Intervista a Gherardo Colombo

Pubblicato su Il Piccolo il 27 gennaio 2012.

Gherardo Colombo (foto dal web)

«Ma che cos’è una regola, secondo te?». La voce che pone la domanda è quella di un ex magistrato che ha contribuito a far luce su alcuni dei capitoli più bui della storia italiana. La destinataria è invece una studentessa, che il suo interlocutore vuole far riflettere socraticamente sul significato di parole come «legge» e «giustizia». Questa è una scena ormai quotidiana nella vita di Gherardo Colombo: a oltre quattro anni dalle sue dimissioni dalla magistratura, l’uomo che fu tra i protagonisti delle inchieste sulla P2 e Mani Pulite gira il Paese senza sosta incontrando migliaia di giovani – «Per ragionare assieme sul problema di relazione che gli italiani hanno con le regole». Ieri Colombo era al Collegio del Mondo Unito di Duino e in altre scuole della regione, dove ha parlato con gli studenti di leggi e diritti. Ma non si è sottratto a qualche considerazione sulla corruzione e sullo stato della giustizia in Italia.

Colombo, a due decenni da Mani Pulite la corruzione è ancora uno dei primi problemi in Italia. Cosa non va in questo Paese?

Secondo me noi abbiamo un profondissimo problema culturale, un problema di relazione fra persone e regole. Se non si elimina prima questo ostacolo l’intervento giudiziario serve a poco.

Come si risolve l’inghippo?

Soltanto attraverso l’educazione. È per questo che oltre quattro anni fa mi sono dimesso dalla magistratura, pur potendo continuare a fare il magistrato per altri 14 anni. Mi ero reso conto di un problema che generalmente spiego ai ragazzi con una metafora. Sentiamola. Ad un certo punto mi sono trovato come un idraulico alle prese con una cucina con il rubinetto asciutto. Se non trova il guasto nelle tubature, l’idraulico le segue e arriva in cantina, trova l’impianto che porta acqua a tutto il condominio e l’aggiusta: a quel punto l’acqua torna anche in cucina. Ecco, è come se io in 33 anni di magistratura mi fossi occupato del rubinetto della cucina: la giustizia continuava a funzionare malissimo, come accade da sempre in Italia. Allora ho seguito le tubature metaforiche e mi sono trovato davanti la relazione tra persone e regole.

Per questo ha iniziato a incontrare i giovani?

Sì: faccio circa 400 incontri l’anno, di cui circa trecento con studenti e un centinaio con gli adulti. Si cerca di ragionare sulla relazione che c’è nel concreto fra ognuno di noi e le regole. Su quel che cambia osservando o trasgredendo le regole della Costituzione che riconoscono a tutti la stessa dignità e analoghi diritti.

Come vanno le conferenze?

Sono solito fare molte domande, e i ragazzi reagiscono bene. L’interesse è marcato anche negli adulti. Si fatica un po’ quando si trattano temi ostici come la punizione: è molto diffuso il preconcetto secondo cui la punizione serve a educare. Secondo me serve soltanto a farsi obbedire. E più che obbedienti le persone vanno rese responsabili.

Come si coniuga un ragionamento di questo tipo con la riforma della giustizia?

L’ostacolo più grande alla riforma della giustizia dipende dalla scarsa disponibilità della collettività. Ogni anno arrivano alle procure circa tre milioni di notizie di reato, senza contare le trasgressioni non penalmente rilevanti. Le violazioni della legge toccano quindi una fetta molto ampia della cittadinanza. Ma ci sono degli interventi concreti che si possono fare.

Quali?

Primo: migliorare l’organizzazione, cambiando le regole del processo. Secondo: aumentare i mezzi materiali creando un ufficio per i giudici. Gli avvocati dispongono di studi interi in cui lavorano molte persone, mentre oggi i giudici devono fare tutto da soli. Terzo: rendere più efficienti gli uffici, il che è responsabilità dei magistrati. Quarto: ragionare sul numero degli avvocati. Solo in Lazio ce ne sono quanti in Francia, questo si ripercuote sull’attività della giustizia.

Viviamo una congiuntura particolare per la politica italiana. È il momento buono per riformare la giustizia?

Credo sia un momento favorevole. Mi pare che il ministro della Giustizia abbia ben presenti i problemi. Ma c’è anche un altro aspetto: il cosiddetto governo tecnico (che essendo espressione del Parlamento è tecnico ma è anche politico), è sostenuto da una larghissima maggioranza di forze politiche molto diverse tra loro. Ha quindi una forza che un governo “politico” tradizionale non avrebbe: non deve scontare l’abitudine degli italiani a schierarsi indipendentemente dal merito dei problemi.

Il berlusconismo è finito?

Sono più propenso a guardare la cittadinanza nel suo complesso, piuttosto che nelle sue espressioni. Il problema è vedere se la cultura generale italiana è cambiata negli ultimi anni. Forse qualcosa sta cambiando perché da una parte le difficoltà economiche portano a una riflessione, e in secondo luogo perché la base e il vertice necessariamente interagiscono: la proposizione di modelli diversi in qualche modo influisce sulla cultura generale. Soprattutto in un Paese in cui tante persone sono immature e hanno bisogno di un esempio.

Lei ha conosciuto bene il fenomeno della P2. Oggi fioriscono P3, P4, le cricche… Cos’è cambiato da allora?

Sono fenomeni diversi. La P2 era una struttura molto organizzata, tra gli iscritti c’erano vertici di settori istituzionali. Ma la tendenza all’agire su piani diversi non è scomparsa.

Il ruolo di presidente di Garzanti le ha dato una visione ampia sul mondo dell’editoria. Che idea si è fatto?

È un settore in cui è bello lavorare, i rapporti fra persone sono diretti e positivi. Il panorama dell’editoria italiana, poi, è molto variegato.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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