Nagorno Karabakh 2010

Concludo la pubblicazione dei testi che ho prodotto dopo il mio viaggio in Armenia, nel 2010, con l’articolo sul Nagorno Karabakh comparso su Il Piccolo del 1 aprile di quell’anno. Il testo risente dell’attualità di quei giorni: la guerra che sembrava imminente non è mai scoppiata. Angosciosamente, non ha mai smesso d’incombere.

La strada per il Nagorno Karabakh.

Servono sette o otto ore di viaggio su strade d’alta montagna per arrivare alla repubblica indipendentista del Nagorno Karabakh. Partendo da Yerevan, la capitale dell’Armenia, il tragitto si addentra nelle cime innevate del Caucaso meridionale, in un paesaggio surreale fatto di ghiaccio, roccia ed enormi laghi solitari. Anche in pieno marzo non è impossibile trovarsi nel mezzo di una bufera, e nel giro di poche ore tutto si copre di neve. Per i viaggiatori è meglio fermarsi al primo villaggio, altrimenti si rischia di precipitare in qualche burrone. Di fronte a una natura tanto impervia, non sorprende che romani e greci vedessero nel Caucaso il confine ultimo del mondo.

Lungo il percorso i relitti arrugginiti di qualche monumento testimoniano la fine dell’impero sovietico nel Caucaso. Il viaggio giunge a termine quando, incastonata tra i monti e coperta di nebbia, compare Stepanakert, la minuscola capitale del Nagorno Karabakh. Durante la guerra del ’91-’94, l’esercito azero utilizzò le colline circostanti per bombardare la città fino a renderla un cumulo di rovine: la Sarajevo del Caucaso. Negli ultimi quindici anni, però, molte cose sono cambiate, e il Karabakh odierno non risponde affatto allo stereotipo della repubblica indipendentista caucasica. La vita a Stepanakert è relativamente confortevole: strade e palazzi sono ordinati, gli anni della guerra sembrano non aver lasciato traccia. Soltanto qualche mutilato tra la folla ricorda al passante che questa è ancora una delle zone più minate al mondo. I karabakhi, dal canto loro, conducono le loro esistenze cercando di non pensare agli imponenti schieramenti militari che circondano la loro enclave.

Angelo Antolino fotografa Stepanakert.

Negli ultimi mesi la possibilità di una nuova guerra tra armeni e azeri per il Karabakh si è fatta molto concreta. Gli storici negoziati in corso tra Armenia e Turchia per il reciproco riconoscimento diplomatico sono giunti a un punto morto. L’Azerbaijan, solido alleato di Ankara, potrebbe approfittare della stasi del processo per risolvere la questione del Karabakh con le armi, prima che la normalizzazione dei rapporti armeno-turchi stabilizzi la regione rendendo impossibile l’uso della forza.

L’esercito armeno è al massimo stato di allerta: nella “buffer zone” battaglioni di soldati, appena adolescenti, scavano trincee per una nuova linea di difesa. In uno scenario spettrale che ricorda le immagini della Grande Guerra, le trincee si distendono tra gli scheletri dei villaggi azeri spopolati da quindici anni. Nel ’91-’94 gli azeri contarono sull’appoggio di alcune migliaia di mujaheddin afgani: il timore degli armeni è che ora, in caso di conflitto, Baku possa attingere alle forze fondamentaliste dei vicini Daghestan e Cecenia appellandosi alla guerra santa contro i cristiani. Inoltre, rafforzato dagli introiti del petrolio, l’esercito azero non è più quello che negli anni Novanta fu sconfitto a dispetto della superiorità numerica: Baku ha investito una fetta importante dei suoi guadagni nell’ammodernamento della macchina militare.

L’idea di un nuovo conflitto è un incubo per i karabakhi. «Vogliamo soltanto essere indipendenti e mantenere la nostra identità», dice il governo di Stepanakert. Il modello a cui si ispirano i politici karabakhi sono i piccoli stati europei, come il Lichtenstein e l’Andorra. Parlare di politica con le autorità locali è un’esperienza piuttosto estraniante. Diritti umani, risoluzione dei conflitti, standard europei… sono i termini che ricorrono più spesso: è fortissimo il contrasto con la storia recente, con le espulsioni di massa, la guerra, le atrocità da ambo le parti. «Abbiamo imparato dal passato – dicono – non vogliamo un’altra guerra».

Il governo di Stepanakert ripone molte speranze nella possibilità che l’adeguamento a standard democratici occidentali le valga l’agognato riconoscimento internazionale: assicurare il funzionamento democratico delle istituzioni è un modo per marcare l’incompatibilità del Karabakh con il governo di Baku, dove le redini del potere sono nelle mani della famiglia Aliyev dalla fine dell’epoca sovietica.

Ma le questioni di carattere ideologico sono soltanto uno dei fattori in gioco nel complesso sistema di equilibri del Caucaso. Il petrolio azero interessa a molti governi occidentali: non a caso Baku ha trovato nella Gran Bretagna uno dei suoi più convinti sostenitori. Anche l’aiuto dell’Armenia non è del tutto disinteressato: la presenza delle truppe armene nel Karabakh è motivata anche dalla necessità di Yerevan di difendere lo stretto corridoio che porta al confine meridionale con l’Iran. La frontiera iraniana e quella con la Georgia sono gli unici due accessi di terra alla repubblica armena, circondata per il resto dai confini chiusi con Turchia e Azerbaijan. Dal 1992 l’Osce patrocina il gruppo di Minsk, un tavolo di negoziati per la soluzione diplomatica della crisi: finora, però, nessuno è riuscito a sciogliere l’intreccio di nazionalismi e interessi politico-economici che circonda la piccola repubblica indipendentista. Nel Nagorno Karabakh, intanto, la gente prega perché il conflitto non esploda ancora una volta.

La campagna del Karabakh.

A dispetto di tutto ciò, i karabakhi sono gente cordiale: una cena a Stepanakert costa la vita a greggi di montoni e a plotoni di bottiglie di vodka. Le loro facce rimangono impresse nella memoria quando si riprende la via tortuosa verso l’occidente: così come la loro repubblica in miniatura, nascosta tra monti e nebbia, nel cuore dei Balcani d’Oriente.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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