Transbalcanica 2012. Parte I: Istanbul

Nelle scorse settimane ho attraversato i Balcani via terra, solo pullman, treno e automobile. Punto di partenza Istanbul, punto d’arrivo Trieste. Durante il viaggio ho raccolto alcuni appunti (un po’ disordinati) che mi paiono adatti ad inaugurare il mio nuovo blog. Questa è la prima puntata, dedicata a una delle due più grandi città del Mediterraneo.

Istanbul 11 luglio 2012.

Galata.

Certe storie riprendono sempre da dove si erano interrotte. Appena uscito dall’enorme aeroporto Atatürk di Istabul monto su un taxi, diretto al Grande hotel Londra di Beyoğlu, nel vecchio quartiere europeo. Il tassista subito mi chiede: «Are you arab?». Welcome back in 2007: cinque anni fa, tornando in aeroporto dopo un lungo viaggio, ebbi una lunga disputa con un tassista sull’opportunità o meno del portare la barba lunga e su quanto io sembri un abitante della penisola arabica. Si vede che non sono molto cambiato. E pensare che stavolta mi ero tagliato la barba apposta.

Lungo la via che mi porta verso il centro città guardo gli abitanti delle periferie prendere il sole sui prati schiacciati fra il mare e le automobili. Le strade, decorate con aiuole e piccoli parchi, sono più curate rispetto alla prima volta in cui passai di qui nel 2005. Immutabile, invece, il colpo d’occhio sul mar di Marmara: una flotta sterminata di navi cargo attende il suo turno per entrare in porto o per passare gli stretti. Fortuna e maledizione dell’insuperabile collocazione geografica di Costantinopoli.

Durante il tragitto assisto a due tamponamenti e ho il tempo di stringere un piccolo gemellaggio Galatasaray-Juventus con il tassista. A quanto pare il nome della squadra va pronunciato con la stessa enfasi di “Sua altezza imperiale”. Non trovo il coraggio di confessargli la mia segreta simpatia per il Beşiktaş, l’unica squadra con tifoseria non nazionalista di Istanbul.

Infine arrivo all’hotel, una struttura vittoriana a due passi dalla Istiklal Caddesi, la vecchia Grand Rue de Pera. Le stanze sono spartane ma dignitose. Gli spazi comuni invece sono strepitosi, usciti diritti da un romanzetto di Agatha Christie, e all’ultimo piano c’è un bar con terrazza sul Corno d’Oro. Non potevo chiedere di meglio.

In serata incontrerò V., conoscente italiana di un mio caro amico curdo che vive a Parigi (è un po’ intricato, lo so, ma è una vecchia storia). Poco fa, girando per Beyoğlu, sono stato vittima della tendenza dei baristi turchi a portarti subito un’altra birra quando hai finito la tua. Sono a stomaco vuoto, ora mi farò una Coca al bar dell’hotel per recuperare, ché presentarsi brilli a un incontro con una persona sconosciuta non è il massimo.

I muezzin cantano all’unisono per 15 milioni di abitanti. Si prova un particolare senso di straniamento a stare in una metropoli straniera punteggiata di luoghi familiari.

Il giardino della Moschea Blu.

Istanbul 12 luglio 2012.

Alla fine ieri sera non ero poi così sbronzo. Ho cenato con V. in un ristorante circasso a due passi dall’hotel. In un angolo del locale banchettavano tre omoni con la barba lunga e la coda, avvolti in vesti scure alla caviglia. Secondo il barista erano dei rabbini, io non escluderei che fossero dei pope.

V. è una simpatica toscanaccia con radici in Meridione. Vive in una zona di Beyoğlu che un tempo era popolata dalle minoranze caucasiche, dai pochi neri di Istanbul e da persone ai margini della società, come la comunità omosessuale e i trans. Ora, mi spiega, lo stato sta sfrattando i reietti per gentrificare il quartiere (composto in buona parte da case storiche) e farlo diventare una zona di uffici, turismo e abitazioni della borghesia bene. V. è a Istanbul perché sta facendo un dottorato europeo sulla satira in Turchia al tempo del regime militare. La serata con lei è stata lunga e interessante. S’è parlato di viaggi, della guerra in Siria, di una coppia di vecchi levantini che vivono in un appartamento nel complesso della chiesa cattolica di Pera. I levantini sono ormai pochi e molto anziani, mi dice, ma hanno storie meravigliose da raccontare.

Chiudiamo la serata al Peyote, il locale dove nel 2008 vidi un concerto dei Replikas, strepitoso gruppo “anadolu rock”. All’ultimo piano c’è una terrazza alquanto affollata dove la gente cambia continuamente di tavolo cercando di conquistarne uno in cui batta un po’ di vento. Uscendo ascoltiamo una parte di concerto di un trio rock davvero potente. La batterista è donna, stupenda. Questo popolo ha davvero una grande passione per i chitarroni: negli ultimi anni diverse band (Replikas in testa) hanno ridato vita al vecchio rock anatolico, una corrente musicale che negli anni ’70 grazie a personaggi come Cem Karaca e i Moğollar sposò i ritmi elettrici occidentali alle sonorità della musica tradizionale dell’Asia minore. Sono poco conosciuti all’estero, ma per qualità e originalità del suono questi gruppi non hanno nulla da invidiare ai loro omologhi britannici o statunitensi.

Stamattina mi son alzato tardi e sono andato a caccia del biglietto del pullman per Tessalonica. Ho provato un certo imbarazzo a girare in Turchia chiedendo biglietti per la Grecia. Inizialmente l’operatore della compagnia che mi ha fatto il biglietto manco mi guardava in faccia, poi ha visto la carta d’identità italiana e si è illuminato. Se non passo per arabo passo per greco. Per qualche ragione a me oscura, però, i compatrioti italici sono molto amati in questo paese. Forse perché ancora non li conoscono bene.

Istanbul 14 luglio 2012.

Giovedì, dopo aver acquistato i biglietti, ho trascorso un pomeriggio tranquillo passeggiando nei vicoli del quartiere che dalla Istiklal Caddesi scende sulle rive del Bosforo. A sera sono andato a cena in un locale con clientela molto popolare (niente birre), dove in quanto unico straniero sono stato servito come un principe.

Prima di andare a dormire mi son fatto una passeggiata sulla Istiklal. Un tizio, probabilmente un cacciatore di arabi sprovveduti, si è avvicinato e mi ha detto: «Are you from Libya, hah?». Poi mi ha chiesto se avevo un club dove andare. L’ho liquidato dicendo che sarei andato a dormire.

Rispetto alle mie precedenti visite a Costantinopoli è aumentato di molto il numero dei turisti provenienti dalla penisola arabica. Donne coperte di nero con le mani decorate di henné, uomini barbuti avvolti in teli bianchi o in abiti di marca. Pare che esistano capi di vestiario appositi per arabi con il marchio sovradimensionato. Stamane ho visto un tizio con la barba da profeta che indossava una Lacoste il cui coccodrillo era quasi in scala 1:1. Molto danarosi, i turisti arabi fanno la fortuna di quegli hotel enormi e pacchiani in cui gli europei non vanno più perché non è abbastanza “chic”.

Ieri sono andato in pellegrinaggio a Santa Sofia. Ho traversato la città e il Corno d’Oro sotto un sole micidiale (gettando il solito sguardo perplesso ai pescatori che dal ponte di Galata fanno strage di sarde gusto “petroliera ucraina”). Lungo il tragitto ho dovuto fare una pausa di venti minuti nel cortile di una moschea per non evaporare. E’ incredibile il silenzio che delimita questi spazi chiusi e incastonati nel mezzo di una delle città più chiassose del mondo.

Infine sono arrivato al Tempio dei templi. Mustafa Kemal non ha reso un bel servizio a Santa Sofia trasformandola in un museo. Fosse rimasta un luogo di culto (magari per tutte e tre le religioni abramitiche) si sarebbe risparmiata il contorno di di urla sguaiate e mandrie foto-dipendenti che oggi ammorbano l’aria sotto alle cupole immense e leggerissime, ai mosaici che, in silenzio, ancor oggi aprono un passaggio verso altri mondi.

Che lo spirito di un luogo non dipenda soltanto dall’uso che l’uomo ne fa in quel momento è comunque di conforto. L’architettura metafisica dei romani d’Oriente è in grado di resistere alle peggiori storture del turismo di massa. Seduto per un’ora in una nicchia laterale, la schiena poggiata sul marmo, sono quasi riuscito a zittire il cicalìo del branco attorno («Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere», recita il punto 7 del Tractatus logicus-philosophicus).

Il Tempio dei templi.

Ieri sera abbiamo cenato con V. a Cihangir, una zona nei pressi di Taksim (la principale piazza della metropoli), in un ristorante in cui mi hanno servito un Iskender Kebap eccezionale. E’ il mio piatto turco preferito: una montagna di kebap servita su un letto di pasta di pane e salsa di pomodoro, il tutto servito con yogurt e verdure.

A Cihangir, mi diceva V., si stanno trasferendo molti bohemienne tedeschi (qui li chiamano «i Telefunken») che, non contrattando i prezzi, stanno portando a un generale innalzamento degli affitti. Poi ci siam bevuti una bella birra un locale con terrazza in cima a un vecchio palazzo. Dall’altro lato della strada si vedevano i palazzi fantasma del vecchio quartiere popolare, svuotati di mobili e abitanti e pronti alla gentrificazione. La speculazione edilizia è un male endemico del Mediterraneo.

Oggi è il mio ultimo giorno a Costantinopoli. Lo so che è un cliché orientalista, ma il cielo di questa città è azzurro e oro. In questo momento, mentre siedo in un caffè non lontano dalla torre di Galata (maestosa vecchia gloria genovese), è esattamente così. Al tramonto, quando il sole scende dietro alla città vecchia, diventa rosso e grigio, pieno di smog. Nei rari giorni liberi dalla foschia, invece, assume tonalità barocche che ricordano i cieli e le chiese della città gemella, Roma. Di cieli e chiese di Mosca, Terza Roma, ancora non so.

E’ un cielo abitato da gabbiani, rondini, rondoni. Un passo sotto le loro traiettorie si incontrano le punte dei minareti e dei grattacieli, sormontati da maxischermi e bar alla moda, e le cupole delle moschee.

Più in basso, lontano dall’aria rarefatta delle vette, si stende il labirinto precario dei tetti che un’urbanizzazione abusiva, medievale nello spirito ma contemporanea nel prevalere del cemento, ha accumulato sulle spalle della città storica. Un formicaio grigio e metallo punteggiato di finestre provvisorie e terrazze che poggia sulle facciate europee dei palazzi antichi. Ogni tanto, qua e là, lo scheletro di carta velina di una casa ottomana in legno, troppo fragile per reggere il peso di un piano aggiuntivo.

Sul selciato di granito e asfalto delle strade si affacciano i negozi, ognuno con la sua insegna al neon. Sotto la crosta della strada, intersecati con tunnel e fognature, gli strati accumulati nei secoli della vecchia Costantinopoli. Cripte, cisterne, passaggi segreti. Chissà quanti ancora sigillati.

Questo strato di carne urbana, compreso fra le rondini e le catacombe, ricopre tutte le alture e le valli, attornia i bracci di mare che compongono Istanbul. In alcuni punti la carne della città è strappata, ferita: emergono allora dal basso le vecchie ossa delle epoche passate.

Sull’immensa cassa toracica di Santa Sofia sono cresciuti i licheni dei tempi successivi, minareti o biglietterie, ma niente può scalfire il cuore millenario, esposto al sole, di Bisanzio.

Tramonto su Istanbul.

Annunci

Informazioni su giovannitomasin

Giornalista professionista, scrivo abitualmente per il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Archeologo di formazione, ho una passione inestirpabile per tutto ciò che è Mediterraneo.
Questa voce è stata pubblicata in Viaggi e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Transbalcanica 2012. Parte I: Istanbul

  1. giovannitomasin ha detto:

    Non tutte le parole turche sono traslitterate correttamente, ma non avevo tanta voglia di cercare i caratteri. Maledetta pigrizia.

  2. Pingback: Rivolta a Taksim | Terra e Mare

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...