Il grande gioco di Sarkozy

Qualche giorno fa ho pubblicato il reportage su Armenia e Nagorno Karabakh che feci assieme ad Angelo Antolino nel 2010. Quel che non bisognerebbe mai dimenticare nel considerare i difficili equilibri della politica caucasica, e in particolare delle relazioni armeno-turche, è che bisogna sempre tener conto degli interessi delle potenze occidentali nell’area. Il Genocidio armeno è figlio tanto del nazionalismo turco quanto delle mosse spregiudicate compiute da paesi come Francia e Inghilterra nel corso dei secoli. Un atteggiamento, questo, che non è certo passato di moda. Vi propongo a seguire un testo che mi è capitato di scrivere qualche tempo fa sull’iniziativa francese contro il negazionismo del Genocidio.

Sarko con il presidente armeno Serzh Sargsyan.

Un fragile equilibrio.

Il Grande gioco della geopolitica nel Caucaso non si ferma mai. Lo scontro diplomatico esploso nei mesi scorsi fra Francia e Turchia a causa della legge contro il negazionismo del genocidio armeno è un caso esemplare di intreccio fra interessi nazionali, tutela dei diritti umani e rancori che affondano le radici nei secoli.

I fatti si svolgono fra la fine dello scorso anno e l’inizio del 2012. Il 22 dicembre scorso l’assemblea nazionale francese approva una proposta di legge che prevede fino a un anno di prigione e 45mila euro di multa per chi nega la storicità del genocidio armeno del 1915. Ankara, che da sempre rifiuta di accettare la definizione di “genocidio”, risponde cancellando tutti gli incontri diplomatici in programma con i francesi e promette un congelamento delle relazioni in caso di approvazione definitiva della legge. La situazione precipita ulteriormente il mese successivo, il 23 gennaio, quando la proposta di legge ottiene il via libera anche dal senato francese. A quel punto un gruppo di senatori, preoccupati dalle possibili ripercussioni della norma sui rapporti con i turchi, depositano un ricorso al Consiglio costituzionale. Il 28 febbraio il Consiglio bolla la legge come una «minaccia incostituzionale alla libertà d’espressione» e l’abroga. La decisione provoca grande sollievo in Turchia e porta l’allora presidente Nicolas Sarkozy, uno dei primi sostenitori della proposta, ad annunciare la prossima presentazione di un nuovo testo. Intenzione poi vanificata dall’esito delle elezioni di primavera.

Dietro a un episodio apparentemente poco significativo come quello appena descritto si nasconde una chiave utile ad interpretare i rapporti fra Francia, Turchia e Armenia nel quadro dell’espansione dell’Unione europea.

Gli interessi francesi in campo sono molteplici. La Francia è il paese europeo con la comunità di armeni della diaspora più consistente (circa 600mila persone) e, come ha fatto anche il parlamento italiano, ha riconosciuto ufficialmente nel 2001 il genocidio perpetrato ai danni del popolo armeno dalle truppe ottomane nel 1915. Con la legge contro il negazionismo il presidente Sarkozy puntava ad ottenere un doppio risultato. Da un lato sperava di assicurarsi il voto degli armeni di Francia nelle elezioni dei mesi successivi. Dall’altro si aspettava una reazione scomposta da parte dei leader turchi, estremamente sensibili al tema, così da poter portare a Bruxelles ulteriori prove a sfavore dell’adesione di Ankara all’Ue, che Sarkozy ha sempre avversato.

La sfida lanciata dalla Francia ha davvero messo in grave difficoltà il governo dell’Akp, il partito del primo ministro Recep Tayyip Erdogan e del suo machiavellico ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu. Tanto in politica interna quanto verso l’estero la linea dell’Akp è da molti anni improntata a uno stemperamento di alcuni principi capitali della Repubblica kemalista turca, in favore di una maggiore continuità con il passato ottomano (anche se il governo rifiuta l’etichetta del “neottomanesimo”). Ciò si traduce all’interno con la fine del predominio dei militari sul potere politico, una costante nella storia turca repubblicana, e con un allentamento della rigorosa laicità di stato definita dal fondatore Mustafa Kemal Ataturk. Una tendenza che secondo alcuni analisti occidentali corrisponde a un’islamizzazione del paese. Ma la nuova politica dell’Akp comporta anche un venir meno del nazionalismo novecentesco che da decenni connotava i rapporti di Ankara con le proprie minoranze e con i vicini caucasici e balcanici. Una processo che ha prodotto, ad esempio, un graduale miglioramento nelle condizioni di vita della minoranza curda.

Nei confronti degli armeni, però, il governo turco mantiene una posizione più in linea con i suoi predecessori. I motivi sono principalmente due. Il primo è il genocidio: il Metz Yeghern (“Grande massacro” in armeno) avvenne negli ultimi anni dell’Impero ottomano, in piena guerra mondiale, ma fu opera dei nazionalisti Giovani turchi, precursori della Repubblica di Ataturk. Ammettere che quel governo ha messo in atto uno sterminio per creare una Turchia etnicamente “pura”, significherebbe gettare un’ombra sull’uomo che pochi anni dopo avrebbe fondato la Repubblica. Sebbene l’Akp stia riducendo il culto della personalità che circonda Kemal in Turchia, comunque non potrebbe violare questo tabù.

Il secondo punto di frizione è il rapporto fra Armenia e Azerbaijan. Dai tempi del conflitto del 1992-1994 per la repubblica indipendentista del Nagorno-Karabakh fra Baku e Yerevan vige uno stato di conflitto permanente a bassa intensità. L’esercito armeno occupa un’ampia buffer zone di territorio azero attorno al Nagorno-Karabakh: in uno scenario disseminato di rovine e trincee, i cecchini delle due parti si scambiano colpi ogni giorno da quasi vent’anni.

Gli azeri, popolo di etnia turca e fede sciita, sono il principale alleato di Ankara nel Caucaso: i turchi hanno chiarito più volte che non arriveranno mai a una normalizzazione dei rapporti con l’Armenia fino a quando la questione del Karabakh non sarà risolta.

Una lettura globale degli effetti della proposta di legge francese sul genocidio armeno deve tenere conto del contesto intricato in cui si colloca. Se la Francia provoca la Turchia su un tema tanto delicato, le ripercussioni si estendono a tutta l’area, rinnovando le tensioni fra Yerevan e Ankara. L’Azerbaijan, forte di un esercito rinnovato grazie agli introiti della sua politica energetica, da anni minaccia Yerevan di riprendersi il Nagorno Karabakh con le armi. Il governo dell’Akp si propone come un fattore di equilibrio nell’area, ma una grave crisi con l’Armenia potrebbe portarlo a schierarsi con più decisione a favore dei “fratelli” azeri. Guerra e genocidio sono termini che nella politica caucasica non possono mai venir riferiti soltanto al passato.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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