La libreria come organismo vivente – Intervista a Loriana Ursich

Versione integrale dell’articolo pubblicato da Il Piccolo il 31 marzo 2019 (Foto da Fb)
loriana
Un lavoro iniziato quasi per caso e diventato l’anima di una delle più belle librerie d’Italia. Loriana Ursich, libraia dell’Antico Caffè San Marco, festeggia domani i suoi trent’anni di carriera. Fresca dell’invito alla scuola per librai “Elisabetta Mauri” della Fondazione Feltrinelli, tira le somme di questi decenni.
Loriana, com’è iniziato tutto?
Un po’ per caso, rispondendo a un annuncio dell’agenzia Einaudi. Mi sono presentata senza particolare ottimismo, ho sostenuto il colloquio e poco dopo sono stata assunta dopo una settimana di prova dal mio ex titolare, Paolo Deganutti. Ho iniziato così il mio percorso all’interno del mondo dei libri. Ero spaventata, mi trovavo a dover gestire uno spazio pieno di libri senza avere idea di come affrontarlo, ma ho subito sentito una grande passione per quel che stavo facendo. Dopo pochi anni l’agenzia è diventata una libreria vera e propria, trasferendosi in via Coroneo, e lì ho trascorso 25 anni. Ho avuto la fortuna di avere dei colleghi fantastici da cui ho imparato tantissimo.
Il suo segreto di libraia?
L’attenzione. Nessuno quando entra in libreria deve sentirsi escluso: le librerie, alcune in particolare, possono sembrare ambienti distanti, elitari. Non è così: se il cliente è accompagnato e seguito da un libraio, può sempre trovare quel che cerca. Tutto il tempo che ho investito nel seguire i clienti ha moltiplicato il suo valore: oltre a gratificarti, il cliente che ha fiducia ti dà un sacco di informazioni.
Come intende la libreria?
Io dico sempre che la libreria è un organismo vivente, proprio perché è composta da libri, e i libri sono veicoli di idee, di mondi. Una bella libreria nasce dal confronto continuo fra il libraio e il cliente, altrimenti diventa autoreferenziale: il libraio costruisce uno spazio a propria immagine e somiglianza, decretandone la fine. Invece ascoltare gli stimoli, i giudizi e i consigli dei clienti rende questo lavoro vario, interessante, e permette di imparare sempre. Facendo il mio lavoro resti un apprendista fino alla fine. Questo è l’elemento vivo che ti permette di superare le tensioni che ci sono, come in ogni altro impiego.
Il San Marco è una libreria in cui questo processo di confronto libraio-lettore è molto chiaro.
Di certo lavoro in un luogo che mi consente di viverla così. Ho avuto il piacere di essere coinvolta da Alexandros Delithanassis nel progetto dell’Antico Caffè San Marco nel 2015. Qui ho modo di esprimermi grazie all’ambiente e alla sua clientela.
Un cliente che le è rimasto nel cuore.
Ho un cliente che è diventato un carissimo amico, come spesso mi capita, che si chiama Massimiliano. Tre o quattro anni fa mi consigliò di mettere assieme alcuni testi riguardanti il rapporto degli animali con l’uomo. Allora il tema era pertinenza esclusiva delle case editrici specializzate: costruimmo una selezione di titoli facendo una ricerca bibliografica assieme. Oggi basta guardare gli scaffali per capire che nel frattempo quell’argomento ha generato molto interesse. Ecco, è un esempio perfetto di arricchimento fra libraio e lettore.
Altri esempi?
Ce ne sono molti. Io non posso leggere tutto, ma so che certi clienti sono un riferimento giusto per certi specifici argomenti, e i loro consigli diventano indicazioni utili per altri lettori. Mi capita poi di trovare in libreria i figli di alcuni clienti. Uno una volta ha detto “Loriana è la libraia di famiglia”. Son cose belle, vuol dire che si è riusciti a creare un legame che va al di là del mero compra, vendi, ordina.
Cosa legge?
Io amo soprattutto la narrativa. In passato leggevo molta saggistica, ma oggi ho sempre meno tempo, purtroppo. Ci sono autori di cui leggo tutto, come Murakami. Leggo principalmente autori stranieri e meno italiani. Spesso mi faccio affascinare dal singolo libro più che dall’autore. Ogni volta che arriva una scatola nuova mi sento come a Natale. Adoro anche le graphic novel, da Moebius ai Marvel.
Tra gli autori che le è capitato di conoscere in questi anni, ce n’è qualcuno che l’ha colpita in particolare?
Uno è sicuramente Björn Larsson, che abbiamo ospitato con TriesteBookFest alla Barcolana. Non mi era mai capitato di vedere qualcuno che al momento di firmare i libri si fermasse con ogni singolo lettore a conversare. In generale sono pochi gli scrittori che a conoscerli dal vivo sono meno interessanti di come te li immagini.
Lei è tra le anime del TriesteBookFest, cosa puoi dirci di questa esperienza?
Nel 2015 ho conosciuto altre persone che come me amano i libri e le storie. Abbiamo creato l’associazione per fondare un festival letterario a Trieste, pensando che per la sua storia questa città meriti di ospitare un evento del genere. Stiamo portando avanti il festival con grande soddisfazione e con grande fatica: i finanziamenti mancano sempre ma non è importante, quel che conta è la passione. Infatti riusciamo ogni anno a portare a termine il progetto che ci prefiggiamo.
Il futuro del libro di carta è stato messo in dubbio molte volte in questi anni.
Il libro di carta continuerà sempre ad esistere ma diventerà più bello, fatto meglio, più curato. Secondo me, su tempi molto lunghi, rischieranno di sparire le piccole case editrici che non riescono a fare prodotti di qualità. L’ebook acquisterà il suo spazio, ma il libro su carta resterà. Ciò potrà stimolare gli editori a realizzare un prodotto più bello nel contenuto e nella forma.
In questo paese si pubblica troppo.
Infatti, anche per questo non penso che i cambiamenti in arrivo siano per forza soltanto negativi. C’è chi vede questa sovrabbondanza di pubblicazioni come un segno di pluralità, ma sappiamo benissimo che la maggioranza è in mano a pochi editori. Guardo invece con interesse alle piccole case editrici che si son sviluppate seguendo un progetto coerente: le case che negli anni son rimaste fedeli a sé stesse sono quelle che sopravvivono. Lo stesso vale per le librerie: inutile cercare di avere tutto per fare concorrenza all’online. La libreria è un luogo in cui il libraio ti aiuta a trovare le cose che cerchi. E penso che il San Marco sia un buon esempio.
Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

La verità necessaria. Due anni senza Giulio Regeni

Pubblicato da Il Piccolo il 25 gennaio 2018.

«L’arrivo del nuovo documento nelle mani della Procura segna uno snodo fondamentale nelle indagini sulla morte di Giulio». Il giornalista di Repubblica Giuliano Foschini ha seguito ogni passo delle indagini sul rapimento, tortura e assassinio del giovane ricercatore di Fiumicello. A suo modo di vedere, le ultime novità potrebbero segnare una svolta.
In questi due anni Foschini ha stabilito alcuni punti fermi: Giulio Regeni era un ricercatore e soltanto un ricercatore, non ha mai lavorato per alcun servizio, nemmeno inconsapevolmente. E la giustizia è ancora a portata di mano: «Possiamo arrivare alla verità piena. Serve però la volontà politica». In questo senso la campagna di mobilitazione pubblica promossa dalla famiglia Regeni e da Amnesty continua a essere «fondamentale»: «Questa storia non riguarda solo la famiglia di Giulio, riguarda la nostra democrazia».

Che peso può avere il nuovo documento arrivato agli inquirenti?

Penso che sia uno snodo fondamentale nelle indagini. A questo punto abbiamo delle certezze: la prima è che l’omicidio di Giulio è maturato sicuramente all’interno degli apparati egiziani. Il movente sono i suoi studi, scambiati per chissà cosa. La terza certezza è che era nient’altro che un ricercatore. Quello che è accaduto è frutto di una paranoia, una bugia, una menzogna. E qui ci riallacciamo al documento dell’anonimo.

In che modo?

Le verità necessarie possono arrivare soltanto dall’Egitto, dove è in corso una guerra di apparati. Se il documento sarà confermato come autentico, allora potremo basarci sulle informazioni che ci offre. Se invece si rivelerà un falso, significherà in ogni caso che è in corso un depistaggio.

Sono circolate a lungo, tanto in Egitto quanto in Italia, ricostruzioni secondo cui Regeni potrebbe essere stato in qualche modo legato agli ambienti dei servizi di qualche paese.

Questo è un aspetto su cui dobbiamo essere chiarissimi. Giulio non era in alcun modo una spia. Non siamo nell’ambito delle opinioni, è una cosa accertata. Non lo era, ed era troppo intelligente per essere lo strumento inconsapevole di qualche servizio segreto.

Negli ultimi mesi l’attenzione si è concentrata sempre di più sul versante britannico dell’indagine, quasi che Cambridge contasse più del Cairo nella ricostruzione degli eventi.

Anche questo è un grosso errore. Un’altra certezza che abbiamo è che tutto è maturato al Cairo. Esecutori e mandanti del rapimento e dell’omicidio sono tutti in Egitto. Su questo bisogna essere chiari. Dopodiché Cambridge, termine con cui si intende la professoressa referente per la ricerca di Regeni, ha il dovere di offrire tutti gli strumenti alla magistratura italiana per ricostruire quello che è avvenuto al Cairo.

Non l’ha fatto finora?

Incredibilmente no. Si è nascosta, ha detto delle bugie, costringendo la magistratura a un atto forte come quello della perquisizione. Questo è inspiegabile e va stigmatizzato. Anche perché tecnicamente Giulio Regeni è morto sul lavoro. È stato ucciso perché faceva il ricercatore. Ed è incredibile che il suo datore di lavoro non faccia tutto quello che è necessario per dare gli strumenti necessari per arrivare alla verità.

L’articolo del New York Times pubblicato nell’estate scorsa parlava anche di contrasti interni allo stesso Stato italiano nella gestione della vicenda.

Purtroppo penso che gli apparati italiani sappiano ben poco. Non credo che ci siano verità che ci stanno nascondendo. Dico purtroppo, perché questo ci allontana dalla verità. Ma se non sappiamo qualcosa è perché l’Egitto ce lo sta nascondendo. In Italia non c’è nessuno che ci nasconde qualcosa. Questa è l’idea che mi sono fatto, posso sbagliare.

Ma è ancora possibile arrivare alla verità sulla morte di Giulio?

Secondo me si può arrivare alla verità piena e completa su esecutori e mandanti. Finora l’Egitto ci ha riempito di bugie. Gli inquirenti le hanno smontate in gran parte e stanno ricostruendo i fatti così come sono andati. Penso però che non si possa intraprendere alcun tipo di rapporto con il Cairo fin quando non ci darà tutta la verità sui mandanti. Le condizioni ci sono, purché la politica non sia remissiva, non faccia sconti per ragioni di Realpolitik. Dal ritorno dell’ambasciatore al Cairo il rischio è molto forte, e su questo l’opinione pubblica deve essere intransigente.

La campagna “Verità per Giulio” quindi ha più senso che mai.

Ha un ruolo fortissimo. Continuare a cercare la verità è qualcosa che non importa solo alla famiglia di Giulio, importa a tutti noi. Alla nostra democrazia. Serve una grande partecipazione civile, perché questa campagna non può essere che collettiva.

Pubblicato in Giornalismo | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

Cento anni d’Ottobre

Pubblicato su Il Piccolo il 4 ottobre 2017.

La selva di baionette che dilaga sotto alle volte del Palazzo d’Inverno, nera contro il bianco della galleria, è l’icona che Sergej Eisenstein ha impresso nella memoria collettiva con il suo Ottobre. La storia di quella sequenza muta è una metafora calzante della Rivoluzione d’Ottobre di cui ora ricorre il centenario.

Nella notte fra il 7 e l’8 novembre 1917 (25 e 26 ottobre del calendario giuliano) gli insorti guidati dai bolscevichi conquistano il vecchio palazzo dello Zar, ponendo fine al governo provvisorio e dando luce al Secolo breve. Nel 1928 il regista simbolo dell’Unione sovietica mette in scena l’epopea di quei giorni, portando le masse di Leningrado nelle strade a interpretare sé stesse, a compiere gli stessi gesti nel più grande film corale mai realizzato fino a quel momento. Ma i due chilometri della pellicola di Ottobre si srotoleranno nelle sale di un mondo ormai rovesciato: la nemesi staliniana incombe.

Nella sovrapposizione tra l’evento e la sequenza cinematografica, identici nella forma e antitetici per contesto, lo spettatore del 2017 trova forse una chiave di lettura per l’evento da cui scaturisce il Novecento. L’esperimento profano, come lo definisce nell’omonimo saggio Rita di Leo, fu il tentativo di portare sulla terra il Regno celeste senza l’intervento di Dio. Gesto inaudito fino a quel momento, anche se raffrontato alla sua premessa, la Rivoluzione francese. Inaudito anche il suo totale, irrevocabile fallimento.

Questa contraddizione durata quasi ottant’anni ha irradiato una mole immensa di invettive, condanne, elogi, epiche, agiografie. Dell’Ottobre Majakovskij scrive in un haiku: «Aderire o non aderire? La questione non si pone per me. È la mia rivoluzione». Nel 1930 si punterà una pistola alla tempia. Prendere soltanto l’uno o l’altro, la poesia o il proiettile, significa perdere Majakovskij e il comunismo con lui.

L’Ottobre, fa notare Mario Tronti, è anche nello iato tra gli scritti del suo grande architetto, Lenin. Massimo eversore nel capolavoro Stato e Rivoluzione, dopo la presa del potere riconosce che il socialismo non può essere imposto da un giorno all’altro, pena il disastro. Trasformato in corpo sacro dopo la morte, in vita seguì le traiettorie dei profeti. Lo studioso (diverso il caso del credente) riscontra un analogo stacco fra le Sure che Maometto svelò quand’era un profeta di strada alla Mecca, e quelle del capo di stato a Medina. A differenza di lui, Lenin non ebbe epigoni geniali a edificare un mondo.

Qualche anno dopo la sua morte, troviamo Satana a passeggio tra le strade di Mosca, accompagnato da un gatto di proporzioni innaturali e da un bizzarro tizio allampanato. Strano destino, quello del Maestro e Margherita di Bulgakov. Storia d’amore che rivaleggia con il canto di Paolo e Francesca, e inesorabile critica dello stalinismo: da Stalin sempre interdetta alla pubblicazione, eppure amata. Un rompicapo da mal di testa, come quello di Pilato sotto il sole di Gerusalemme. È assurdo il periodo staliniano. Shostakovic compone l’inquietante secondo movimento della decima sinfonia, ritratto di Stalin. Bisogna ascoltarlo per cogliere l’animo del georgiano. Intanto il martire Pavel Florenskij, geniale scienziato, filosofo e mistico, scrive ai suoi cari dall’Arcipelago Gulag: «Non dimenticatemi».

Eppure anche negli anni più oscuri del secolo l’ambivalenza permane. Aleksandr Nevski schianta i cavalieri teutonici in un altro film di Eisenstein, colonna sonora di Prokofiev. Il principe medievale dovrebbe rappresentare Stalin. Ma è il popolo sovietico tutto, non il tiranno, a schiacciare la svastica nella Grande guerra patriottica. Stalingrado è atto corale, collettivo, feroce. «Uccidete i tedeschi – dice il poeta Ilija Ehrenburg – o loro dissacreranno tutta la Russia e tortureranno a morte altri milioni di persone». Alla fine della guerra scrive con Vasilij Grossman un libro sullo sterminio degli ebrei nei territori dell’Urss. Anche in questo caso, Stalin proibisce la pubblicazione.

La seconda metà del Secolo breve è un tracollo scandito dal battere delle scarpe di Kruscev e dalle chitarre di Vysockij. I Beatles cantano Back in the Ussr e David Bowie sbarca a Mosca. Gerontocrazia sorrentiniana gli anni di Breznev, cui segue il rosario ammuffito di Gromyko-Andropov-Chernenko. Su Gorbacev dice forse più la cinematografia reaganiana, in primis Rocky IV che lo ritrae plaudente verso il pugile yankee. Racconta molto anche il nazbol Limonov, cantato da Emmanuel Carrère nell’omonimo libro. Poi il colpo di spugna del Muro, l’Unione sovietica scompare alla memoria come un sogno o un incubo, la mattina presto al risveglio.

Che sarà del giorno nuovo? Shangai, Shenzen, Pechino. Allucinati paesaggi urbani in stile Blade Runner. Dietro alle vetrate dei grattacieli, devoti quadri del Partito studiano la Nuova politica economica di Lenin. Per capire cosa farsene, dell’avvenire.

Pubblicato in Giornalismo, Storia | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Populismo di destra e neofascismo nell’ex DDR – L’Espresso

Uno squalo imbalsamato pende dal soffitto della locanda settecentesca nel centro di Ueckermünde, sulla laguna di Stettino. Sotto, quattro uomini robusti sorseggiano grandi boccali di birra. Teste lucide, rasate, indossano maglie sportive. Quando chiedo loro cosa pensano delle prossime elezioni tedesche, in settembre, alzano le spalle. Solo uno, il più vecchio, con il naso schiacciato del pugilatore, parla: «Voterò per l’Npd», dice alzando la testa. «Perché la Germania non deve essere più lo zimbello degli altri paesi».

Continua qui.

Pubblicato in Giornalismo | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento

Nostalgie nere nell’ex Ddr

È in edicola da ieri su L’Espresso il mio reportage sulle destre neofasciste e populiste nell’ex Germania est. Un fenomeno che per fortuna non ha le proporzioni italiane, nondimeno esiste. E va osservato con attenzione.

I primi ad arrivare sono tre anziani, uno porta sulla spalla un’asta con la bandiera tedesca. «Siamo contrari alle politiche di accoglienza imposte dall’Unione europea», spiega un pensionato, cui la moglie consiglia di rimanere anonimo. «Non ce l’abbiamo con le piccole migrazioni, ma con quelle di massa, che mischiano il loro sangue al sangue tedesco». È la politica, prosegue, a incoraggiare «l’invasione». L’unico partito su cui contano è l’Afd: «Solo loro possono portare le nostre istanze in parlamento. Non vinceranno mai, ma è importante che ci siano».

Pubblicato in Giornalismo | Contrassegnato , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Di rifugiati scienziati e piccoli razzismi di paese

È in edicola ancora per pochi giorni il servizio che ho scritto per L’Espresso sul fenomeno degli scienziati e ricercatori profughi, rifugiati, migranti. Un’altra faccia delle migrazioni in corso.

Inoltre qualche tempo fa per la rivista Charta Sporca ho scritto un’inchiestina su un brutto, triste caso di razzismo di paese. Si parla delle volte in cui i comitati ambientalisti passano dalla difesa del territorio a quella della razza, e di Islam mistico.

La trovate qui. Per come sia andata a finire, invece, rimando alle pagine del quotidiano Il Piccolo (Spoiler: male).

Pubblicato in Giornalismo, Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento

L’avvelenata nel 2017

don

Pubblicato sul sito dell’associazione Apertamente un mio scritto nervosetto sul fenomeno trumpista e la sinistra europea.

Non mi si prenda per pazzo, per carità. Ma ero tra quelli che, come Slavoj Žižek, supponevano che una vittoria di Donald Trump alle elezioni americane sarebbe stata l’opzione più auspicabile. Dopo un’osservazione del genere, è d’obbligo fornire rassicurazioni (parziali, va da sé, quando uno la spara grossa ogni cura è cosmetica): rigetto le ingenuità di tanta sinistra europea, segretamente innamorata del miliardario arancione, per cui «fra lui e Clinton cambia poco, faranno la stessa politica».  Mi era chiaro fin dal principio che una presidenza Trump si sarebbe orientata in tutt’altra direzione rispetto alla sua sfidante: una politica estera schizofrenica, preminenza del sistema America sul sistema mondo in ambito economico, politiche fortemente reazionarie sul fronte interno.

Prosegue qui.

Pubblicato in Filosofia | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Così parla Zarathustra.

Sull’Espresso in edicola ancora per poche ore c’è il reportage che ho realizzato assieme al fotografo Pietro Masturzo sulla comunità zoroastriana a Yazd, Iran. Recuperatelo in extremis!

img_4098

«Il fuoco davanti a noi proietta un’ombra alle nostre spalle. Così noi procediamo verso la luce abbandonando la tenebra». È una fredda mattina di novembre a Tehran, l’anziano fissa negli occhi i visitatori europei mentre parla. Vuole esser certo abbiano afferrato ciò di cui parlò Zarathustra, il suo profeta. «Non dovrei nemmeno star parlando con voi, qui siamo nella Repubblica islamica e ci sono delle regole da seguire». Poi saluta educatamente ed entra nel tempio del fuoco chiudendo il portale di legno.

Pubblicato in Giornalismo | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento

Gli innocenti di Aleppo e Mosul – Intervista a Marzio Babille

Questa è la versione integrale dell’intervista, pubblicata da Il Piccolo a fine dicembre, che ho fatto al dottor Marzio Babille, Advisor del ministero degli Esteri in Iraq.

NYHQ2010-0401

Aleppo e Mosul, due battaglie assurte a simbolo e raccontate con enfasi e chiavi di lettura molto diverse. Marzio Babille è un medico triestino, da decenni lavora in aree di crisi e guerra. Oggi è Advisor del ministero degli Esteri in Iraq. Il suo compito «è proporre al governo interventi strategici e metodologie di lavoro per la stabilizzazione delle aree liberate dall’Isis». In questo scenario ha una sola certezza: «Bisogna applicare il diritto umanitario internazionale e proteggere i civili. Riconoscere gli innocenti, anche se talvolta sono difficili da individuare. E aiutarli».

Cosa succede in Iraq?

Il quadro è complesso per la molteplicità degli attori, ognuno espressione di parti politiche diverse. Nella liberazione di Mosul, iniziata il 17 ottobre, abbiamo l’esercito federale iracheno proveniente da sud, molto rallentato nelle operazioni, i peshmerga curdi da nord e da est che hanno liberato le aree loro assegnate, ed a ovest le milizie sciite, le cui violazioni dei diritti umani nei confronti dei civili sunniti sono già state oggetto di severe critiche internazionali dopo la liberazione di Falluja. Infine, l’appoggio decisivo dei bombardamenti della coalizione a guida Usa.

I risultati militari?

Circa il 60% del territorio preso da Isis nel 2014 è stato liberato, con un bilancio di vittime indefinito ma enorme.

Quindi l’Isis sta per essere sconfitto?

Sul piano militare non si può essere ottimisti se non ci sarà una liberazione simultanea, o quasi, di Mosul in Iraq e Raqqa in Siria, roccaforti militari ma anche politico-economiche. Chi pensa di fare il gioco in due tempi sbaglia perché aumenteranno le gravi conseguenze per la popolazione locale e i rischi per il quadro internazionale.

A Mosul a che punto siamo?

L’esercito terrorista è in grande difficoltà, ha perso uomini, armamenti, trasporti, approvvigionamenti. E soprattutto i pozzi petroliferi. L’Isis continua però a combattere una guerra ben organizzata, senza quartiere: un vasto sistema di tunnel sotterranei equipaggiati per lunga resistenza, attentatori suicidi, mine, attacchi mirati con mortai, cecchini. Sono elementi che ritardano considerevolmente le operazioni delle truppe federali. La parte est della città è stata in gran parte liberata perché meno difendibile, ma quella al di là del Tigri, a ovest, è ancora nelle mani dei terroristi.

Gli scudi umani?

Esistono i civili che collaborano con Isis o ne fanno parte, e quelli che, stremati, spingono per mettersi in salvo, diventando bersagli. Esiste nelle ultime settimane il problema, non dissimile da ciò che avviene in Siria, della deliberata uccisione di civili che vogliono abbandonare le zone di residenza.

La situazione umanitaria?

Dopo 10 settimane, la situazione per circa un milione di civili nella città e dei distretti vicini, è di altissima criticità. Cibo e medicinali sono in gran parte esauriti, non diversamente da Aleppo. Diversi nodi del sistema di distribuzione idrica sono stati fatti esplodere dai jihadisti. È impressionante l’estensione e la concentrazione di trappole esplosive. L’accesso umanitario alla popolazione è variabile. Anche nelle zone liberate da poco è molto pericoloso. È difficile raggiungere le famiglie laddove ne hanno bisogno. Nei giorni scorsi l’Isis ha preso a colpi di mortaio una folla accorsa a una distribuzione di cibo a Gogjali, quartiere di Mosul est.

Evacuarli?

Bisogna smettere di pensare che siano i civili a dover raggiungere i servizi, spesso con esodi di sofferenza indicibile. I corridoi umanitari vanno negoziati o imposti. Sono i sistemi che devono raggiungere bambini, donne, anziani. Ben vengano l’evacuazione di Aleppo o Mosul est, ma non possiamo aspettarci sempre di evacuare le persone dalle aree di crisi. Nel caso di Aleppo, questa è la grande sconfitta delle nazioni unite. Troppe indecisioni, troppa burocrazia ed eccessive precauzioni rallentano i piani d’azione. Bisogna cambiare radicalmente il modo di programmare gli interventi con un controllo del rischio accettabile. Ciò vale per l’Onu ma anche per tutte le grandi potenze. Sta già avvenendo in parte in Siria.

In che senso?

Lì le evacuazioni sono rimaste in mano a Damasco, Mosca e Ankara. Al contrario di quel che passa sui grandi media, i piani si stanno realizzando anche seriamente. Certo poi ci sono aspetti a cui guardo con interesse ed attenzione.

Quali?

Vedo che l’ex fronte di Al Nusra, braccio di Al-Qaeda in Siria, ha cambiato nome e si chiama Jabhat Fateh al-Sham ed ora da gruppo “terrorista” è chiamato “ribelle” dall’Occidente. Vedo anche operazioni che oltre a famiglie evacuano anche parte di questi combattenti. È un fenomeno nuovo. Non ho un giudizio da dare, ma è un nuovo aspetto politico che ha importanti conseguenze sui codici internazionali di intervento umanitario. E vedo racconti molto differenti fra Siria e Iraq, con grandi semplificazioni.

Ovvero?

Mi riferisco ai dati ed alle conseguenze, ad esempio. Da Aleppo sono fuggite 90mila persone, da Mosul in poche settimane 106mila, eppure l’immagine passata è diversa. La Siria rimane sovraesposta. Se si vuole colpire i russi si dice che bombardano i bambini. Ma le vittime civili dei bombardamenti esistono anche a Mosul dove a bombardare c’è la coalizione. C’è difficoltà a trovare un equilibrio narrativo e standard interpretativi. Credo che gli innocenti siano visibili anche se in situazioni di confusione possono essere difficili da identificare.

In che senso?

Faccio un esempio. Una bambina sunnita di 4 anni di nome Nour è fuggita assieme alla famiglia, dopo essere stata ferita gravemente ad una gamba nel corso di un bombardamento della coalizione, a Maqukh, un villaggio periferico di Mosul sud. Per caso è stata recuperata dal giornalista del Tg1 Amedeo Ricucci che l’ha portata da noi. Ora, insieme, stiamo cercando di farla venire a Roma per salvarle la gamba. Quella bambina, sua madre, sua zia sono innocenti. Suo padre, però, è stato fermato dai peshmerga perché sospettato di avere legami con Isis. È difficile conoscere la verità. Io so che quella bambina, come i bambini di Aleppo, è la vera vittima e non possiamo né dobbiamo chiederle da dove viene e chi sia, prima di aiutarla.

Che fare quindi?

Per prima cosa bisogna liberare le zone occupate dall’Isis e aiutare la gente che ha dovuto vivere sotto il loro giogo. Alcuni subendolo, altri meno. È indispensabile proteggere la popolazione civile, con alcune iniziative necessarie per tutelare la sicurezza. Un fatto di cui prendere atto senza le speculazioni orribili che sento in Italia. Anche perché è l’unico modo per impedire che l’onda lunga arrivi fino a noi, com’è successo a Berlino. L’Italia può giocare un ruolo chiave nella stabilizzazione in tutta l’area.

Come?

È necessario perseguire i corridoi umanitari e la risposta rapida e stabilizzare assistenza e riconciliazione nelle zone liberate, subito. Servono innovazione, capacità tecnica, negoziazione, caparbietà. E risorse, ovviamente. Credo sia cruciale assistere e sostenere con intensità ed efficacia localmente per mitigare conseguenze internazionali in Europa. Secondariamente, come verranno eseguite le operazioni militari determinerà ciò che accadrà dopo. Per Mosul, capitale storicamente multietnica e multiculturale delle provincia di Ninive, servirà grande equilibrio politico, riconciliazione e rappresentatività di tutti i gruppi: sunniti, sciiti, cristiani, yezidi. La provincia stessa dovrà riorganizzarsi probabilmente su basi nuove.

Non è facile.

Globalmente sono pessimista sui tempi di miglioramento. Servirà molto tempo per avanzare le componenti militare, umanitaria, istituzionale e politica. Il terrorismo continuerà. Potrebbero anche esistere errori di decisione e rischi di svolte improvvise generate da questi errori. Oltre alle necessarie misure istituzionali, dobbiamo convivere con questo nuovo elemento che è già presente nella nostra vita e non c’è una ricetta semplice. Se un terrorista va fermato prima che arrivi a casa tua, credo sia necessario mantenere e rilanciare i principi che ispirano la nostra vita civile, senza scivolare nelle paure e nelle persecuzioni che non devono più far parte dell’Europa. Molto dipende da una gestione competente e moderna del fenomeno della migrazione nel nostro paese. Oltre a ciò, molto dipenderà dall’informazione pubblica, dalla priorità dedicata alla discussione democratica di questi temi, e dal grado di preparazione della nostra società che mi sembra insufficiente. Questa contraddizione è un obbligo su cui ci giochiamo tutto. Eppure è proprio il punto su cui sono ottimista. Come sempre accade, le persone trovano infine la capacità di superare la parte esclusivamente emotiva.

Pubblicato in Giornalismo | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Traballando verso Dio, di Luciano Comida

Pubblicato da Il Piccolo il 6 agosto 2016.

lucianocomida

Forse Luciano Comida ha ragione, forse il paradiso è come un concerto di Neil Young. Risale alla primavera scorsa la pubblicazione postuma di Traballando verso Dio (Battello stampatore, 15 euro), il diario in cui lo scrittore e giornalista triestino scomparso nel 2011 registra il suo incontro con la fede cristiana. Il libro è una mappa attraverso la quale l’autore conduce se stesso e il lettore alla scoperta di un territorio a lui sconosciuto. Comida vi si addentra con la sua consueta leggerezza di stile e con tutti i dubbi che un laico liberale e illuminista, amante della buona musica e della buona letteratura, può avere nel confrontarsi con un Dio che parlò per l’ultima volta duemila anni fa sotto il sole della Terra Santa.

Scrive nella prefazione Tatjana Ciuk, moglie di Comida e curatrice del volume, che il primo incontro dell’autore con la fede avvenne durante un’escursione montana: «Ricordo come fosse oggi il momento in cui Luciano ha sentito il bisogno irrefrenabile di credere – vi si legge -. Eravamo davanti ad una chiesa nelle montagne vicine al lago Maggiore. Da turisti. Una chiesa bellissima, tutta bianca. (…) Era una giornata piena di sole e io, come sempre, scattavo fotografie a tutto. Lui mi raggiunge e mi fa: “Ma tu davvero credi che tutta questa meraviglia sia frutto del caso? O è forse opera di qualcuno che ha voluto rendere concreto e visibile il suo amore?”».

Dal presentimento di una volontà benevola dietro al caso apparente, l’autore si muove verso Dio. E lo fa consultando libri, consumando poco a poco le Scritture, cercando suggerimenti da consiglieri spirituali prima cattolici poi valdesi. Mettendo sempre in questione il modo in cui l’ospite inatteso della fede entra in relazione con gli altri suoi valori irrinunciabili: riflette di libertà, sesso, amore, politica. Non è l’unico a porsi il problema: «Parlo a lungo con Tomizza di religione – si legge in un passaggio del diario -. Gli racconto di me (dall’amore per Tatjana, via via fino ad ora). (…) Se io mi converto (dice) sarebbe contento per me, ma (aggiunge) temerebbe di “non trovar più il Luciano Comida libero e scanzonato, autonomo di giudizio”».

Basta proseguire nella lettura di questi appunti per capire che fortunatamente il timore di Tomizza era infondato. È decisamente libero e scanzonato l’autore che si confronta con i grandi temi del cristianesimo. Comida si avvicina alla Parola cercando il confronto: Lewis e il cardinal Ravasi gli offrono un solido aiuto dall’inizio. Teologi antichi e moderni più audaci, da Agostino a Sergio Quinzio, vengono sfiorati ma messi in attesa per il futuro. Quando il marinaio avrà più confidenza con la barca. Eppure l’esordiente della fede tocca istintivamente i punti vitali. Confrontando il Dio nazionalista e vendicativo dell’Antico testamento con quello del Vangelo, si chiede «come si può» esaltare e glorificare stragi e stermini e al contempo seguire l’insegnamento di Gesù: «Ditemi allora che Dio da allora è cambiato, che confrontarsi con gli esseri umani lo ha modificato, che Gesù è frutto di un’evoluzione divina», scrive Comida in consonanza con il Quinzio del Commento alla Bibbia che non ha potuto leggere.

L’autore si avvicina un passo alla volta alla figura del Cristo. Scrive in principio: «Detto fuori dai denti: Gesù non mi pare simpatico. Anzi, per essere sincero, mi riesce antipatico». Un giudizio che muta col tempo, portando il lettore a contatto con le asperità e il mistero di un Figlio dell’Uomo molto diverso da quello dei santini edificanti. Un tumore osseo ha impedito a Luciano Comida di rimetter mano a questi appunti straordinari. Ma, in tempi di montanti e sanguinarie ortodossie, Traballando verso Dio costituisce la bella eredità di un intellettuale triestino.

Pubblicato in Filosofia, Giornalismo | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento