo esercito di 700 azadan (cavalieri della piccola nobiltà) agli ordini dello spahbod (comandante) Vahriz. I 700 riuscirono nell’impresa e ributtarono in mare gli Etiopi. Fino alla conquista islamica lo Yemen rimase sotto il controllo diretto di un governatore persiano.

Nell’ambito della cultura si assiste in questo periodo ad una straordinaria fioritura. Sovrano tollerante e colto, sotto Khosrau vennero tradotte in persiano le grandi opere della letteratura indiana e vennero importati gli scacchi dall’India (che prendono il loro nome appunto dal persiano shah mat, “il re è morto”). Gli ultimi sette maestri del neoplatonismo, esuli dopo la chiusura dell’Accademia di Atene da parte di Giustiniano, trovarono rifugio alla corte del Re. Al contempo Khosrau fu tollerante verso ogni confessione cristiana.

L’unica eccezione in quest’ambito è l’atteggiamento verso il mazdakismo: per segnare un distacco dall’ombra che aveva segnato il regno di suo padre, Khosrau perseguitò duramente i mazdakiti. Pur portando avanti avanzate riforme sociali che sicuramente non erano aliene all’influenza del pensiero di Mazdak, Khosrau si mantenne così formalmente nel solco della tradizione mazdea di Zoroastro. Fui così che riuscì ad eliminare il dannoso influsso dei grandi nobili sul regno.

Fu dopo il suo regno che nella lingua araba i Re di Persia presero il nome di Kisra, così come Cesare aveva assunto il significato di “imperatore” in molte lingue occidentali. I mercanti persiani solcavano i mari di tutto l’oriente, tanto che in Cambogia è attestata la diffusione in questo periodo di un autentico culto per il leggendario re dell’Occidente.

Concludendo, Khosrau I Anoshirvan, l’Anima Immortale, è probabilmente una delle più grandi figure di riformatore, mecenate e statista della storia e l’influsso del suo regno come ponte e centro di culture in un momento così pregno di cambiamento ha avuto conseguenze fino ai nostri giorni.

Se non altro, dedicategli un pensiero ogni volta che, spostando un cavallo o un alfiere al posto giusto, dite “scacco matto”.

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Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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