Il saggio d’America

Gore Vidal è morto stamattina. Era uno dei più grandi scrittori del nostro tempo. Lo ricorderò recuperando la breve recensione che scrissi su uno dei suoi capolavori, Creazione.

Il mondo visto da Est.

Sono cieco. Ma non sordo. Poiché dunque la mia disgrazia non è completa, ieri mi è toccato ascoltare per quasi sei ore un sedicente storico, il quale ci ha offerto un resoconto così assurdo di quelle che gli ateniesi chiamano “guerre persiane”, che se solo fossi stato un po’ meno vecchio e un po’ più influente mi sarei alzato dal mio scranno all’Odeon e gli avrei risposto per le rime, scandalizzando tutta la città. Perché io so qual è l’origine delle guerre greche. Ma lui no. E come potrebbe, del resto? Nessuno greco potrebbe. Io ho passato quasi tutta la vita alla corte di Persia e ancora oggi, a settantacinque anni, continuo a servire il Gran Re come feci con suo padre Serse – il mio amico adorato – e prima ancora col padre di lui, un vero eroe, noto anche tra i greci come Dario il Grande.

Così ha inizio Creazione di Gore Vidal, uno dei libri più belli che abbia mai letto. Forse il più bello. L’altro giorno, tanto per aver qualcosa da sfogliare a colazione, l’ho estratto nuovamente dalla libreria: per la terza volta sono stato inesorabilmente trascinato nel vortice della vita dell’ambasciatore del Gran Re ad Atene, Ciro Spitama.

Il vecchio Ciro, ormai cieco e amareggiato dall’esser stato relegato dal successore di Serse in una sede così lontana dal cuore dell’Impero, spende i suoi ultimi giorni dettando al nipote Democrito le memorie della sua lunga esistenza. Nipote di Zoroastro il profeta, Ciro ha assistito alla parabola di ben tre sovrani di Persia. Per loro conto, ha viaggiato come ambasciatore in terre che gli abitanti delle piccole città greche sono abituati a considerare leggenda, e ancora più in là.

Accompagnando il lettore con l’ironia caustica e l’occhio penetrante di un vecchio persiano, Vidal usa la vita dell’immaginario nipote di Zoroastro per andare alla scoperta di ciò che accadeva nel mondo mentre quella che noi consideriamo la nostra civiltà vedeva i suoi albori.

L’incipit del romanzo, in cui il vecchio spende parole altezzose per le lungaggini di Erodoto nell’Odeon, fornisce una delle principali chiavi di lettura del libro. Erodoto è palesemente l’interlocutore principale di Creazione: lo storico di Alicarnasso, al cui occhio etnografico Ryszard Kapuściński ha dedicato il suo bellissimo In viaggio con Erodoto, ha creato con i suoi viaggi e ricerche interminabili la nostra immagine del mondo antico. Lo sguardo delle Storie, così curioso e al contempo (e anzi forse proprio per questo) così greco, ha forgiato un’idea della storia dalla quale non ci siamo più liberati: che sia stata una scelta consapevole o un’inevitabile conseguenza biografica dell’autore, Erodoto racconta un mondo il cui culmine sono le vicende delle città della Grecia e la sconfitta da parte loro delle immense armate del Re di Persia. Un testimone preziosissimo il cui sguardo è, necessariamente, periferico.

Invece, quasi a fare da contraltare alle Storie, Creazione di Vidal ripercorre quegli eventi guardandoli dal punto di vista della Persia, dell’impero smisurato per il quale le guerre greche furono poco più che una nota a piè di pagina e la battaglia delle Termopili un banale episodio bellico sulla strada che portò alla distruzione di Atene.

Democrito pensa che Atene sia meravigliosa. Il fatto è, figliolo, che non hai visto il resto del mondo. Spero che un giorno potrai viaggiare e andare oltre la tua grecità. Democrito è con me da tre mesi. Cerco di educarlo. E lui di educare me. Ma siamo d’accordo che quando morirò – tra non molto, credo – dovrà andarsene a est. Per adesso è ancora troppo greco, anzi troppo ateniese. Scrivi, scrivi, Democrito.

Creazione allarga poi il suo respiro seguendo Ciro Spitama alla scoperta delle terre a oriente della Persia: come il vecchio ambasciatore sottolinea più volte, è nell’est che il Gran Re vedeva il suo futuro. Mentre Atene, giubilante e provinciale, assiste ai suoi meschini scontri tra fazioni, il nipote di Zoroastro esplora con il fare baldanzoso dell’emissario della superpotenza mondiale gli scenari grandiosi e bizzarri dell’antica India.

Fino a poco tempo fa, nella piana del Gange, il nome della Persia era sconosciuto. Poiché nel giovane regno di Magadha mancano buone università, i giovani più promettenti vengono mandati a studiare a Varanasi o a Taxila. Naturalmente, essendo più lontana, Taxila viene preferita a Varanasi, perché i giovani vogliono sempre allontanarsi da casa il più possibile. Così a Taxila, i giovani del Magadha non solo studiano il potere della Persia, ma fanno anche conoscenza con i persiani della ventesima satrapia. Nel palazzo vicereale fummo ricevuti dal viceré di Varanasi. Per quanto fosse scuro come un dravidico, apparteneva alla classe guerriera aria. Al mio arrivo, fece un profondo inchino. Mentre pronunciavo il discorso di circostanza, mi accorsi che tremava come un salice nella tormenta. Era chiaramente atterrito e la cosa mi gratificò enormemente. Lascia che temano Dario, pensai, nonché il suo ambasciatore.

L’ambasciatore parla con i saggi indiani e conosce il gelido Budda. Più a est ancora, nella terra che ancora non si chiama Cina, apprende gli insegnamenti del più saggio degli uomini, Confucio. Ironicamente condannato ad essere il nipote di un grande profeta, Ciro Spitama viaggia in terre lontane ossessionato dalla domanda che costituisce il secondo filo conduttore e motivo del titolo del libro: qual è il senso della Creazione?

Il risultato è un capolavoro assoluto, a mio parere il libro migliore di Vidal (anche se è una dura sfida). Lo reputo superiore anche all’eccelso Giuliano, per l’ampiezza della visione e per il capovolgimento che diede ai miei punti di vista la prima volta che lo lessi. Una rivoluzione copernicana che, per fortuna, non mi ha più abbandonato.

Attraversammo giungle dove interi stormi di pappagalli colorati gridavano a più non posso e leoni senza criniera fuggivano al nostro passaggio. Una volta, alzando gli occhi, vidi una tigre accovacciata sul ramo di un albero. La guardai e lei rispose al mio sguardo, coi suoi occhi gialli come il sole. Mi spaventai a morte. Anche lei, credo, perché scomparve nel cuore umido e oscuro della foresta come un miraggio, o un sogno a occhi aperti.

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Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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