L’avvelenata nel 2017

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Pubblicato sul sito dell’associazione Apertamente un mio scritto nervosetto sul fenomeno trumpista e la sinistra europea.

Non mi si prenda per pazzo, per carità. Ma ero tra quelli che, come Slavoj Žižek, supponevano che una vittoria di Donald Trump alle elezioni americane sarebbe stata l’opzione più auspicabile. Dopo un’osservazione del genere, è d’obbligo fornire rassicurazioni (parziali, va da sé, quando uno la spara grossa ogni cura è cosmetica): rigetto le ingenuità di tanta sinistra europea, segretamente innamorata del miliardario arancione, per cui «fra lui e Clinton cambia poco, faranno la stessa politica».  Mi era chiaro fin dal principio che una presidenza Trump si sarebbe orientata in tutt’altra direzione rispetto alla sua sfidante: una politica estera schizofrenica, preminenza del sistema America sul sistema mondo in ambito economico, politiche fortemente reazionarie sul fronte interno.

Prosegue qui.

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Così parla Zarathustra.

Sull’Espresso in edicola ancora per poche ore c’è il reportage che ho realizzato assieme al fotografo Pietro Masturzo sulla comunità zoroastriana a Yazd, Iran. Recuperatelo in extremis!

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«Il fuoco davanti a noi proietta un’ombra alle nostre spalle. Così noi procediamo verso la luce abbandonando la tenebra». È una fredda mattina di novembre a Tehran, l’anziano fissa negli occhi i visitatori europei mentre parla. Vuole esser certo abbiano afferrato ciò di cui parlò Zarathustra, il suo profeta. «Non dovrei nemmeno star parlando con voi, qui siamo nella Repubblica islamica e ci sono delle regole da seguire». Poi saluta educatamente ed entra nel tempio del fuoco chiudendo il portale di legno.

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Gli innocenti di Aleppo e Mosul – Intervista a Marzio Babille

Questa è la versione integrale dell’intervista, pubblicata da Il Piccolo a fine dicembre, che ho fatto al dottor Marzio Babille, Advisor del ministero degli Esteri in Iraq.

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Aleppo e Mosul, due battaglie assurte a simbolo e raccontate con enfasi e chiavi di lettura molto diverse. Marzio Babille è un medico triestino, da decenni lavora in aree di crisi e guerra. Oggi è Advisor del ministero degli Esteri in Iraq. Il suo compito «è proporre al governo interventi strategici e metodologie di lavoro per la stabilizzazione delle aree liberate dall’Isis». In questo scenario ha una sola certezza: «Bisogna applicare il diritto umanitario internazionale e proteggere i civili. Riconoscere gli innocenti, anche se talvolta sono difficili da individuare. E aiutarli».

Cosa succede in Iraq?

Il quadro è complesso per la molteplicità degli attori, ognuno espressione di parti politiche diverse. Nella liberazione di Mosul, iniziata il 17 ottobre, abbiamo l’esercito federale iracheno proveniente da sud, molto rallentato nelle operazioni, i peshmerga curdi da nord e da est che hanno liberato le aree loro assegnate, ed a ovest le milizie sciite, le cui violazioni dei diritti umani nei confronti dei civili sunniti sono già state oggetto di severe critiche internazionali dopo la liberazione di Falluja. Infine, l’appoggio decisivo dei bombardamenti della coalizione a guida Usa.

I risultati militari?

Circa il 60% del territorio preso da Isis nel 2014 è stato liberato, con un bilancio di vittime indefinito ma enorme.

Quindi l’Isis sta per essere sconfitto?

Sul piano militare non si può essere ottimisti se non ci sarà una liberazione simultanea, o quasi, di Mosul in Iraq e Raqqa in Siria, roccaforti militari ma anche politico-economiche. Chi pensa di fare il gioco in due tempi sbaglia perché aumenteranno le gravi conseguenze per la popolazione locale e i rischi per il quadro internazionale.

A Mosul a che punto siamo?

L’esercito terrorista è in grande difficoltà, ha perso uomini, armamenti, trasporti, approvvigionamenti. E soprattutto i pozzi petroliferi. L’Isis continua però a combattere una guerra ben organizzata, senza quartiere: un vasto sistema di tunnel sotterranei equipaggiati per lunga resistenza, attentatori suicidi, mine, attacchi mirati con mortai, cecchini. Sono elementi che ritardano considerevolmente le operazioni delle truppe federali. La parte est della città è stata in gran parte liberata perché meno difendibile, ma quella al di là del Tigri, a ovest, è ancora nelle mani dei terroristi.

Gli scudi umani?

Esistono i civili che collaborano con Isis o ne fanno parte, e quelli che, stremati, spingono per mettersi in salvo, diventando bersagli. Esiste nelle ultime settimane il problema, non dissimile da ciò che avviene in Siria, della deliberata uccisione di civili che vogliono abbandonare le zone di residenza.

La situazione umanitaria?

Dopo 10 settimane, la situazione per circa un milione di civili nella città e dei distretti vicini, è di altissima criticità. Cibo e medicinali sono in gran parte esauriti, non diversamente da Aleppo. Diversi nodi del sistema di distribuzione idrica sono stati fatti esplodere dai jihadisti. È impressionante l’estensione e la concentrazione di trappole esplosive. L’accesso umanitario alla popolazione è variabile. Anche nelle zone liberate da poco è molto pericoloso. È difficile raggiungere le famiglie laddove ne hanno bisogno. Nei giorni scorsi l’Isis ha preso a colpi di mortaio una folla accorsa a una distribuzione di cibo a Gogjali, quartiere di Mosul est.

Evacuarli?

Bisogna smettere di pensare che siano i civili a dover raggiungere i servizi, spesso con esodi di sofferenza indicibile. I corridoi umanitari vanno negoziati o imposti. Sono i sistemi che devono raggiungere bambini, donne, anziani. Ben vengano l’evacuazione di Aleppo o Mosul est, ma non possiamo aspettarci sempre di evacuare le persone dalle aree di crisi. Nel caso di Aleppo, questa è la grande sconfitta delle nazioni unite. Troppe indecisioni, troppa burocrazia ed eccessive precauzioni rallentano i piani d’azione. Bisogna cambiare radicalmente il modo di programmare gli interventi con un controllo del rischio accettabile. Ciò vale per l’Onu ma anche per tutte le grandi potenze. Sta già avvenendo in parte in Siria.

In che senso?

Lì le evacuazioni sono rimaste in mano a Damasco, Mosca e Ankara. Al contrario di quel che passa sui grandi media, i piani si stanno realizzando anche seriamente. Certo poi ci sono aspetti a cui guardo con interesse ed attenzione.

Quali?

Vedo che l’ex fronte di Al Nusra, braccio di Al-Qaeda in Siria, ha cambiato nome e si chiama Jabhat Fateh al-Sham ed ora da gruppo “terrorista” è chiamato “ribelle” dall’Occidente. Vedo anche operazioni che oltre a famiglie evacuano anche parte di questi combattenti. È un fenomeno nuovo. Non ho un giudizio da dare, ma è un nuovo aspetto politico che ha importanti conseguenze sui codici internazionali di intervento umanitario. E vedo racconti molto differenti fra Siria e Iraq, con grandi semplificazioni.

Ovvero?

Mi riferisco ai dati ed alle conseguenze, ad esempio. Da Aleppo sono fuggite 90mila persone, da Mosul in poche settimane 106mila, eppure l’immagine passata è diversa. La Siria rimane sovraesposta. Se si vuole colpire i russi si dice che bombardano i bambini. Ma le vittime civili dei bombardamenti esistono anche a Mosul dove a bombardare c’è la coalizione. C’è difficoltà a trovare un equilibrio narrativo e standard interpretativi. Credo che gli innocenti siano visibili anche se in situazioni di confusione possono essere difficili da identificare.

In che senso?

Faccio un esempio. Una bambina sunnita di 4 anni di nome Nour è fuggita assieme alla famiglia, dopo essere stata ferita gravemente ad una gamba nel corso di un bombardamento della coalizione, a Maqukh, un villaggio periferico di Mosul sud. Per caso è stata recuperata dal giornalista del Tg1 Amedeo Ricucci che l’ha portata da noi. Ora, insieme, stiamo cercando di farla venire a Roma per salvarle la gamba. Quella bambina, sua madre, sua zia sono innocenti. Suo padre, però, è stato fermato dai peshmerga perché sospettato di avere legami con Isis. È difficile conoscere la verità. Io so che quella bambina, come i bambini di Aleppo, è la vera vittima e non possiamo né dobbiamo chiederle da dove viene e chi sia, prima di aiutarla.

Che fare quindi?

Per prima cosa bisogna liberare le zone occupate dall’Isis e aiutare la gente che ha dovuto vivere sotto il loro giogo. Alcuni subendolo, altri meno. È indispensabile proteggere la popolazione civile, con alcune iniziative necessarie per tutelare la sicurezza. Un fatto di cui prendere atto senza le speculazioni orribili che sento in Italia. Anche perché è l’unico modo per impedire che l’onda lunga arrivi fino a noi, com’è successo a Berlino. L’Italia può giocare un ruolo chiave nella stabilizzazione in tutta l’area.

Come?

È necessario perseguire i corridoi umanitari e la risposta rapida e stabilizzare assistenza e riconciliazione nelle zone liberate, subito. Servono innovazione, capacità tecnica, negoziazione, caparbietà. E risorse, ovviamente. Credo sia cruciale assistere e sostenere con intensità ed efficacia localmente per mitigare conseguenze internazionali in Europa. Secondariamente, come verranno eseguite le operazioni militari determinerà ciò che accadrà dopo. Per Mosul, capitale storicamente multietnica e multiculturale delle provincia di Ninive, servirà grande equilibrio politico, riconciliazione e rappresentatività di tutti i gruppi: sunniti, sciiti, cristiani, yezidi. La provincia stessa dovrà riorganizzarsi probabilmente su basi nuove.

Non è facile.

Globalmente sono pessimista sui tempi di miglioramento. Servirà molto tempo per avanzare le componenti militare, umanitaria, istituzionale e politica. Il terrorismo continuerà. Potrebbero anche esistere errori di decisione e rischi di svolte improvvise generate da questi errori. Oltre alle necessarie misure istituzionali, dobbiamo convivere con questo nuovo elemento che è già presente nella nostra vita e non c’è una ricetta semplice. Se un terrorista va fermato prima che arrivi a casa tua, credo sia necessario mantenere e rilanciare i principi che ispirano la nostra vita civile, senza scivolare nelle paure e nelle persecuzioni che non devono più far parte dell’Europa. Molto dipende da una gestione competente e moderna del fenomeno della migrazione nel nostro paese. Oltre a ciò, molto dipenderà dall’informazione pubblica, dalla priorità dedicata alla discussione democratica di questi temi, e dal grado di preparazione della nostra società che mi sembra insufficiente. Questa contraddizione è un obbligo su cui ci giochiamo tutto. Eppure è proprio il punto su cui sono ottimista. Come sempre accade, le persone trovano infine la capacità di superare la parte esclusivamente emotiva.

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Traballando verso Dio, di Luciano Comida

Pubblicato da Il Piccolo il 6 agosto 2016.

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Forse Luciano Comida ha ragione, forse il paradiso è come un concerto di Neil Young. Risale alla primavera scorsa la pubblicazione postuma di Traballando verso Dio (Battello stampatore, 15 euro), il diario in cui lo scrittore e giornalista triestino scomparso nel 2011 registra il suo incontro con la fede cristiana. Il libro è una mappa attraverso la quale l’autore conduce se stesso e il lettore alla scoperta di un territorio a lui sconosciuto. Comida vi si addentra con la sua consueta leggerezza di stile e con tutti i dubbi che un laico liberale e illuminista, amante della buona musica e della buona letteratura, può avere nel confrontarsi con un Dio che parlò per l’ultima volta duemila anni fa sotto il sole della Terra Santa.

Scrive nella prefazione Tatjana Ciuk, moglie di Comida e curatrice del volume, che il primo incontro dell’autore con la fede avvenne durante un’escursione montana: «Ricordo come fosse oggi il momento in cui Luciano ha sentito il bisogno irrefrenabile di credere – vi si legge -. Eravamo davanti ad una chiesa nelle montagne vicine al lago Maggiore. Da turisti. Una chiesa bellissima, tutta bianca. (…) Era una giornata piena di sole e io, come sempre, scattavo fotografie a tutto. Lui mi raggiunge e mi fa: “Ma tu davvero credi che tutta questa meraviglia sia frutto del caso? O è forse opera di qualcuno che ha voluto rendere concreto e visibile il suo amore?”».

Dal presentimento di una volontà benevola dietro al caso apparente, l’autore si muove verso Dio. E lo fa consultando libri, consumando poco a poco le Scritture, cercando suggerimenti da consiglieri spirituali prima cattolici poi valdesi. Mettendo sempre in questione il modo in cui l’ospite inatteso della fede entra in relazione con gli altri suoi valori irrinunciabili: riflette di libertà, sesso, amore, politica. Non è l’unico a porsi il problema: «Parlo a lungo con Tomizza di religione – si legge in un passaggio del diario -. Gli racconto di me (dall’amore per Tatjana, via via fino ad ora). (…) Se io mi converto (dice) sarebbe contento per me, ma (aggiunge) temerebbe di “non trovar più il Luciano Comida libero e scanzonato, autonomo di giudizio”».

Basta proseguire nella lettura di questi appunti per capire che fortunatamente il timore di Tomizza era infondato. È decisamente libero e scanzonato l’autore che si confronta con i grandi temi del cristianesimo. Comida si avvicina alla Parola cercando il confronto: Lewis e il cardinal Ravasi gli offrono un solido aiuto dall’inizio. Teologi antichi e moderni più audaci, da Agostino a Sergio Quinzio, vengono sfiorati ma messi in attesa per il futuro. Quando il marinaio avrà più confidenza con la barca. Eppure l’esordiente della fede tocca istintivamente i punti vitali. Confrontando il Dio nazionalista e vendicativo dell’Antico testamento con quello del Vangelo, si chiede «come si può» esaltare e glorificare stragi e stermini e al contempo seguire l’insegnamento di Gesù: «Ditemi allora che Dio da allora è cambiato, che confrontarsi con gli esseri umani lo ha modificato, che Gesù è frutto di un’evoluzione divina», scrive Comida in consonanza con il Quinzio del Commento alla Bibbia che non ha potuto leggere.

L’autore si avvicina un passo alla volta alla figura del Cristo. Scrive in principio: «Detto fuori dai denti: Gesù non mi pare simpatico. Anzi, per essere sincero, mi riesce antipatico». Un giudizio che muta col tempo, portando il lettore a contatto con le asperità e il mistero di un Figlio dell’Uomo molto diverso da quello dei santini edificanti. Un tumore osseo ha impedito a Luciano Comida di rimetter mano a questi appunti straordinari. Ma, in tempi di montanti e sanguinarie ortodossie, Traballando verso Dio costituisce la bella eredità di un intellettuale triestino.

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D’Apocalisse e altri aggiornamenti.

Ultimamente non ho molto tempo per aggiornare il blog, quindi mi perdonerete se ammucchio qui una serie di cose pubblicate negli ultimi mesi. A cominciare dal mio ultimo articolo per Scenari.

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Un papa alla fine del mondo

It’s the end of the world as we know it, and I feel fine. Una genealogia escatologica del pensiero di papa Francesco dall’America latina alla Russia zarista. Lo trovate qui.

Ucronia britannica

E se la Gran Bretagna non avesse mai fatto parte dell’Unione europea? Divertissement dickiano scritto in occasione del Brexit, sempre per Scenari. Lo trovate qui.

Turchia, lo spettro del genocidio

Questo è un articolo che scrissi per Scenari nell’aprile scorso e che mi dimenticai di segnalare su Terra e Mare. Alla luce del tentativo di golpe di quest’estate mi pare valga la pena di ricordarlo. Qualcosina l’avevo azzeccata. Lo trovate qui.

Riflessioni sulla politica dell’Oltre

Segnalo infine un articolo che l’amico Stefano Pizzin ha scritto in risposta al mio Per una politica dell’oltre, pubblicato qualche mese fa dall’associazione Apertamente. La carne al fuoco è tanta, spero prima o poi di avere il tempo per dare una risposta adeguata. Lo trovate qui. Il mio pezzo iniziale invece è qui.

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My two cents about Brexit

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Discorso tenuto da W. Churchill all’Università di Zurigo il 19 settembre 1946:

«Bisogna ora che vi riassuma le proposte che avete davanti. Il nostro fine costante deve essere di creare e rafforzare l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Sotto la direzione e nel quadro di questa organizzazione mondiale, dobbiamo ricreare la famiglia europea in una struttura che potrebbe chiamarsi Stati Uniti d’Europa. Ed il primo passo concreto sarà quello di costituire un Consiglio d’Europa. Se da principio non tutti gli Stati d’Europa vogliono o sono in grado di far parte dell’Unione, dobbiamo ciò nonostante continuare a riunire e ad organizzare quelli che vogliono e quelli che possono. II mezzo per risparmiare agli uomini di ogni razza e di ogni paese la guerra e la schiavitù, deve poggiare su solide basi ed essere assicurato dalla disponibilità di tutti gli uomini e di tutte le donne a morire piuttosto che sottomettersi alla tirannia. E Francia e Germania devono prendere insieme la guida di questo urgente lavoro. La Gran Bretagna, il Commonwealth britannico, la potente America e, spero, la Russia Sovietica – perché allora tutto andrebbe bene – devono essere amici e sostenitori della nuova Europa e devono difendere il suo diritto a vivere e a risplendere. Perciò vi dico: lasciate che l’Europa sorga!»

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Le elezioni viste da un antimoderno. Intervista a Massimo Fini

Pubblicato su Il Piccolo il 14 giugno 2016.

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La diserzione delle urne non è un sintomo disaffezione dalla politica, è un «voto di sfiducia totale alla classe dirigente». A dirlo è il giornalista e pensatore Massimo Fini, uno che della democrazia è critico dai tempi in cui si celebrava la “fine della storia”, poi non pervenuta. E che del non voto ha fatto una linea di condotta personale: «La mia religione non me lo consente». A settembre Marsilio pubblicherà in un unico volume la raccolta degli scritti filosofici («fra mille virgolette») e ideologici di Fini, con il titolo La modernità di un antimoderno. L’astensionismo crescente, di cui Trieste è stata capofila all’ultima tornata elettorale, sembra confermare molte delle sue diagnosi.

Fini, a Trieste ha votato poco più di un elettore su due. Nel resto del Paese è andata meglio, ma la tendenza ormai è questa.

Il vostro dato un po’ mi meraviglia. Trieste è sempre stata una città civilissima, a sé rispetto all’Italia. Se io fossi triestino mi adopererei per il ritorno all’impero austroungarico, ma questo lasciamolo da parte. Che accada anche lì mi pare significativo.

Significativo di cosa?

Il cittadino italiano non crede più alla politica in generale. E in particolare alla classe politica degli ultimi trent’anni. I Cinque stelle salvano l’apparenza della democrazia: se non ci fossero, i loro elettori non andrebbero mai a votare e l’astensione sarebbe al 60%. Inutile che accampino scuse, diano la colpa al ponte, in Italia l’affluenza è sempre stata alta. Ora praticamente uno su due non vota.

Anche all’estero, però, gli elettori latitano.

Sì ma in modo molto diverso. In linea di massima credono ai loro politici, per cui che governi uno o l’altro si fidano. In Italia l’astensione è un voto di sfiducia totale alla classe dirigente.

È una crisi dei partiti o della democrazia?

La crisi della democrazia discende dai partiti. Questi ultimi non sono l’essenza del sistema, come si usa dire. Sono la sua fine. O meglio, la fine della democrazia liberale. Il pensiero liberale voleva valorizzare capacità e meriti del singolo individuo, tutto ciò che è lobby tradisce questo pensiero.

Partiti inclusi, quindi.

L’ha detto bene la scuola elitista italiana all’inizio del Novecento: cento che agiscono di concerto fra di loro prevarranno sempre su mille che agiscono liberamente. Che poi questi ultimi sarebbero i cittadini ideali di una democrazia liberale, se esistesse davvero.

E non esiste?

La nostra non lo è di sicuro. Ormai anche Sartori è costretto a chiamarla poliarchia. In realtà sono aristocrazie mascherate, spesso criminali e comunque intimamente mafiose. Gioca anche il fatto che l’Italia è il paese del familismo. Ma fin che mi rivolgevo allo zio vescovo era una cosa, quel che accade oggi è inguardabile. Altrove sarebbe già scoppiata una rivolta sociale.

Perché qui no?

Perché a noi il benessere c’ha fatto male. Ci ha infiacchito, indebolito, nessuno è disposto a rischiar nulla. Accettiamo la situazione nonostante l’incredibile corruzione. Una corruzione che discendendo attraverso i legami personali ha infettato la stragrande maggioranza dei cittadini. Ognuno guarda al proprio tornaconto e nel frattempo va a spasso il Paese.

L’offerta politica dei partiti di governo è sempre più simile. Basti pensare al Pd di Renzi, difficile da incasellare a destra o sinistra. Come la vede?

Parto da lontano. Destra e sinistra sono categorie con oltre due secoli di storia. Oggi non interpretano più le vere esigenze dell’uomo contemporaneo. Ecco perché la distanza fra le due vetero categorie è minima. Che differenza ci sia fra Sala e Parisi a Milano nessuno riesce a capirlo. Unica a eccezione, anche se un po’ confusa, il M5S.

Quali sarebbero le esigenze vere di oggi?

Le esigenze esistenziali prima di quelle economiche. Quel che manca a noi tutti è il tempo, il vero valore della vita. Gli unici a prendere in considerazione il problema sono i Cinque stelle. Ma appunto, anche se mi sono simpatici non li voto. La mia religione non me lo consente.

Vede altri esempi di alternative politiche in Europa?

I cosiddetti populismi esprimono senz’altro questo disprezzo verso la politica tradizionale. Ma dipende da paese a paese. Ad esempio io trovo che Merkel sia l’unico uomo di stato europeo. Una politica in testa ce l’ha. Se ci si chiede cos’abbia in testa Renzi o chi per lui, non si sa cosa rispondere.

Cosa pensa della Lega di Salvini?

Oggi la Lega fa un discorso nazionalista perché le conviene. L’immigrazione le consente di farlo, mentre la Lega di Bossi non c’ha neanche mai provato. In ogni caso quello di Salvini è un partito come un altro. Il movimento di Bossi, seppur per poco tempo, fu realmente rivoluzionario.

Oggi va di moda prendersela con l’Europa.

È un gioco facile da fare. Cominciamo piuttosto a guardare in casa nostra. L’Ue è nata male, su basi economiche anziché politiche, come avrebbe dovuto. Ma questo lo sapevano anche i suoi padri fondatori. È che gli americani non l’avrebbero mai permesso.

Il livellamento dell’offerta politica coincide con una mutazione del linguaggio. L’altro giorno a Trieste Vittorio Sgarbi ha dato delle “teste di cazzo” agli elettori di centrosinistra.

È l’effetto di un mutamento culturale. Siamo diventati un paese estremamente volgare. Ciò si riflette anche sulla politica. La televisione c’ha messo del suo, dopo la stupenda fase di Ettore Bernabei: ormai si rimpiange tutto, tocca rimpiangere anche i democristiani. Poi oggi ci si aggiungono anche i social network. Tutte cose che se comandassi il Paese abolirei all’istante.

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