Armenia 2010

Pubblico oggi un servizio che realizzai nel 2010 assieme al fotografo Angelo Antolino, con il sostegno indispensabile di European Friends of Armenia. Parla del difficile quadro dei rapporti fra Armenia, Turchia e Azerbaijan. Duro constatare come dopo due anni le cose non siano cambiate di molto. Seguendo questo link trovate il servizio fotografico realizzato da Antolino.

Armenia – La pace in sospeso.

Djivan ha l’aspetto coriaceo di un anziano montanaro, ma i suoi occhi si accendono di gioia quando apre le porte della sua casa ai viaggiatori che attraversano il villaggio. «Questa è la casa di due eroi di guerra», avverte mentre attraversa il giardino. Due dei quattro figli di Djivan sono morti nella guerra che dal 1991 al 1994 vide l’Azerbaijan e l’Armenia scontrarsi sulle montagne del Nagorno Karabakh, un’enclave armena in territorio azero. «Per questo li chiamiamo eroi», spiega versando ai suoi ospiti un bicchiere di grappa fatta in casa, «perché solo chi è morto in guerra è un eroe». Djivan ricorda perfettamente quando, nel 1992, l’esercito azero occupò il villaggio e tutti gli uomini dovettero imbracciare il fucile per combattere «i turchi». «Mio figlio è morto laggiù», dice indicando un boschetto al centro della vallata, «ed è là che voglio costruire la mia nuova casa».

In epoca sovietica il Nagorno Karabakh era una provincia della repubblica socialista dell’Azerbaijan, abitata da un’ampia maggioranza armena: la Perestrojka di Gorbaciov e il successivo collasso dell’Urss portarono i karabakhi a cercare maggiore autonomia e, all’inizio degli anni Novanta, a dichiararsi indipendenti. Questo diede il via a un conflitto in cui l’Azerbaijan, nel tentativo di recuperare i territori perduti, affrontò i karabakhi e formazioni di volontari armeni, intervenuti in soccorso della piccola repubblica gemella. La guerra durò 1991 al 1994 causando oltre 30mila morti: mentre gli occhi del mondo erano puntati sui Balcani, nel Caucaso centinaia di migliaia di profughi azeri e armeni erano costretti ad abbandonare le loro case per sfuggire alla guerra.

Tensione sulla prima linea.

Oggi, a poche decine di chilometri dal villaggio di Djivan, l’esercito armeno è nuovamente in fermento. Le tracce lasciate dai cingoli dei carri armati disegnano bizzarre geometrie sui prati verdi del Karabakh. Soldati appena diciottenni, con indosso divise di taglio sovietico, scavano trincee chilometriche in previsione della guerra prossima ventura. Si preparano a difendere la cosiddetta buffer zone, un’ampia fetta di territorio azero che gli armeni occuparono alla fine della guerra per proteggere il Karabakh dai colpi dell’artiglieria nemica. Dalla firma della tregua nel 1994 alla fine del 2009 gli scontri sulla linea di contatto tra i due eserciti si sono limitati a sporadici colpi di cecchini e a scaramucce di confine. Ma da quando la Turchia, storica alleata di Baku, ha iniziato a pretendere la restituzione del Karabakh all’Azerbaijan come precondizione necessaria alla normalizzazione dei rapporti tra Ankara e Yerevan, la tensione ha ricominciato a salire.

La linea del fronte si stende dove le montagne del Karabakh declinano e comincia la distesa dell’Azerbaijan. I soldati armeni guardano con preoccupazione all’orizzonte piatto, oltre il quale i loro coetanei azeri sono impegnati in analoghe manovre militari. Il Caucaso rischia di avere presto molti «eroi», come i figli di Djivan.

La pace in sospeso.

La firma dei protocolli per l’apertura delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia, avvenuta a Zurigo il 10 ottobre 2009, ha segnato secondo molti osservatori l’inizio di una nuova era per il Caucaso meridionale, dopo cento anni di relazioni difficili e spesso violente. Nel 1993 la Turchia chiuse il unilateralmente il confine con l’Armenia in segno di solidarietà verso gli azeri, che con i turchi condividono lingua e tradizioni. Il riavvicinamento bilaterale, iniziato due anni fa grazie alla mediazione della Svizzera, è un segnale importante per tutta la regione: in caso di successo si tratterebbe della prima disputa tra paesi caucasici risolto con mezzi diplomatici.

Dopo la firma di Zurigo, però, il processo pare aver subito una battuta d’arresto. La ratifica da parte dei due parlamenti tarda ad arrivare: già pochi giorni dopo l’incontro, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che il parlamento di Ankara non avrebbe mai ratificato i protocolli senza un «significativo progresso» sul fronte del Karabakh. Parole a cui il governo di Baku ha fatto eco alzando la tensione diplomatica e militare con l’Armenia, minacciando di riprendersi i territori contesi con la forza. Secondo il viceministro degli esteri armeno Arman Kirakossian, uno dei padri dei protocolli, il riavvicinamento turco-armeno e il problema del Karabakh vanno tenuti distinti: «La soluzione al problema del Karabakh è affidata a un apposito negoziato Osce, il Gruppo di Minsk, in cui Armeni e Azeri trattano direttamente», puntualizza. «I protocolli, invece, riguardano soltanto Armenia e Turchia: il loro presupposto è che l’apertura delle relazioni avvenga senza precondizioni». Sebbene l’apertura del confine con la Turchia possa avere un influsso positivo anche sulle relazioni con l’Azerbaijan, denunciano gli armeni, la scelta turca di vincolare i negoziati rischia di mandarli a monte entrambi. In sede Osce l’Armenia ha già garantito la sua disponibilità a ritirarsi dalla buffer zone, una volta garantita la sicurezza del Karabakh: l’introduzione dello stesso problema all’interno dei protocolli di riconoscimento suona a Yerevan come un deliberato tentativo turco di ritardare il processo.

Un nuovo quadro energetico.

Dal suo ufficio nel palazzo del governo, il primo ministro armeno Tigran Sargsyan osserva lo scorrere continuo del traffico della capitale, una delle più vitali del Caucaso. Sargsyan commenta con disincanto le posizioni di Ankara: «La diplomazia turca è estremamente orientale, bizantina: affermano una cosa, ne fanno un’altra, e al contempo pensano a una terza. Noi siamo un piccolo paese, e non possiamo reggere a lungo simili giochi diplomatici», afferma, «perciò la nostra posizione è chiara: vogliamo aprire le relazioni con la Turchia a dispetto di tutti i nostri problemi. In questo abbiamo il sostegno concorde degli Usa, della Russia e dell’Unione Europea: ed è anche per questo, credo, che alla fine raggiungeremo il risultato che ci siamo prefissi». Secondo il governo di Yerevan la ratifica dei protocolli libererebbe l’Armenia dalle pastoie di un confine militarizzato e darebbe alla Turchia un ruolo di equilibratore economico, sociale e politico in tutta la regione.

La semplificazione del mosaico caucasico trova a Washington, Bruxelles e Mosca dei ferventi sostenitori: i protocolli di Zurigo sono stati firmati sotto gli sguardi compiaciuti dei ministri degli esteri Hillary Clinton, Sergej Lavrov e del francese Bernard Kouchner. «E’ una questione di sicurezza energetica: l’Unione Europea desidera diversificare le sue rotte energetiche, senza appoggiarsi a un unico fornitore», spiega il primo ministro. «Dal canto suo la Russia non vuole che le sue esportazioni dipendano dall’agenda politica dei paesi di transito dei gasdotti: per questo cerca di aggirarli a sud e a nord per arrivare direttamente al mercato europeo».

Gli Stati Uniti, invece, vedono nell’Armenia un interlocutore chiave collocato al centro del Caucaso, ai confini con l’Iran. Per secoli le grandi potenze hanno considerato il Caucaso una scacchiera del Grande Gioco per il dominio dell’Asia: per la prima volta i protocolli armeno-turchi le trovano concordi nella volontà di smorzare le tensioni. Il nuovo quadro geopolitico ed energetico, secondo Sargsyan, avrebbe effetti benefici anche sulle relazioni con Baku: «L’Azerbaijan ambisce a un accesso diretto all’Eu per il suo petrolio. Al momento questo accesso è dato dall’oleodotto Baku- Tblisi-Ceyhan: sarebbe più logico dal punto di vista economico e strutturale se un oleodotto azero attraversasse l’Armenia. Inoltre l’interconnessione che verrebbe a crearsi tra i nostri paesi stabilizzerebbe politicamente la regione».

Ne è convinto anche Sargis Ghazaryan, ricercatore di European Friends of Armenia, una ong che si incarica di creare ponti tra Bruxelles e l’Armenia: «L’energia potrebbe avere nel Caucaso il ruolo equilibratore che l’acciaio e il carbone ebbero nell’Europa del secondo dopoguerra».

Come il Kosovo.

A Stepanakert, la capitale da 15mila abitanti della repubblica karabakha, i negoziati armeno-turchi sono seguiti con apprensione. Più i parlamenti ritardano la ratifica, maggiore è il rischio che Baku cerchi di chiudere la partita del Karabakh con la forza. «Conosciamo la guerra, perciò vogliamo la pace», dice il presidente della camera karabakho Ashot Ghoulian, «d’altra parte anche gli azeri dovrebbero aver imparato qualcosa dal passato». Al momento l’Armenia fa le veci del Karabakh ai negoziati del Gruppo di Minsk, dove tratta direttamente con gli azeri. «Questo avviene perché l’Azerbaijan non ci riconosce come interlocutore. Ma noi siamo pronti al riconoscimento internazionale, abbiamo adeguato la nostra democrazia agli standard europei: se il momento è arrivato per il Kosovo, arriverà anche per noi». Secondo Ghoulian i negoziati armeno-turchi non sono la sede in cui discutere il destino del Karabakh: «Ciò non toglie che l’apertura dei confini sarebbe un segnale importante», afferma. «L’obiettivo di lungo periodo deve essere un Caucaso di confini aperti, ispirato al modello di Schengen, in cui il Karabakh potrebbe inserirsi a somiglianza di paesi europei come l’Andorra o il Lichtenstein».

Di certo il riconoscimento, quando arriverà, sarà soltanto un primo passo verso la soluzione dei problemi del Karabakh. Gli episodi di pulizia etnica e le espulsioni di massa della guerra del 1991-1994 hanno creato centinaia di migliaia di profughi: secondo fonti vicine a Baku, sono 600mila gli azeri che dovettero lasciare le loro case in Armenia, nel Karabakh e nella buffer zone, ora ridotta a una desolata distesa di rovine. Secondo gli armeni sono invece 350mila i profughi che dalla fine degli anni Ottanta ripararono in Armenia per sfuggire ai pogrom. Di questi circa 36mila vivono oggi nel Nagorno Karabakh. Julia e suo figlio sono tra questi: dagli anni ’90 vivono in un appartamento umile ma decoroso a Shusha, un cittadina karabakha: «Ho perso tutto a causa della guerra, ho dovuto lasciare la mia vita in Azerbaijan e venire qui», racconta, «ora credo che l’unica soluzione sia spezzare la catena dell’odio e cercare la pace».

Nazionalismi e Genocidio.

Come in un quadro di Hieronymus Bosch, l’affresco del Caucaso odierno è ancora percorso da antichi mostri. Il Genocidio del 1915 getta la sua ombra sui progressi delle relazioni turco-armene: i turchi non hanno mai riconosciuto il Genocidio, e la scelta del governo armeno di aprire le relazioni con Ankara, senza imporre il riconoscimento come condizione, ha causato molto scontento all’interno della Diaspora armena, una comunità internazionale di sei milioni di persone a fronte dei tre milioni di abitanti della repubblica armena. Per millenni l’identità armena si è poggiata su due pilastri: il primo è la religione cristiana, che il regno d’Armenia come religione di stato nel 301d.C. Il secondo è la lingua, che con la creazione dell’alfabeto armeno da parte del monaco Mesrop Mashtots nel 405d.C. diede vita a una fiorente letteratura. Il Genocidio ha dato all’identità armena un nuovo e doloroso fattore di unità, che non tutti, soprattutto nella comunità della Diaspora, sono disposti a mettere da parte in nome di un riavvicinamento diplomatico.

Per il governo turco i riconoscimenti internazionali, sempre più numerosi, che vengono tributati al Genocidio sono una spina nel fianco: sebbene si sia consumato sotto il governo ottomano dei Giovani Turchi, l’idea di creare un’Anatolia etnicamente pura ha radici comuni con il nazionalismo di Mustafa Kemal, fondatore dell’odierna repubblica turca. Secondo gli osservatori più accreditati il presidente americano Barack Obama potrebbe utilizzare la temuta “parola G” in occasione del suo discorso per l’anniversario del Genocidio, il 24 aprile, se i protocolli non saranno stati ratificati dal parlamento turco entro quella data.

Harutyun Khachatryan è uno dei più importanti registi armeni contemporanei: organizzatore del Golden Apricoat Film Festival, gli “Oscar del Caucaso”, conosce e collabora con registi turchi e azeri. Nel 2009 ha girato “Sahman – Il Confine”, storia di un villaggio situato a ridosso di un anonimo confine caucasico. «Il problema della nostra regione è il nazionalismo», dice il regista sorseggiando del vino rosso, molto apprezzato dagli armeni, in un ristorante italiano di Yerevan. «I nazionalisti sono tutti uguali: armeni, turchi, azeri, georgiani, russi… non c’è differenza. Sono tutti mossi dalla paura e dalla debolezza». Secondo Khachatryan l’apertura dei confini è l’unico antidoto al veleno del nazionalismo: «I nazionalisti temono quel che succederà quando le nostre società potranno incontrarsi. Altri temevano quel che sarebbe successo una volta caduto il Muro di Berlino: la storia ha dimostrato che si sbagliavano».

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Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
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